• Postilla a Panebianco

    Nell’editoriale apparso sul ‘Corriere della Sera’ il 20 luglio u.s., Le lezioni inascoltate della storia, Angelo Panebianco prende lo spunto dal singolare dono di Evo Morales a Papa Bergoglio per svolgere malinconiche considerazioni sulla storia che non insegna mai nulla. «Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni – conclude –  la falce e il martello del Crocifisso regalato a Bergoglio non è simbolo di giustizia ma di oppressione, il segno distintivo di una utopia che ha generato mostri. Per inciso, il gesto del presidente Morales potrebbe anche essere interpretato come un inconsapevole insulto alla memoria di Giovanni Paolo II che quel simbolo combatté per tutta la vita, nonché ai milioni di uomini che sotto bandiere con falce e martello sono vissuti in schiavitù per decenni (e una parte ci vive ancora).  In uno dei momenti convulsi che precedettero la fine dell’Urss un grande corteo si snodò per le strade di Mosca. Innalzava striscioni che, citando una vecchia barzelletta sovietica, portavano la scritta ‘Proletari di tutto il mondo scusateci’. Coloro che sostenevano quegli striscioni non potevano immaginare che, fuori dalla Russia, migliaia e forse milioni di persone avrebbero fatto finta che non ci fosse nulla di cui scusarsi».

    Lo sconcerto di Angelo Panebianco fa onore al liberale che è in lui ma fa apparire un tantino ingenuo lo scienziato politico. Come si può pensare, infatti, che i crimini e i fallimenti dei regimi totalitari inducano quanti avevano creduto in loro a ravvedersi? Certo alcuni ne rimarranno sconvolti giacché non ne erano a conoscenza ma la maggior parte dei ‘credenti’ resterà indifferente – come rimasero indifferenti gli elettori del PCI  quando venne repressa dall’Armata Rossa la Primavera di Praga. Come faceva rilevare il realista Benedetto Croce in Cultura e vita morale (1926): “Non s’inculcherà mai abbastanza la verità, che l’azione politica non si deduce da alcuna teoria, ma è un atto di amore e di odio, ed è la creazione di ogni istante, né più né meno della parola e della poesia, e, come questa, non si riduce a termini intellettuali e si giustifica solo in se stessa, nella purità della propria ispirazione, nella voce della coscienza”. A ben riflettere, sarei più pessimista del filosofo: l’azione politica è soprattutto un atto di odio, un odio per ciò che si avverte come ingiusto, un odio che sovente è più forte dell’amore per i valori che si vogliono difendere – anche in questo senso si può  intendere il celebre aforisma di Simone Weil, “la giustizia fugge dal campo dei vincitori”. L’immortale Joseph de Maistre, nel Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche (1814) aveva fatto rilevare che la storia si configura come un immenso altare su cui si sacrifica senza sosta. Si potrebbe aggiungere che il sangue che ne cola a fiotti scuote e commuove profondamente quanti stanno dalla parte delle vittime ma viene considerato da chi si trova dalla parte dei carnefici come inevitabile: non ci si libera dal vizio e dalla corruzione senza fare piazza pulita…Quanti aderiscono a  un regime totalitario ne odiano così tanto i nemici oggettivi – le potenze democratiche, gli ebrei, il capitalismo, i cattolici, i protestanti etc. – da non essere minimamente scalfiti dalle esecuzioni sommarie, dalle persecuzioni poliziesche, dalla sospensione di ogni diritto civile che possa favorire le ‘mele marce’. E in ogni caso alla ‘macabra contabilità delle vittime’ replicheranno con i delitti commessi dai regimi sedicenti liberali e democratici nel corso della loro lunga storia (il colonialismo, lo schiavismo, la cancellazione di antiche civiltà secolari etc.), naturalmente prescindendo dai tempi e dai contesti.

    Quanto ai dissociati non pentiti, che le dure repliche della storia hanno costretto a cambiare pelle e nome, si verifica un fenomeno sul quale l’ottimismo liberale non si è mai soffermato abbastanza. I popoli che vivono sotto i regimi totalitari subiscono un quotidiano indottrinamento massiccio che mostra loro tutte le malattie (sociali, morali etc.) di cui soffrono i regimi politici con i quali sono in guerra ideologica. Quando le dittature crollano perché le gente deve fare la fila ai negozi per rifornirsi degli scarsi generi alimentari di prima necessità, l’esultanza dei ‘governati’ è scontata ma essa non si traduce nell’apprezzamento delle virtù dei  modelli politici e dei sistemi economici alternativi, screditati da una lunga propaganda: per limitarci al caso italiano, l’antiliberalismo fascista non portò al governo partiti radicati nella democrazia liberale (la DC lo era solo in parte e furono le contingenze internazionali che  consentirono a quella parte di governare, peraltro per un breve periodo) e ridusse i partiti cosiddetti laici (PLI,PRI, PSDI) a frange parlamentari minoritarie. I regimi politici tramontano ma la  «political culture» che hanno nutrito e diffuso sopravvive a lungo come si dice delle anime dei defunti che continuano ad aggirarsi per molti anni nei luoghi abitati quand’erano in vita dai corpi. Si potrebbe chiamare la ‘sindrome dello spretato’ la perdita di valori e di speranze prodotta dalle macerie politiche: non si crede più a niente, né alle ‘idealità’ dei vincitori – che per decenni sono state screditate né alle ‘magnifiche sorti e progressive’ fatte intravvedere dai vinti quando conquistarono il potere (spesso con la violenza dei colpi di Stato). Se questo è vero, come si fa a pretendere una vera ‘conversione’ ai valori della società aperta da parte di generazioni di militanti politici e intellettuali organici vissuti ed educati sotto governi tirannici o nel recinto di subculture protette, veri e propri ‘stati nello stato’, consentiti dalla libertà politica? Forse ci riusciranno le nuove generazioni – i figli e i nipoti di comunisti, fascisti, populisti cattolici alla Barbiana etc. – ma quelle vecchie non sono recuperabili ed è una fortuna quando il mix di cinismo e di corruzione non li porta a ripercorrere le orme delle classi dirigenti alle quali, come il giovane Annibale, avevano giurato un odio eterno. Mi si consenta qualche ricordo personale. Nella seconda metà degli anni 60, giovane militante del PSI e convinto autonomista, rimanevo colpito dalla spregiudicatezza politica di certi dirigenti, rassegnati al centro-sinistra, che avevano indossato la nuova casacca riformista (dopo essere stati convinti sostenitori del Fronte popolare) senza però essere mai entrati, neppure per sbaglio, nel mondo della  democrazia liberale e dell’economia di mercato: sembravano stalinisti corrotti (non esitavano, infatti, ad approfittare della nuova alleanza con i cattolici per dilapidare le casse di comuni, province e regioni) piuttosto che nuove reclute dell’esercito di Eduard Bernstein o di Leonida Bissolati. Un’altra deludente esperienza ebbi a farla, qualche tempo dopo, con alcuni profughi dell’Europa Orientale. Mi aspettavo di trovare in loro lo stesso spirito dei patrioti napoletani fuggiti nella Torino liberale di D’Azeglio e di Cavour e, invece, erano persone disincantate (anche se oneste) che cercavano da noi il posto al sole che nei paesi d’origine era difficile ottenere e che il rancore nei confronti del dispotismo comunista, che opprimeva i loro paesi, non aveva  convertito in fanatici di Benjamin  Constant o di Raymond Aron.

    Sarà per colpa del peccato originario – che Kant laicizzava nel ‘legno storto’ – ma gli uomini, con buona pace di J.J. Rousseau, non nascono affatto buoni. Il sangue e la sofferenza ci risultano intollerabili? Forse, per un momento, quando le immagini delle battaglie, le rovine dei bombardamenti, il pianto dei bambini rimasti orfani sfilano (ma raramente, per non turbare più di tanto la nostra serenità domestica) sul televisore davanti ai nostri occhi.. Anche allora, tuttavia, alla pietà subentra la rabbia nei confronti dei presunti responsabili della violenza’: ‘se gli americani non fossero intervenuti in un teatro di guerra così lontano da New York’, ‘se i russi non avessero aiutato i ribelli etc. etc.’. Si tratta di analisi ‘da bar dello Sport’ che spesso colgono nel segno ma non su questo intendo richiamare l’attenzione bensì sul fatto, che una volta individuato – correttamente o meno – il responsabile di una tragedia collettiva il flusso sentimentale e passionale che ci ribolle dentro abbandona a poco a poco il canale dell’amore e della solidarietà umana per riversarsi, sempre più impetuoso (pur se effimero)  nel canale dell’odio per’ la causa di tanti mali’. E’ come se la ‘pietas’ fosse un fuoco di paglia e l’indignazione contro l’ingiustizia fosse perenne come il fuoco di Vesta.

    Orrori e fallimenti epocali del nazismo e del comunismo? Ma cosa c’è di più orripilante della società euro-atlantica descritta da Julius Evola nella Rivolta contro il mondo moderno (1934) – ‘il nostro Marcuse’ per Giorgio Almirante) o da Herbert Marcuse ne L’uomo a una dimensione (1967) – ‘meno bravo di Evola’, sempre per Almirante –  dove si legge che “al di sotto della base popolare conservatrice vi è il sostrato dei reietti e degli stranieri. Essi permangono al di fuori del processo democratico. Le loro condizioni e situazioni sono intollerabili. La loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori; è una forza elementare che viola le regole del gioco, così facendo mostra che è un gioco truccato. La loro forza si avverte dietro ogni dimostrazione politica per le vittime della legge e dell’ordine. Il fatto che essi incomincino a rifiutare di prendere parte al gioco può essere il fatto che segna l’inizio della fine di un periodo “(E non parliamo  del discorso sulle ‘istituzioni totali’ di Michel Foucault..).

    Rassegniamoci! La ‘società aperta’ su cui noi nutriti di valori liberali e cristiano-illuministici  siamo accampati, più o meno agiatamente, con la consapevolezza di vivere nel ‘meno peggiore dei mondi possibili’, per una parte crescente dell’umanità (anche europea) è un incubo, una gabbia soffocante da cui ci si libera con la droga o con un impegno politico totale che non lascia spazio più a niente (di qui il fascino esercitato su non pochi giovani del Vecchio Continente dall’ISIS, ultima e più radicale incarnazione della mens totalitaria e della sua implacabile ostilità alla civiltà moderna).

    Far rilevare che “le ricette statal-collettivistiche” sono risultate “economicamente disastrose”, che sono ”nemiche delle libertà civili e politiche”, e riproporre “ la domanda retorica nota a tutti i liberali: se le cartiere appartengono allo Stato come è possibile la libertà di stampa” ha senso  soltanto se ci si rivolge a un interlocutore che condivida i nostri principi, abbia frequentato le nostre stesse scuole (in senso lato), parli, per così dire, la nostra stessa lingua. Sarà “una concezione sbagliata, semplicistica, della natura degli esseri umani” quella su cui si fonda la “presunzione di poter forgiare, attraverso lo Stato, l’uomo nuovo” ma per certe ‘razze dello spirito’ non è né sbagliata, né semplicistica  mentre è illusoria la pretesa di tenere uniti gli individui  tutelando i diritti, accordando gli interessi, assicurando la piena occupazione (irraggiungibile, peraltro). Insomma le ‘argomentazioni in grado di spiegare perché ‘l’illusione prometeica’porti al totalitarismo politico e al disastro economico stanno sul piano dell’opinione ragionevole (la doxa) non su quello della ragion scientifica tant’è vero che nessuno, in democrazia, pensa di internare in un manicomio un marcusiano o un evoliano mentre un discorso differente andrebbe fatto con un comunista o con un nazista che pensassero che due per due a volte fa quattro, a volte fa sette. Per chi ‘sta fuori’, la negazione del ‘cattivo esistente’ può portare al Lager o al Gulag ma si tratta di un incendio purificatore, di una santa crociata che se anche dovesse tradursi in una Götterdämmerung sarebbe un tentativo eroico e generoso, un esempio da tramandare alle nuove generazioni. Non sto dicendo che questo stile di pensiero sia, per noi occidentali liberaldemocratici, l’antimateria o meglio un tumore sempre più esteso che finirà per distruggerci. Nella società contemporanea, si assiste a un  agnosticismo etico-politico grado di ridurre la quantità e la passionalità delle ‘azioni politiche’ in senso crociano. La nostra sicurezza, detto brutalmente, poggia su una crescente e sempre più diffusa ‘apatia’ sentimentale che ha l’aspetto del rifiuto della violenza ma che si nutre di estetica (“vedere quelle orrende immagini al TG proprio mentre mangiamo…!”) più che di etica e di ‘fondamentali diritti umani’. Gli scritti degli assertori del ‘diritto cosmopolitico’ e della ‘cittadinanza universale’ – nei quali si avverte, in maniera inequivocabile, più l’odio dei loro avversari ideologici (definiti nazionalisti, fascisti, razzisti, imperialisti) che non la sollecitudine per i ‘dannati della terra’,  per riprendere un’espressione d’antan – sono una moda accademica che non ha toccato le masse, che, in democrazia, sono quelle che contano.

    Nelle regioni del sociale in cui è  ancora vivo e vegeto, però, l’anti eccita ed esalta più del pro: per questo non farei troppo affidamento sul ripudio della violenza,  che ormai sarebbe iscritto nella nostra anima a caratteri di fuoco dopo le esperienze dei campi di sterminio con la falce e martello o la croce uncinata e le carte internazionali dei diritti dell’uomo e del cittadino. Per gli ‘interessati alla politica (sempre meno)  e per gli ‘addetti ai lavori’ vedere i propri avversari ideologici cadere stecchiti al suolo può persino essere divertente come in fondo sono divertenti le uccisaglie dei “western spaghetti”.