• La crisi dell’Occidente esaminata realisticamente, dimenticando metapolitica e filosofia della storia

    Nel Legno storto dell’umanità, uno dei più prestigiosi filosofi politici   liberali del Novecento, Sir Isaiah Berlin, scriveva che «senza voler applaudire o anche solo perdonare le stravaganze dell’irrazionalismo romantico, si può riconoscere che i romantici, rivelando che i fini degli  uomini sono  molteplici, spesso imprevedibili, e in qualche caso incompatibili tra loro» hanno segnato almeno un punto a loro credito: hanno « scosso in maniera permanente la fede nell’esistenza di una verità universale e oggettiva per quanto attiene alla condotta umana, e nella possibilità di una società armoniosa e perfetta, totalmente libera dal conflitto, dall’ingiustizia e dall’oppressione». In queste riflessioni, ispirate a un pluralismo scettico realistico, è riposta, a mio avviso, tutta la ‘saggezza dell’Occidente’. Oggi, a parole, siamo  tutti pluralisti ma, in realtà, nell’area euro-atlantica sembra diffondersi a macchia d’olio una ‘malattia dello spirito’–per dirla col vecchio Croce–, che imprime il marchio dell’impresentabilità a quanti non si commuovono alle prediche dei commissari del politically correct..perché sono di un’altra parrocchia. Certo di ‘pluralismo di valori’, come di cosa  buona, si parla in maniera quasi ossessiva ma, a ben riflettere, esso riguarda quasi soltanto i ‘valori’ delle culture che vengono dall’esterno e alle quali si affida quel compito di liberarci dai nostri pregiudizi, che l’immortale Montesquieu assegnava ai persiani Rica e Usbek nelle sue Lettere. Nessuna indulgenza, invece, per i valori piantati all’interno delle nostre società, da tradizioni, da guerre, da conflitti millenari. Ormai sono ammessi soltanto i «lumi» ovvero la cultura  che emancipa dalla Superstizione, dalla Comunità, dalla Storia, dai Costumi, dai pregiudizi di ogni sorta trasmessi dagli avi. La tolleranza che, nel Settecento, si richiedeva per ‘depenalizzare’ le provocazioni degli Enciclopedisti, oggi, nel migliore dei casi, s’invoca a favore dei cattolici tradizionalisti, dei nostalgici del ‘mondo di ieri’, dei conservatori in genere.  Dico «nel migliore dei casi» giacché, per la maggior parte della nostra intellighentsia, l’Italia è un paese ancora tutto da bonificare, a cominciare dalla «nostra cultura nazionale» colpevole, secondo Emilio Gentile, di «non aver mai fatto i conti fino in fondo con il totalitarismo fascista».

    A questo ripulisti si è dedicata, in particolare, una ‘scuola di pensiero’ che fa capo, soprattutto, ad antropologi come Francesco Remotti o Marco Aime ma anche ad antichisti come Maurizio Bettini e modernisti come Adriano Prosperi. E’ a quest’ultimo che si deve un saggio pubblicato quest’anno da Laterza, Identità. L’altra faccia della storia, che ripropone, stancamente, stereotipi già visti in opere analoghe come Contro le radici. Tradizione, identità memoria (il Mulino 1911) di Bettini o Contro l’identità (Laterza 2007)  e L’ossessione identitaria (Anticorpi (Laterza 2011) di Remotti, per limitarci a loro.

    Prosperi che si muove  sulle orme di Edward Said, di Primo Levi e di altri indagatori del male oscuro dell’occidentalismo e delle radici,  non ha dubbi: nel concetto di identità «sembra essersi rifugiato tutti il misto di paura e di aggressività che un tempo abitava gli appelli alla civiltà». In un’epoca in cui le merci e gli oggetti si mondializzano, gli esseri umani si tribalizzano.« Una reazione generale di chiusura e di rifiuto si è diffusa come contropartita della fine delle barriere che dividevano e segmentavano il mondo: prima la decolonizzazione, poi la caduta della cortina di ferro culminata nell’abbattimento del muro di Berlino, hanno avuto importanti effetti economici e politici e hanno stimolato l’avanzata di una cultura uniforme comune a tutte le periferie del mondo, suscitando reazioni difensive impaurite e un diffuso rifugiarsi sotto il mantello protettivo di tradizioni e religioni». Un’umanità minacciata e tremebonda è pronta dovunque a innalzare «le barriere della diffidenza e dell’ostilità» e a riscoprire parole come ‘identità, ‘famiglia’, ’radici’, ’etnicità’, ’nazione’ e ‘nazionalità’, « che possono diventare pietre perché, come tutto ciò che serve a distinguere e a prendere coscienza di una separazione, contengono un potenziale aggressivo depositato nella loro storia che è come un virus pronto a riattivarsi».

    Quello che rimane oscuro, nel discorso di Prosperi, è perché solo espressioni come ‘ogni straniero è nemico’ celino una «infezione latente», il cui esito finale è il Lager. Altre espressioni ispirate a ideologie di segno opposto come «Écrasez l’Infame» (‘Schiacciate l’infame’) non hanno portato talora alla ghigliottina e al Gulag? Il compianto Fidel Castro  assicurava che nelle carceri cubane non c’erano dissidenti ma nemici della rivoluzione a conferma che nel principio totalitario: «ogni…è nemico», il soggetto può essere chiunque: l’eretico, l’aristocratico, il borghese, il non bianco. Lo aveva fatto rilevare Marcello Veneziani, recensendo sul ‘Giornale’, il saggio di Maurizio Bettini, Contro le radici. E’ vero, poi, che un fine e profondo intellettuale come Veneziani all’homo occidentalis amputerebbe la gamba sinistra, quella illuministica o, per adoperare una diversa metafora, la riguarderebbe come un ‘figliastro’, di cui si farebbe volentieri a meno, ma questo è altro discorso. E che ho già fatto in altra sede.

    Intellettuali come Prosperi, Bettini, Remotti etc., a ben riflettere, sono la riprova  dell’ «oscuramento dell’intelligenza», che avvolge, ormai su entrambe le rive dell’Atlantico,  l’Occidente. Nei loro scritti non c’è neppure il sospetto che a far la grandezza dell’Europa e delle sue proiezioni transoceaniche sia stata la capacità di tenere in equilibrio–sempre instabile e precario peraltro–il Progresso e la Tradizione, i diritti dell’individuo e quelli del gruppo di appartenenza, la Comunità e la Società, la Fede e la Scienza, la Destra e la Sinistra. Quando il composto si è spezzato nei suoi elementi costitutivi e ciascun elemento è andato per suo conto si è avuta la barbarie: quella della ragione–dai massacri vandeani al terrore comunista–o quella del neotribalismo, culminata nella Shoah. Per molto tempo, il bilanciamento tra valori diversi fu opera dello Stato moderno, poi stato nazionale, «quel magnifico organismo sociale–così ne ricordava la funzione storica e civilizzatrice un grande liberale cattolico, Stefano Jacini– i cui ordini ed elementi complicatissimi dopo secoli di studio incominciano ora soltanto a rivelare alla scienza le loro latenti armonie; armonie degne d’una sapienza infinita, la quale ha saputo conciliare il libero arbitrio dell’individuo col progresso fatale della specie»; poi le guerre mondiali ne hanno segnato il declino, almeno in Europa.

    Per i nemici delle identità siamo dinanzi a mobili vecchi e tarlati di cui disfarsi. Uno di loro, lo storico Alberto M. Banti, invita a liberarci dal Risorgimento e dai suoi miti ingannevoli—patria, sangue, onore—e a rifondare la legittimità politica sui valori della Costituzione repubblicana e antifascista. E’ ben triste pensare che all’Italia, culla del ‘realismo politico’—da Machiavelli a Pareto— si proponga, come rimedio ai mali che l’affliggono, il… ‘patriottismo costituzionale’!