• Uno che scelse il maiale sbagliato

    Già redattore del ‘Corriere della Sera’, saggista e romanziere, Dario Fertilio, come ha scritto Renato Barilli è un narratore di non facile collocazione. Nei suoi scritti, alterna felicemente all’analisi storica – sempre rigorosa e documentata – una fiction che fa muovere sulla scena personaggi inventati ma talmente credibili e verosimili da diventare anch’essi pezzi del passato. Non fa eccezione l’ultimo ‘romanzo storico’, L’anima del Fuehrer. Il vescovo Hudal e la fuga dei nazisti in Sud America (Ed. Marsilio 2015, euro 16.50).

    Fertilio mette a fuoco, con una invidiabile capacità di introspezione psicologica, la figura di Alois Hudal (1885-1963), il vescovo austriaco cappellano del Pontificio Istituto Teutonico di Santa Maria dell’Anima (il Collegio Germanico) per la formazione del clero di lingua tedesca. Connazionale di Hitler, Hudal, nel 1936 scrisse un libro, I fondamenti del nazionalsocialismo, che venne censurato dai nazisti pagani e non piacque al Vaticano. Vi si sosteneva la tesi della necessità di cristianizzare il nazionalsocialismo per utilizzarlo nella crociata contro l’individualismo occidentale, il capitalismo e, soprattutto, il comunismo sovietico ateo e materialistico. Hudal, insomma, fu, sull’estrema destra, l’equivalente del nostro Franco Rodano, che, sull’estrema sinistra, sognava un comunismo cristiano, depurato del materialismo dialettico e riconciliato con la Chiesa. Utopie, certo, ma che, in entrambi i casi, nascevano da una profonda ansia per l’eclisse dei valori antichi corrosi dal processo di secolarizzazione.

    Durante la seconda guerra mondiale, dalla sua postazione romana, Hudal, da una parte, mise in salvo un ufficiale neozelandese, evaso dalla prigionia, e, per intercessione di Carlo Pacelli, nipote di Pio XII, ottenne dal generale Stahel di fermare il rastrellamento del Ghetto (costato già più di mille morti), dall’altra, in collaborazione con Walter Rauff, rifugiato al Collegio Germanico, organizzò la ratline, la via dei topi, intesa a sottrarre i nazisti alla ‘vendetta’ dei vincitori. Una storia, questa, in cui svolge una parte importante Genova, il porto da cui s’imbarcarono per l’Argentina (si diceva con il tacito assenso del cardinale Siri, peraltro un benemerito della Resistenza ligure) non pochi generali e criminali nazisti – ospiti della Pensione Flora davanti alla Stazione marittima.

    Accanto a Hudal c’è un personaggio inventato, il soldato sovietico Petr Shlichkov russo-tedesco di Königsberg, in missione a Roma per far fuori il collaborazionista bielorusso Radaslai Astrouski – non se ne farà nulla giacché i sovietici, contravvenendo alla parola data, lasceranno morire di fame la vedova Maritza Altman alla quale il giovane si era legato.

    Il racconto dell’amicizia tra Petr e Maritza è molto bello e toccante ma, in questa sede, vorrei spendere qualche parola sullo sdoppiamento del vescovo, sul fatto che in lui convivono il cattolico tradizionalista e l’austriaco post-asburgico. Come cattolico, è un difensore coerente del ‘diritto d’asilo’ – quello che nei Promessi Sposi salvò la vita all’omicida Ludovico, poi Fra Cristoforo e, nei Miserabili all’evaso Jean Valjean: un diritto che pone la giustizia degli uomini su un piano inferiore rispetto alla pietas divina; come austriaco, vuol credere nel Führer e nella sua capacità di arrestare il ‘tramonto dell’occidente’. Sicuramente una colpa imperdonabile specie se si leggono i dialoghi con Rauff immaginati da Fertilio – mai una condanna solenne e inequivocabile dell’antisemitismo biologico!

    Bisogna, tuttavia, tener conto dell’inferno totalitario stalinista che, a gli occhi di un cattolico austriaco, era ben più irredimibile di quello hitleriano. In quegli anni bui, l’apparente debolezza e inerzia delle democrazie, faceva pensare a molti che ormai i destini del mondo sarebbero stati decisi dalla lotta all’ultimo sangue tra i due mostruosi simboli apocalittici, la svastica e la falce e martello e che si dovesse scegliere il meno peggio. Hudal fece una «scelta tragica» ma non riuscì a scacciare il dubbio «che di tutto ciò per cui era vissuto sarebbe rimasta soltanto la cenere».

    *“Abbiamo ucciso il maiale sbagliato”, si narra abbia mormorato Winston Churchill nel 1945, alla morte di Adolf Hitler. http://www.rai.it/dl/grr/notizie/ContentItem-32c9c2e1-404f-4ed4-90e2-