• Italia – Germania 23 a 22

    La Germania viola le regole europee quanto l’Italia. Questo dato quantitativo indurrà un buon numero di Calimero (il pulcino lamentoso) a supporre confermata la propria visione del mondo: se la prendono con noi perché siamo nati disgraziati. Il fatto è che quella classifica ufficiale, stilata da Eurostat, deve essere letta anche sotto l’aspetto qualitativo, giusto per evitare di passare a far la parte di Super Pippo, che ingoiata un’arachide liberava il mondo da ogni ingiustizia.
    Eurostat ha preso in esame dieci anni (2005-2014), utilizzando undici misuratori per ciascun Paese. In tutto, quindi, 110 valutazioni ciascuno. L’Italia risulta non rispettosa dei parametri nel 23% dei casi. La Germania nel 22. La Francia nel 26. Uscendo dal gruppo pienamente paragonabile (le tre potenze economiche più importanti), i disallineamenti crescono: Spagna fuori misura nel 57% dei casi, Irlanda nel 54. Ma giusto questi ultimi due Paesi ci aiutano a capire che quella mera misurazione non consente di capire molto, visto che si tratta dei casi di migliore crescita della ricchezza, dopo la spaventosa botta recessiva. Violare i parametri aiuta a crescere? Non esattamente: un atleta indisciplinato, che prenda più vitamine del normale, può anche trarne un vantaggio, ma un diabetico che viola i precetti e s’abboffa di torte al cioccolato non è un discolo fantasioso, ma uno in coma iperglicemico.
    La Germania ha sfondato i parametri del deficit per bilanciare il costo sociale di riforme che ne hanno cambiato profondamente il mercato produttivo interno; noi li sfondiamo per finanziare bonus, destinati ad altri soggetti. I tedeschi sfondano il parametro della bilancia commerciale, accrescendo il peso della loro potenza economica; noi quello del debito pubblico, accrescendo la nostra impotenza. Il loro debito pubblico è cresciuto (percentualmente) più del nostro, negli anni della crisi, perché lo hanno usato in funzione anticiclica; da noi è cresciuto meno, ma solo per alimentare sé stesso, essendoci mangiati in anticipo le politiche anticicliche. Noi abbiamo attraversato la stagione delle massicce vendite di beni pubblici senza contrarre la spesa pubblica e riducendo (allora) troppo poco il debito; loro hanno privatizzato meno, ma hanno tagliato di più, risalendo la china con salari minimi assai bassi, che sono l’opposto dei bonus. Il risultato di 22 a 23, quindi, dice poco e nulla, perché l’esito della partita è opposto: loro hanno contrastato la recessione e cavalcato la globalizzazione, noi abbiamo subito la prima, con una durezza a loro sconosciuta, mentre i nostri campioni esportatori cavalcano il mondo beccando in Patria scudisciate sulle terga.
    Non ha senso Calimero, con il suo piagnucolare sull’essere discriminato, ma ha ancora meno senso il Super Pippo che sfoggia la tuta rossa e il mantello spiegazzato sol perché “ora c’è il segno più”. Quel segno è inferiore alla media europea, il che comporta un progressivo e inarrestato aumento del nostro svantaggio competitivo. Può anche unire gli spinaci alle noccioline, ma sarà saggio piantarla con le anfetamine.
    Fondazione Edison svolge da anni un meritorio lavoro sulla misurazione del debito aggregato (pubblico più privato), dimostrando che la nostra solidità, in rapporto al patrimonio, è simile a quella tedesca. Sono dati che ho più volte utilizzato, con doppia gratitudine. Ma occhio a non perdere di vista alcune conseguenze. Il fatto che il debito pubblico sia, da noi, molto alto, compensato da un più basso (rispetto ad altri) debito privato, comporta uno spostamento di risorse dai privati allo Stato. Ed è un male. L’importanza equilibratrice del patrimonio privato è un bene, ma da non sbandierare incautamente, altrimenti qualcuno potrebbe dire: visto che il debito vi debilita, mettete una patrimoniale e abbattetelo. Inoltre, dal 1995 al 2014 la componente privata del debito aggregato, in Germania, è diminuita, mentre in Italia è aumentata. Potrebbe essere un buon segno, se fossero investimenti, è un brutto segno se si tratta di esposizioni prodotte dal tentativo di restare a galla (che poi si riflettono negativamente sulla solidità del sistema bancario).
    Morale: serve a nulla trovare numeri per giustificare o mascherare insuccessi, serve trovare il lucido coraggio di aggredire i mali che forse altri non hanno il diritto di rimproverarci, ma noi abbiamo il dovere di riconoscere: troppa spesa pubblica e troppo debito. Mamma e papà del fisco demoniaco, che ha loro dato una nipote velenosa: la paura dell’impoverimento.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it
    @DavideGiac

    Pubblicato da Libero