• La rimozione della politica e il tramonto del liberalismo.

    <Ci sono momenti storici (una guerra, oppure la lotta al terrorismo, che è anch’essa una guerra, da condurre non solo con le armi tradizionali, ma anche con la forza dell’intelligence e dei controlli di polizia)>scrive il filosofo liberale Paolo Bonetti, nell’articolo La demagogia della libertà e della privacy, ‘lsblog’ 23 marzo 2016, <in cui bisogna saper rinunciare a una privacy che diventa, a questo punto, la copertura dei nostri egoismi individuali. Questo è un discorso impopolare, che molti giudicano addirittura pericoloso, eppure è l’unico modo per salvare le libertà maggiori, quelle davvero essenziali per mantenere il nostro sistema di vita. I discorsi sulla libertà e sulla privacy non debbono diventare la mitologia e la demagogia della libertà. Il terrorismo islamico non è un caso di delinquenza comune, come possono essere considerate anche organizzazioni criminali come la camorra e la mafia, ma un attacco continuo e spietato alla nostra civiltà per annientarla. Non ha niente a che fare con l’emarginazione economica e sociale, poiché la centrale terroristica che progetta e guida gli attentati in sempre più numerose parti del mondo, obbedisce a una logica che è eminentemente politica, sorretta da una ideologia religiosa, che sarà pure, come dicono alcuni, un tradimento del vero spirito dell’islam, ma non per questo è meno pericolosa>.

    Non si può non concordare con le riflessioni di Bonetti  ma il garantismo masochistico, da lui denunciato, ha una spiegazione abbastanza semplice che può sintetizzarsi nella ‘fine dello Stato nazionale’. Quando concetti come ‘frontiere’, ‘straniero’, ‘passaporto’ si fanno evanescenti, diventando quasi i simboli stessi del Male, e la politica viene esautorata dal diritto perché non c’è più l’altro da tenere a bada ma siamo tutti ‘figli della Terra’ con eguale facoltà di ricorrere ai tribunali (oggi da noi i giudici non si sentono responsabili davanti allo Stato ma davanti al ‘genere umano’, di cui si ritengono funzionari in partibus), come ci si può difendere? La libertà occidentale vive, per così dire, nella dialettica dei piani esistenziali: l’etica non è la politica, la politica non è il diritto, la scienza non è la religione, l’economia non è la morale et. etc. La libertà occidentale nasce con la laicità, con Machiavelli che cita le parole di Cosimo il Vecchio:<Gli stati non si governano con i paternoster> ,nasce con Thomas Hobbes che affida  al Leviatano il compito di disarmare i cittadini per esorcizzare ogni tipo di violenza. Ciascun piano ha i suoi codici particolari—spesso particolarmente esigenti—ma, per quanto spiacevoli possano mostrarsi, la convivenza civile viene compromessa quando un piano invade l’altro. Lo Stato, con la sua ‘ragione’, svolge un compito ingrato, quello di garantire ordine e sicurezza in costante tensione con quanti gli rimproverano la durezza dei suoi metodi (preti, moralisti, giudici etc.): se non ci fossero i secondi a vigilare sul primo, la ‘società aperta’ diverrebbe una ‘società chiusa’ ma se non ci fosse il primo a tener duro contro le forze (interne ed esterne) della sovversione, non ci sarebbero né società aperta, né società chiusa: non ci sarebbe società e basta. Filosofia dei diritti cosmopolitici, buonismo, bergoglismo sono, per certi aspetti, la reazione al processo di secolarizzazione in atto in Occidente da cinque secoli: poiché il buono, l’utile e il giusto debbono ridiventare la stessa cosa, non si possono proteggere i cittadini ricorrendo a mezzi riprovevoli al fine di difenderli da quanti mettono a repentaglio le loro vite e i loro beni. I ‘mezzi riprovevoli’ divertono gli spettatori dei film sugli agenti 007 ma indignano professori e giornalisti, monsignori e magistrati, eppure spesso ci salvano da minacce mortali.

    A mio avviso, bisognerebbe ridefinire il nichilismo: non è la distruzione di tutti i valori ma il monopolio imperialistico di un valore che si afferma su tutti gli altri e, azzerandoli tutti, si ritrova in un mondo incuboso, terribilmente monocromo dove non resta altro che guardarsi intorno per concludere, disperatamente, cogito ergo pum!

     Quando scrivo che il diritto sta fagocitando la politica e che si tratta di un fenomeno non meno  inquietante dell’attacco dell’Isis all’Occidente, non pochi interlocutori rimangono perplessi.<Cosa s’intende dire?> si chiedono <Non è una conquista della civiltà del diritto il controllo della politica, la messa al riparo dei cittadini dai suoi comportamenti arbitrari e vessatori, l’obbligo imposto ai governanti di rispettare le leggi? Lo ‘stato di diritto’ non significa che i governi possono decidere e prescrivere alcunché soltanto nel ristretto e controllato recinto loro assegnato?>. Ho sempre criticato quei giuristi (che poi sono la maggior parte) che nei loro trattati sono parchi di esempi e, pertanto, abuso dell’ospitalità di questa rivista per chiarire, con un caso esemplare, riportato tempo fa dalle cronache giornalistiche e radiotelevisivo, il senso della mia costernazione (non esagero) nel vedere la politica messa sotto i piedi dal diritto. Stando alle dichiarazioni del presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, Ibrahim El Bakraoui, uno dei due terroristi che si sono fatti esplodere all’aeroporto di Zaventem a Bruxelles, era stato arrestato nel giugno del 2015 in Turchia ed estradato in Belgio. Nel tempo in cui la politica faceva il suo mestiere, El Bakraoui sarebbe stato ‘neutralizzato’ o comunque posto in condizione di non nuocere (in modi e con metodi diversi, a seconda del grado di civiltà di un paese: i sistemi della CIA ovviamente non sono quelli della Ghepeù). Perché non è accaduto in Belgio? Per la semplice ragione che a Bruxelles non si ragionava più politicamente ma giuridicamente: quali <prove> c’erano che si trattasse proprio di un terrorista? Non è meglio avere dieci rei a piede libero piuttosto che un innocente in galera? Incidentalmente, è la stessa logica che riguarda il nemico come un delinquente e che, pertanto, prima di stabilire che di delinquente si tratta esige prove, confronti, sentenze processuali. Sotto questo aspetto, non c’è  differenza tra un governo democratico e una dittatura violenta: sia l’uno che l’altra trattano il nemico come un malfattore ma mentre la dittatura lo riempie di botte, al riparo dagli sguardi indiscreti della stampa, il governo democratico gli assicura una difesa imparziale. La differenza è grande, senza dubbio, ma resta il fatto del monismo etico: il ‘diverso’ è un criminale e come tale va trattato. Ci sono il ‘presunto’ uxoricida, la presunta ‘matricida’, il presunto’ omicida’ e c’è pure il ‘presunto terrorista: tra il contravvenire alla legge all’interno di una comunità politica e il disegno di abbattere la stessa ‘comunità politica’ non si fa più alcuna distinzione. Entrambe le azioni criminose sono di competenza del magistrato o del politico retrocesso a suo ‘braccio secolare’. Furono (si dice) il lusso e le mollezze a travolgere l’impero romano, potrebbero essere il rimbecillimento e l’ottusità ideologica a segnare la finis Europae.

    Comunque, come ho rilevato in altre sedi, la partita può essere persa. L’epoca del liberalismo cominciò quando i tribunali non si posero più al servizio del Principe ma diventarono organi dello Stato, dello ‘Stato di diritto’: il giudice di Berlino imponeva anche al grande Federico II il rispetto delle leggi.  Oggi che il magistrato si ritiene, invece, il funzionario dell’Umanità–e pertanto non deve rendere conto a nessuna istanza istituzionale, non deve minimamente preoccuparsi delle conseguenze del proprio agire giacché non più vige il principio Salus rei publicae suprema lex ma l’altro Salus Humanitatis suprema lex–l’ etica della convinzione –fiat justitia pereat mundus (perisca il mondo purché si faccia giustizia!)si sostituisce all’ etica della responsabilità–che commisura l’agire umano alle sue conseguenze. E il risultato è che non c’è più sicurezza per nessuno, giacché le leggi dello Stato vengono applicate solo se ritenute compatibili coi ‘diritti cosmopolitici’ (che, peraltro, nessuno ha codificato e se anche l’avesse fatto, non ci sarebbe alcun ‘Governo’ in grado di farli valere). Il progresso morale è apparente giacché avere doveri verso l’intero seme d’Adamo è come non avere doveri verso nessuno, a riconferma della pulsione autodistruttiva (nichilistica) che si cela dietro il buonismo universalista. Quando crollò il Muro di Berlino uno dei miei più amati Maestri, Norberto Bobbio, espresse il timore (da me non condiviso) che si cancellasse, nella coscienza degli uomini, la sensibilità alla giustizia sociale: e ora che non c’è più il comunismo, diceva in sostanza il filosofo torinese, chi si farà carico dei drammi dei dannati della Terra? Temo, invece, che la fine dei nazionalismi totalitari abbia, realmente cancellato la consapevolezza della genesi, della natura, della funzione dello Stato moderno. Ma questa volta la risposta c’è: il fatto che alcuni Stati abbiano rinunciato a fare il loro mestiere avrà lo stesso effetto dell’astensionismo elettorale, quello di far contare di più chi non si astiene. <Chi non porta le armi proprie è destinato a portare quelle altrui>:una massima giudiziosa anche se la pronunciò  un dittatore che finì la sua carriera col cappotto militare di un esercito che non era il suo.

    < L’occidente–scrive l’ottimo don Massimo, un collaboratore seminanonimo di ‘lsblog’– con tutti i suoi valori>, sta <ora rinnegando in gran parte se stesso e precipitando verso nuove forme di persecuzione ideologica contro la tradizione cristiana, tanto da far dubitare che si possa parlare come di una cosa ovvia della “libertà dell’occidente>. Non so a cosa si riferisca don Massimo: forse alla cancellazione dei simboli religiosi(cristiani) dai luoghi pubblici. Sono tra quanti deplorano quella cancellazione non perché cristiano ma perché storicista (nel senso alto e nobile del termine): quei simboli ci parlano, infatti, della nostra storia, delle nostre tradizioni, del faticoso cammino percorso dalla civiltà occidentale alla loro ombra: rimuoverli dalle scuole e dagli edifici pubblici è un’operazione nichilistica, significa diventare ‘orfani del passato’, perdere ogni identità e, con l’identità, la dignità. Non parlerei, però, di ‘persecuzione’ giacché nessuno contesta <a ciascun credente di celebrare in pace la sua Pasqua di resurrezione>, come scrive Paolo Bonetti nelle sue ironiche e meditate riflessioni. Solo il <nostro sistema di vita> consente a cristiani, indù, musulmani, ebrei di coltivare in pace la loro religione: se ce ne sono altri, di cui non ho cognizione, sarei grato a don Massimo se me li indicasse. Sì, i problemi ci sono e io stesso ho difeso (da liberale) papa Bergoglio da quanti lo mettono sotto accusa per averli segnalati–quasi pretendendo che un pontefice abbia sul suo comodino la Favola delle api del protoliberista Mandeville–ma non si risolvono con il ‘ritorno al Medioevo’ e con la messa in questione del processo di secolarizzazione. Giacché proprio di questo si tratta: buonisti, bergoglisti, benecomunisti, ultrapacifisti, fondamentalisti di tutti gli dei, vogliono tornare all’epoca in cui il bene, il vero, l’utile e il bello erano facce dello stesso prisma, la politica era il braccio secolare dell’Autorità spirituale e la ‘ragion di Stato’–ovvero il ‘sacro egoismo’ delle nazioni–era qualcosa di abominevole. Quello che cambia è il Bene al quale vanno appesi tutti gli altri valori ancillari: per l’Isis è il Corano (letto naturalmente da al Baghdadi), per i benecomunisti sono i ‘diritti cosmopolitici’, per i cattolici ‘adulti’ è il Vangelo (letto, semmai, dalla buonanima di don Milani).   Da ogni parte–lo si ammetta o meno–sono i fantasmi di Montaigne e di David Hume che si vogliono esorcizzare: la secolarizzazione è al capolinea e i nostalgici dell’unità politica e spirituale del Medioevo si massacrano tra loro o porgono l’altra guancia, nello spirito degli antichi martiri, ma poi tutti quanti si scatenano contro il vero pluralismo, quello liberale che fonda la convivenza civile sulla distinzione di politica e diritto, di diritto e morale, di etica e di economia etc. etc.

    Don Massimo protesta contro le mie ‘semplicistiche schematizzazioni’, dichiara di non guardare indietro, al Medio Evo appunto, ma avanti all’avvenire che è al centro delle preoccupazioni di Francesco I. Le mie schematizzazioni, però, saranno pure <semplicistiche> ma con l’espressione ‘ritorno al Medio Evo’, ho voluto semplicemente intendere la nostalgia per un’epoca in cui l’etica (che,nei ‘secoli bui’–poi non tanto bui—era quella religiosa) rappresentava  il Valore al quale tutti gli altri dovevano subordinarsi. Oggi l’etica non è più  monopolio  delle grandi religioni universali giacché i pronipoti delle Lumières pretendono di possederne una superiore–perché immune da superstizioni religiose—e ben più collaudata di  quella derivata dalla teologia, avendo a suo fondamento l’umanesimo, la ‘coscienza laica’, la dignità, il rispetto dei diritti etc. etc.(chi si accontenta gode). In ogni caso, il Bene relega in secondo piano l’Utile, il Vero, il Bello. E’ da tempo che stiamo assistendo a un trend inquietante: il Diritto vuol ridurre la Politica a polizia al suo esclusivo servizio e i Custodi dei Principi (gli intellettuali) si arrogano il potere di stabilire che cosa è politicamente corretto e può diventare oggetto di dibattito pubblico e che cosa, invece, va riguardato come espressione d’immaturità civile e quindi censurato. E’ la fine del pluralismo reale (non della retorica pluralista che imperversa nelle parrocchie come nelle sezioni di SEL, nelle Università come nei grandi quotidiani) che nasce in Occidente quando il Segretario fiorentino insegna a distinguere (drammaticamente) la politica dalla morale. E’ questa distinzione che oggi vacilla e che non riescono più ad accettare quanti guardano avanti–dai tradizionalisti cattolici ai teorici laicissimi dei ‘diritti cosmopolitici’.<Al rogo Machiavelli e tutta la sua progenie!> Ma siamo sicuri che un mondo desecolarizzato sia ancora un mondo vivibile? Specie tenendo conto che l’etica che don Massimo vorrebbe padrona assoluta dell’etica e del diritto non è la stessa dei Rodotà e degli Zagrebelsky e, tanto meno, quella dei fondamentalisti islamici?<Il liberalismo attuale> certamente non ha < detto l’ultima parola> ma non solo attualmente: non l’ha detta mai giacché il liberalismo non appartiene al novero delle ideologie che dicono <l’ultima parola>.< Ripensare se stesso alla luce di situazioni del tutto inedite>, come invita a fare don Massimo, è una norma salutare che non riguarda solo i liberali, ma tutti gli uomini, a cominciare da noi stessi.

    Al messaggio cristiano, mi è stato fatto osservare quasi mi annoverassi tra le schiere dei neo-pagani, non si può rinunciare senza perdere la nostra anima. E chi lo nega?  L’etica universalistica cristiana, contenuta nelle Lettere di San Paolo (<Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù>), segna effettivamente una svolta epocale rispetto all’etica antica, caratterizzata dal  politeismo dei valori e dall’assenza di ideologia (l’altro non è un ‘delinquente’ ma solo un concorrente, uno che ‘fa ombra’).E, tuttavia, quando quell’etica pretende di invadere e colonizzare l’arena politica, in cui si scontrano corposi e terreni interessi spesso componibili solo attraverso la ‘forza’, la dialettica tra ‘Stato e Chiesa’, che per Croce stava a fondamento dell’Occidente, s’inabissa e, con essa, ogni possibilità di convivenza civile: le ragioni del ‘corpo’ (politico) vengono ignorate  per riemergere e farsi valere, prima o poi, come barbarie (v. i nazionalismi e le varie forme di fascismo che ne sono l’esito quasi scontato).

    L’Illuminismo razionalistico–di cui i teorici dei diritti cosmopolitici sono gli epigoni intolleranti e aggressivi–sostituì al Dieu le veult la Raison le veult, un principio potenzialmente più ‘totalitario’ di quello cristiano-medievale giacché chi vuole instaurare il ‘regno dell’uomo’ già su questa terra non può, per coerenza, risparmiare le teste di quanti sono di ostacolo (i preti, gli aristocratici, i borghesi, i fascisti…).Per distinguersi dal dogmatismo cattolico, l’illuminismo adottò la retorica del problematico e del ragionevole ,delle verità che non sono mai definitive, della scienza che rischiara il cammino ma è continuamente soggetta ad errori: in realtà, erano i ‘mezzi’ per raggiungere la meta ad essere oggetto di dibattito e di riflessione (di qui il rifiuto di una filosofia della storia unilineare e panglossiana, denunciata da Voltaire nel suo capolavoro Candide) non la meta stessa, non i criteri che dettavano le valutazioni morali, non il deciso rigetto della tradizione, non l’ambizione di riformare moralmente e intellettualmente i popoli. Come per la Chiesa, anche per l’Illuminismo razionalistico, la libertà era un valore positivo solo se finalizzata al Bene, inteso ovviamente in senso molto diverso. Come per la Chiesa, anche per l’Illuminismo razionalistico era l’utopia dell’eguaglianza (nell’al di qua o nell’aldilà) a definire il Bene.

    Il filosofo della scienza Michele Marsonet—v. l’articolo Se la tolleranza diventa complicità su ‘lsblog’ del 26 marzo–non si stanca di denunciare l’arrendevolezza dell’Occidente dinanzi alla sfida fondamentalista, la tolleranza masochistica che si riserva ai violenti, gli equivoci del ‘multiculturalismo’ etc.. Marsonet ha ragione ma forse si può dire di più sulle ragioni di un ‘gioco in difesa’ che solo il boato delle bombe sembra rianimare. Se il fondamentalismo islamico è la più potente, coerente e spietata macchina da guerra contro l’Occidente e i suoi valori, come non sospettare segrete, inconfessabili, simpatie per l’ISIS in quanti dell’Occidente (e dell’America, in particolare) hanno sempre fatto il simbolo stesso del Male giacché ‘casa madre del capitalismo’? I nemici implacabili dell’impero romano non vedevano negli Unni la salvezza? Qui si tratta di stabilire chi è il nemico pubblico numero 1. Se resta, sempre e comunque, la ‘società di mercato’, sarebbe difficile negare che quod non fecerunt Barbari (fuor di metafora, i regimi comunisti falliti perché ancora troppo ‘occidentali’) faciunt Barberini (ovvero i seguaci del Califfo). Il modello occidentale—lo aveva già compreso il grande Vilfredo Pareto—ha sprigionato umori biliari e antagonismi antropologico-culturali che fanno ever green la ‘crisi di rigetto’ dei ceti, delle classi, delle etnie che se ne sentono soffocati. Come si può pretendere che gli ‘antagonisti irriducibili’ vedano nei taliban e nelle madrasse, che hanno giurato la morte di quel modello, dei nemici assoluti, da annientare, magari unendosi al coro delle deprecazioni di Cameron e di Hollande?

    ‘Multiculturalismo’, ‘diritti’, rispetto del ‘diverso’, a ben riflettere, sono teste di ariete contro la perversa società borghese di mercato, strumenti di distruzione non veri modelli di convivenza civile. Se la schiavitù delle donne   sconvolge molto meno della schiavitù del denaro, come è stato fatto notare, ci saà pure una ragione. Tocqueville, aveva fatto rilevare nelle sue grandi opere La democrazia in America e L’Antico Regime e la Rivoluzione che i rivoluzionari avevano abbatttuto la Bastiglia in nome della libertà ma non era la libertà la loro passione inesausta bensì l’eguaglianza. Che cos’è la ‘servitù all’interno delle mura domestiche’ rispetto alla servitù che l’odiato ‘sistema’ impone a tutto il pianeta? E come non ammirare chi per Allah è disposto a morire mentre noi, per la vile pecunia, non esitiamo a vendere, quotidianamente, l’anima al diavolo? La guerra contro il terrorismo, in realtà, non ha nulla a che vedere con la guerra contro il totalitarismo nazifascista. Hilter era la riconferma che al di fuori della democrazia liberale c’è la barbarie—e, infatti, la sua sconfitta rafforzò dovunque le libere istituzioni rappresentative, anche in Germania e il Giappone; il riflesso condizionato ideologico (spesso nascosto o camuffato)  che opera nei confronti della guerra al fondamentalismo islamico, è la riprova che qualcosa è andato storto nel processo di secolarizzazione e che, almeno nel continente europeo, a segnarlo non era la tolleranza liberale ma il fanatismo egualitario–un fanatismo che oggi rischia di comprometterlo inesorabilmente e di   portarlo al suicidio. Non trascuriamo il fatto che anche nei telegiornali più moderati è alle disuguaglianze sociali che si fa risalire il reclutamento dell’Isis. Una tragedia di civiltà viene, in tal modo, ricondotta alla vecchia “questione sociale” e gli estremisti islamici trattati alla stregua degli insorti dei Fasci siciliani…Se Franz Fanon e Malcom X fossero in vita, dinanzi agli attentati terroristici, forse, non avrebbero dubbi da che parte stare. Malcom X non pensava che la religione islamica fosse capace di abbattere ogni barriera razziale e ogni forma di discriminazione?

    Per il filosofo, liberale, Corrado Ocone, che il 23 marzo interviene su questi temi in un articolo su ‘L’Intrapredente’ ripreso da ‘lsblog’,Come combattono le società libere, <abbiamo perso il senso tragico della vita> e per questo ci troviamo esposti al ricatto fondamentalista. In realtà, quello che abbiamo perso è il senso della politica e del conflitto dei valori che ne definisce la natura più profonda. Quando il mondo, come si è detto, viene diviso  tra buoni e cattivi, la partita è perduta giacché i corpi dei delinquenti si affidano ai giudici e le loro anime ai preti o agli intellettuali laici, che ne hanno ereditato le funzioni di precettori del genere umano. Non restano, allora, che la morale e il diritto dove il secondo viene degradato a braccio secolare della prima. Per molti, i terroristi islamici sono brutali assassini, per alcuni portatori di valori diversi dai nostri e che vanno rispettati (se rinunciano alla violenza): o la guerra o la tolleranza civile, insomma. Nessuno osa dichiarare di voler combattere pro aris et focis: se si parte lancia in resta contro qualcuno, bisogna avere la benedizione dell’Etica universalistica, essere convinti che ci si batte anche per la salute dell’anima e per il bene dei nostri nemici. Il buonismo, iscritto nell’illuminismo razionalistico, ci ha irrimediabilmente contagiato, impedendoci di riconoscere che al Baghdadi non è un Totò Riina che ha fatto le cose in grande e si è persino dato un governo e un esercito ma è qualcosa di assai peggio: è un nemico oggettivo, che ha una sua Weltanschauung, una sua eticità profonda–che non sono le nostre–e che, pertanto,  rappresenta per noi una minaccia mortale  da neutralizzare con ogni mezzo. Baghdadi, ci piaccia o no, non  è un nemico della Morale e del Diritto : è un pericolo assolutamente inedito per il nostro modo di vivere, per la nostra civiltà, che non è la Civiltà con la ’c’ maiuscola e che, pertanto, può non piacere a quanti sono diversi da noi—sempre per citare Pareto– e che, non per questo, sono criminali comuni o malati da internare. Torniamo alla visione classica della condizione umana, all’Antonio e Cleopatra di Shakespeare dove Ottaviano non infierisce contro il nemico Marco Antonio—non lo condanna in nome di un’ideologia universalistica—ma solo constata malinconicamente che la terra era troppo piccola per contenerli entrambi. Forse è l’ora di finirla con la retorica dei diritti e cominciare seriamente a difendere le nostre <case> non perché ce le ha assegnate lo Spirito Santo della Giustizia ma perché sono le nostre…(alla luce della ‘ragion egualitaria’, tra l’altro, non si giustifica nessun privilegio, neppure quello dell’intelligenza ‘naturale’). Forse è venuto il momento di riconoscere che i grandi realisti politici—di cui è discendente il peraltro non eccelso David Cameron che dichiara candidamente che l’Europa così com’è <non conviene all’Inghilterra>–hanno fatto meno danni dei ‘crociati’—religiosi e laici—che volevano sconfiggere il malum mundi  (diversamente identificato, quello di Lenin non era lo stesso di Hitler) e non limitarsi a difendere la loro ‘roba’.  Il <politicamente corretto>, giustamente deplorato da Ocone, da Bonetti, da Marsonet, sarà pure <corretto> ma non ha nulla di <politico>, giacché è il combinato disposto di una morale–che impone il rispetto dell’altro, anche a costo di nascondergli le nostre statue nude, i nostri crocifissi, i nostri presepi–e di un diritto che intende prendere sul serio gli imperativi etici e comminare sanzioni ai trasgressori.