• Considerazioni sulla filosofia di Vittorio Possenti

    Vittorio Possenti, nel suo intervento L’insegnamento sociale della chiesa fonte di ispirazione per molte dottrine politiche? –pubblicato su Paradoxa-Forum il 12/12/2016 – ci richiama, in sostanza, all’adagio antico extra Ecclesiam nulla salus. Non sono un neo-illuminista né un ateo razionalista, non amo i laicisti né, tanto meno, quelli che un tempo venivano definiti i mangiapreti. Inoltre ho avuto una formazione laica ed empirista – i miei maestri erano Guido Calogero, Norberto Bobbio, Nicola Abbagnano, e in genere l’ala liberale della cultura azionista – che solo in età matura mi ha fatto scoprire che, nel nostro paese, c’è un pensiero cattolico che non ha nulla da invidiare a quella laico e i cui esponenti, Augusto Del Noce, Sergio Cotta, Vittorio Mathieu, Pietro Prini etc. avevano scritto –e continuano a scrivere, è il caso di Sergio Belardinelli, di Francesco D’Agostino e di qualche altro accademico o saggista – pagine sul nostro tempo, sulla cultura europea, sulla storia d’Italia, sull’etica politica, sulla civiltà del diritto spesso persino più profonde e meditate di quelle, assai più note, delle mie vecchie guide laiche.  Fatta questa premessa e chiarito che non ho nulla contro il mondo cattolico e tanto meno contro intellettuali rispettabili e impegnati nella ricristianizzazione della società contemporanea, come Vittorio Possenti, debbo rilevare, ahimè, che al vaglio della mia ‘ragione scettica’ (scettica non nel senso di Giuseppe Rensi ma nel senso di Michel de Montaigne e di David Hume), risultano di colore oscuro le sue parole: «“Finalità immediata della dottrina sociale | della Chiesa | è quella di proporre i principi e i valori che possono sorreggere una società degna dell’uomo” (Centesimus Annus, n. 10). Conosciamo questi principi: la persona, il bene comune, la destinazione universale dei beni, i limiti del mercatismo liberista, la sussidiarietà, la partecipazione, la solidarietà, la custodia del creato e della vita. Tra i nuclei fondamentali del patrimonio dell’ISC svetta il principio-persona che intende l’essere umano come dotato di una dignità trascendente, per cui esso non è la somma delle visioni, profondamente parziali, che ne danno le scienze umane volta a volta prevalenti; l’uomo non è scomponibile e ricomponibile a piacere, come fosse un oggetto o un meccano. La categoria ‘persona’ è e rimane un’idea fondamentale nella controversia sull’humanum in corso ovunque. L’ISC traccia un intreccio in cui sono presenti i problemi principali del mondo postmoderno, assicura un linguaggio umanistico per lo più comprensibile, e una capacità di sintesi di notevole livello».

    Una «società degna dell’uomo» è negli auspici di ogni dottrina politica – anche di quella nazionalsocialista che dalla categoria ‘uomo’ escludeva ebrei, zingari, omosessuali, handicappati gravi e malformati – il problema nasce quando si deve specificare in cosa consista la ‘dignità’. Possenti  sembra pensare che siano oggetto di conoscenza infallibile principi come « la persona, il bene comune, la destinazione universale dei beni, i limiti del mercatismo liberista, la sussidiarietà, la partecipazione, la solidarietà, la custodia del creato e della vita». In realtà, sono autoevidenti soltanto…finché si tratta di parole. I conflitti nascono, invece, quando si cerca di ‘specificare’. Ad es., cos’è il bene comune e quali valori forti stanno a suo fondamento? Sappiamo tutti che l’eguaglianza e la libertà sono la quintessenza della «saggezza dell’Occidente» ma sappiamo pure che, con buona pace di Guido Calogero, non sempre si lasciano considerare come un’endiadi. Fuor di metafora – come Bobbio qualche volta aveva fatto rilevare –  sono casi in cui libertà ed eguaglianza intrattengono un rapporto ‘a somma zero’ e, pertanto, bisogna scegliere se dare la priorità all’una o all’altra. Personalmente in questi ‘dilemmi tragici’, come li chiamano i filosofi anglosassoni, non avrei molti dubbi: è l’eguaglianza che deve fare un passo indietro giacché, in linea con la mia Weltanschauung liberale, ritengo che essa abbia un valore strumentale e che la si debba apprezzare solo nella misura in cui promuove la libertà (valore finale) di una fascia sempre più ampia di individui. È innegabile che nell’era della fine delle ideologie, come ci viene spesso ripetuto, l’egualitarismo è diventato, nelle nostre società,  il senso comune di una parte sempre più rilevante del genere umano ma è lecito pensare che non si tratta di ‘cosa buona’ specie pensando alle sue ricadute in  fenomeni spesso inquietanti (per un seguace di Constant, di Tocqueville di Mill, di Einaudi) come, ad esempio, l’azzeramento di antiche tradizioni che non fanno sentire eguali tutti coloro che vivono in una stessa comunità politica? (Per non parlare di  teorici del diritto, come Stefano Rodotà e  Gustavo Zagrebelsky, che, in nome dei ‘beni comuni’, non esisterebbe forse a dichiarare incostituzionale un partito che in Italia intendesse realizzare un programma di governo ritagliato, pari pari, su quello di Margaret Thatcher!).

    Possenti, affascinato dagli scritti teorici di Papa Bergoglio (un gran brav’uomo che non è mai riuscito a entrare nell’universo liberale e nelle sue origini protestanti: aveva riassunto la teologia di Giovanni Calvino nello slogan: Borghesi di tutto il mondo unitevi…contro i poveri.: «ab uno disce omnes»), vorrebbe che «i limiti del mercatismo liberista» fossero al centro di ogni riflessione sul nostro tempo. Ma quali sono, ci si chiede, i rimedi al ‘liberismo mercatista’? Uno che viene in mente è la chiusura delle frontiere doganali alle merci a basso costo e di pessima qualità ottenute con lo sfruttamento bieco della forza-lavoro (anche negli stati che si richiamano al marx-leninismo): ma quella chiusura non comporta, poi, un ripensamento della natura e delle funzioni del vecchio stato nazionale che, a sua volta, avrebbe forti ripercussioni sulla ‘filosofia dell’accoglienza’ che sta tanto a cuore alla Chiesa? Inoltre, Possenti ha mai riflettuto sul fatto che anche il mercato ha un’etica – come potrebbero insegnargli filosofi cattolici come Michael Novak –  e che la sovranità del consumatore, per un liberale, è un principio irrinunciabile di democrazia giacché significa, ad es., che un giornale, una casa editrice, una casa cinematografica vivono se le loro ‘merci’ vengono acquistate e che lo stato pedagogo che le fornisce  senza tener conto dei costi e di ricavi (tanto paga sempre Pantalone!) genera corruzione, parassitismo, clientelismo? Ho l’impressione che la stigmatizzazione del famigerato liberismo si ispiri a una (risentita) etica della convinzione che si rifiuta decisamente di fare i conti con l’etica della responsabilità, la quale esige un discorso serio non solo sui ‘beni’ che vanno tenuti al di fuori del mercato (ma quale liberale ‘classico’ pretendeva che la logica ‘mercatista’ non conoscesse ostacoli di carattere etico, politico, religioso?) ma sulle conseguenze pratiche che ne derivano, e che hanno anch’esse dei costi su cui è il ‘demos’ a doversi pronunciare non i platonici filosofi-reggitori.

    Per proseguire il discorso, ben venga la ‘sussidiarietà’ ma perché dovremmo apprezzare le ‘autonomie’ quali si sono realizzate in Italia, sia con l’attuazione delle Regioni — nel rispetto di una norma costituzionale che i vecchi democristiani avevano saggiamente accantonato, finché, rimasti privi di maggioranza parlamentare, non dovettero imbarcare nel governo i socialisti —sia con l’autonomia universitaria (che, in nome della lotta al centralismo, ha distrutto questa veneranda istituzione ottocentesca)? In fondo anche il ‘centralismo’ si richiamava a valori forti: non a caso venne attuato dalla migliore classe dirigente dell’Italia unita, la Destra storica. Dobbiamo dimenticarcelo?

    «La partecipazione, la solidarietà, la custodia del creato e della vita»: quante parole che il filosofo Eugène Dupréel, maestro di Chaim Perelman, avrebbe definito ‘nozioni confuse’! La ‘partecipazione’! Quanta? Di chi? In vista di quale progetto? Con quali ‘competenze’? Non penso che Possenti abbia in mente la ingraiana ‘rilevanza costituzionale della piazza’ ma non penso neppure che apprezzi o quanto meno legittimi  (come legittimo io, da liberale) ogni partecipazione, che la promuova Susanna Camusso o  Marine Le Pen.

    E che dire della ‘solidarietà? Volontaria? Obbligatoria? Costituzionalizzata? Solidarietà significa che occorre por mano al portafogli ovvero al prelievo fiscale per venire incontro a chi non ce la fa con le proprie forze si può essere ancora una volta  d’accordo ma il dissenso aspetta al varco quando poi debbono individuarsi i criteri e le modalità con cui lo Stato-Robin Hood è tenuto a togliere ai ricchi per dare ai poveri e, soprattutto, quando si deve stabilire se gli aventi diritto alla solidarietà  delle istituzioni sono famiglie e individui singoli o anche enti locali (spesso usi alla finanza leggera fiduciosi che lo Stato-Provvidenza non li lascerà soli).

    La custodia del creato e della vita! Possenti conosce qualcuno che non avverta questa sua esigenza? Sono le cause dei mutamenti climatici a dividere gli scienziati e le opinioni pubbliche e i fronti contrapposti non sono la squadra del Bene che gioca contro la squadra del Male. In Italia, a volere le centrali atomiche (io ero tra quanti le volevano) erano politici, studiosi (a cominciare dalla buonanima di Antonio Ruberti), uomini della strada che adducevano considerazioni climatiche—il petrolio e il carbone sono nocivi per l’ambiente molto di più dell’atomo—contro quanti si preoccupavano (e a buon diritto) dell’impossibile smaltimento delle scorie nucleari, Avevano ragione gli uni, avevano ragione gli altri?

    Il vero, insuperabile, dilemma del nostro tempo non riguarda solo i fini (il ricordato contrasto tra libertà ed eguaglianza ad es.) ma più spesso i mezzi per conseguirli: e allora prendiamo sul serio il ‘relativismo metodologico’—che non significa di sicuro relativismo etico—e ricordiamoci sempre delle parole del malinconico principe di Danimarca:« ci sono più cose in cielo e in terra Orazio di quante ne sogni la tua filosofia».