• Perché diffido delle ‘autonomie’ e non sono (più) un devoto di Carlo Cattaneo

    Per chi si richiama ai valori della ‘società aperta. non ha molto senso sottrarre potere al centro per investirne le periferie, riscattate, in tal modo—così si pensa—dalla loro condizione storica di subalternità e divenute, pertanto,  da serve che erano ieri, le nuove padrone di oggi. Il potere, infatti, nell’ottica dei Benjamin Constant e degli Alexis de Tocqueville, non dev’essere partecipato ma limitato e controllato. La libertà sarà anche ‘partecipazione’—come cantava Giorgio Gaber, a me molto caro– ma è preziosa solo se la partecipazione non riguarda ogni tipo di rapporto sociale. Se una holding, versando una cospicua somma in denaro agli abitanti di Portofino, ottenesse da un consiglio comunale democraticamente eletto il permesso di costruire un grattacielo stile emirati arabi nella piazzetta più famosa del mondo, tale scempio, consentito da un potere locale, cancellerebbe forse uno scandalo che sarebbe stato denunciato (e giustamente) all’opinione pubblica nazionale e internazionale se il nulla osta fosse venuto da Roma?

    Un liberale chiede di sapere non «chi può fare qualcosa» ma «che cosa si può fare o non fare» e poco conta, per lui, se a ledere un diritto (in questo caso, dell’ambiente) siano gli organi centrali di governo o le province o le regioni. Ritorniamo alle parole di Carlo Cattaneo:« No, qualunque sia la comunanza dei pensieri e dei sentimenti che una lingua propaga tra le famiglie e le comuni, un parlamento adunato in Londra non farà mai contenta l’America; un parlamento adunato in Parigi non farà mai contenta Ginevra; le leggi discusse in Napoli non risusciteranno mai la giacente Sicilia, né una maggioranza piemontese crederà in debito mai di pensare notte e giorno a trasformar la Sardegna, o potrà rendere tollerabili tutti i suoi provvedimenti in Venezia o in Milano». Ma siamo proprio sicuri che le cose stiano come pensava il filosofo delle ‘menti associate’? La Sicilia è meglio amministrata da quando conquistò lo statuto speciale (lo ottenne con r.d.lgs. 455, 15 maggio 1946, dunque prima dello stesso referendum istituzionale del 2 giugno 1946 oltre che della Costituzione della Repubblica !!!) rispetto al tempo dei prefetti e dei questori, nominati da Roma, che controllavano la correttezza delle amministrazioni comunali? La ‘Sicilia ai siciliani’ non ha fatto crescere il peso delle società criminali nello scambio politico ed elettorale—presente in tutte le regioni ma non in tutte sotto il controllo di mafia, ndrangheta e camorra? No, la Sicilia agli Italiani ovvero a una classe politica responsabile e competente che non ignora l’interesse dei Siciliani e chiede democraticamente a tutta la nazione, riunita in libero parlamento, i poteri per realizzarlo. Specialmente nel mondo di Internet che senso ha parlare di bisogni che solo una località può sentire e conoscere quando spesso sono i media nazionali che informano gli abitanti di una città di quanto sta accadendo nel loro quartiere, proprio sotto casa loro? Oggi che i ‘beni culturali’ sono avvertiti come patrimonio comune, lasceremo i Pisani completamente liberi di disporre, come meglio credono, della Piazza dei Miracoli? E il passaggio di città galleggianti davanti a Palazzo Ducale sarà affare dei soli veneziani interessati alla marea umana acquirente che si riversa in città dalle navi crociera?

    E’ vero che in una Federazione una legge sbagliata o liberticida presa da uno Stato membro o da un Cantone non avrà la forza e il diritto di obbligare gli altri. Un’apartheid  come quella dei vecchi Stati del cotton belt non era imposta anche a New York e a Boston ma, in un’ottica liberaldemocratica, quella discriminazione  sarebbe un vulnus per tutto il paese e sarebbe interesse di tutti abrogarla: anche dei tanti abitanti bianchi e soprattutto di colore (ovviamente) che non la condividano per ragioni etiche. Non sono auspicabili tanti aquilotti al posto di una grande aquila giacché   nelle società libere non ha il permesso di nidificare alcun tipo di uccelli predatori.

    Sarà stato  pure lo “stupido secolo XIX” ma, nell’Ottocento,  aquile e falchi in sembianze umane erano messi fuori leggi  dallo stato nazionale in guerra contro i potenti (grandi e piccoli) di ancien régime radicati nel territorio: le colpe storiche del famigerato Nation State non furono quelle di aver soffocato le ‘libertà locali’ ma di aver accresciuto, rimuovendo ogni consiglio di prudenza, i suoi poteri di estrazione e redistribuzione delle risorse prodotte dai cittadini, limitando oggettivamente le loro libertà e i loro diritti. Ma ciò avvenne sia sotto la spinta degli inquilini dei piani bassi della piramide sociale, in cerca di protezione e di giustizia, sia in virtù della crescente influenza di ceti imprenditoriali che, in concorrenza con i loro omologhi degli altri paesi europei, ottennevano dai governi, al fine di alleggerire i costi dei loro ritardi, una politica allineata a quella delle grandi potenze imperiali. In un’Italia divisa in pochi stati di qualche estensione e tanti staterelli non sarebbe capitato? Certamente non sarebbe capitato giacché la nostra Staterei—tranne l’area lombardo-piemontese—sarebbe continuata a vivere nell’era premoderna, dove i diritti civili politici e sociali non costituivano  proprio le maggiori preoccupazioni dei governanti. Con buona pace di quanti richiamano l’eccezionalità svizzera, solo i grandi e i medi stati—in grado di unificare vasti territori con le ferrovie, le poste, gli uffici amministrativi, le scuole, le caserme, i tribunali–hanno potuto imboccare con successo la via della modernizzazione : la Germania, l’Inghilterra, la Francia, il Belgio (per non parlare degli imperi dell’Est europeo). Per tenere a bada la loro potenza, però, servivano a poco le ‘autonomie locali’ (il Secondo Reich, non dimentichiamolo, era una lega di stati) ma partiti nazionali e liberali, in grado di estendere a tutto il territorio le garanzie della libertà. Innegabilmente, in tanti punti dell’intersezione sociale vi erano, all’interno dei vari stati, regioni più progredite per le quali l’autonomia (allora) poteva essere funzionale ai loro intensi ed estesi traffici ma erano eccezioni. Se si fosse chiesto ai cittadini di una nazione se preferivano essere amministrati dai loro conterranei o da funzionari venuti dal ‘centro’, non è affatto sicuro che   sarebbe prevalsa la prima soluzione. (Quando da giovane m’iscrissi al MFE nutrivo, ingenuamente, il sogno che il bel paese potesse un giorno venire amministrato da funzionari olandesi o francesi—così come i miei antenati laziali e campani avevano auspicato, prima del 1861, prefetti e questori piemontesi e lombardi, che avrebbero controllato seriamente le amministrazioni di comuni e province—come in parte poi avvenne, al di là della retorica della ‘conquista regia’ e dei ‘proconsoli di Torino’ sprezzanti dei meridionali e ignari dei loro bisogni. E dire che la classe dirigente che avrei voluto esautorare era quella della Prima Repubblica : veri giganti rispetto ai professionisti politici di oggi!).

    Del resto, in Italia, l’istituto regionale è stato adottato perché i Padri della Costituzione se ne erano innamorati grazie a una political culture e a una storiografia che al centralismo sabaudo soleva attribuire ogni sorta di mali e di tragedie: se si fossero consultati toscani, liguri, laziali, campani dubito fortemente che sarebbe emersa una prepotente passione per le autonomie e l’autogoverno locale. Che si tratti di pura retorica è dimostrato da un fatto inconfutabile. Nelle nostre scuole (dalle medie superiori alle facoltà universitarie) vengono venerati gli scrittori anticentralisti, italiani o stranieri—dal citato Carlo Cattaneo ad Alexis de Tocqueville. E spesso capita che a vecchi, rispettabili, pensatori liberali sia data l’etichetta di ‘fautori del decentramento’ (non solo amministrativo ma anche politico) per nobilitarli e far dimenticare il loro conservatorismo. Se però, dinanzi alla legione degli antistatalisti di oggi, di ieri, dell’altro ieri, ci si chiedesse: «ma non c’era proprio nessuno scrittore di cose politiche che non fosse d’accordo  nel resuscitare le antiche regioni della penisola e che accampasse qualche buona ragione—storica, politica, economica, culturale—per opporvisi?», si può star sicuri che pochi o pochissimi—anche tra gli studiosi e i docenti—potrebbero fare non dieci, venti ma un sol nome che non sia, ovviamente, quello di uno statista statalista pratico—ad es. Francesco Crispi. (Che esercizio di antiformismo sarebbe quello di tessere le lodi dell’anziano statista siciliano che, tra l’altro, spianò ai Mille la conquista della Sicilia !Non mi azzardo a farlo non perché fosse nemico delle ‘autonomie’—non me ne potrebbe importare meno– ma perché aveva una concezione autoritaria e dispotica dei poteri e delle funzioni dell’esecutivo incompatibile con la mia filosofia liberale)

    In definitiva, la ‘gente’ vuole poche buone leggi chiare ed essenziali e chiede che siano fatte rispettare. Che poi a confezionarle sia «un parlamento adunato in Parigi» o uno adunato in Roma interessa assai poco. L’importante è che non ce ne siano troppe e che i cittadini, che operano nell’industria, nei commerci, nell’agricoltura, non siano gravati di tasse e abbiano piena libertà d’impresa, nei limiti di leggi che valgono da Torino a Catania, da Trento a Bari. Non pochi protagonisti democratici del Risorgimento ritenevano la Francia malata di centralismo e di bonapartismo e la consideravano un modello politico decisamente negativo. In Francia, però, i diritti civili—a cominciare dalla proprietà—erano rispettati sotto tutti i regimi , le amministrazioni pubbliche erano al servizio dei cittadini (v., almeno fino a poco tempo fa la gestione di  ospedali e ferrovie) e il paese primeggiava nelle scienze, nelle arti visive, nella musica etc. Non c’è un rapporto inversamente proporzionale tra libertà politiche e civili e accentramento; ce n’é uno stretto, invece, tra i diritti della democrazia liberale e la sfera di competenza dello Stato. Non vogliamo che la torta gigantesca sia divisa tra un numero crescente di enti locali: vogliamo che la torta abbia una misura giusta—‘piccolo è bello! È proprio il caso di dire. Fuor di metafora: non uno Stato obeso con migliaia di competenze ma uno Stato agile, sportivo, scattante, non appesantito da un numero esorbitante di funzioni. Al di fuori  dei poteri pochi e forti ad esso riservati, deve rimanere  una estesissima rete di libertà vissuta come spazio vitale di liberi cittadini e non come un patrimonio concesso di campi e boschi  alla mercè  dei ‘poteri locali’, ovvero dei nano stati o, se si preferisce, delle ‘piccole patrie’. Queste ultime stavano a cuore a Rousseau, il padre della ‘democrazia totalitaria’ (J.L. Talmon) non al Buon Montesquieu che scriveva ne Lo Spirito delle Leggi:« La libertà politica è quella tranquillità di spirito che la coscienza della propria sicurezza dà a ciascun cittadino; e condizione di questa libertà è un governo organizzato in modo tale che nessun cittadino possa temere un altro». “Che statalista!quel barone de La Brède !”, si sarebbe tentati di dire. E che pensare del ‘nostro’ Luigi Einaudi quando scriveva, nelle Lezioni di politica sociale, « Ma tutti coloro i quali vanno alla fiera, sanno che questa non potrebbe aver luogo se, oltre ai banchi dei venditori i quali vantano a gran voce la bontà della loro merce, ed oltre la folla dei compratori che ammira la bella voce, ma prima vuole prendere in mano le scarpe per vedere se sono di cuoio o di cartone, non ci fosse qualcos’altro: il cappello a due punte della coppia dei carabinieri che si vede passare sulla piazza, la divisa della guardia municipale che fa tacere due che si sono presi a male parole, il palazzo del municipio, col segretario ed il sindaco, la pretura e la conciliatura, il notaio che redige i contratti, l’avvocato a cui si ricorre quando si crede di essere a torto imbrogliati in un contratto, il parroco, il quale ricorda i doveri del buon cristiano, doveri che non bisogna dimenticare nemmeno sulla fiera». Mi sia consentito concludere dicendo che «il cappello a due punte della coppia dei carabinieri» è lo stesso che si vedeva ad Aosta e a Teramo, a Varese e a Palermo e che sindaco e segretario, pretore e giudice conciliatore, avvocato e notaio avevano sul tavolo di lavoro leggi e codici vigenti in tutto lo stivale.