• Giustizia è (s)fatta

    Cosa succede se un magistrato, che dovrebbe presidiare il rispetto delle leggi, viene meno al suo dovere o passa il tempo a sostenere che le leggi di quel rispetto non sono degne? Succede che se lo fai osservare vieni querelato. Il problema non è che, in questo modo, ti tocca fare l’imputato per anni, senza che nessuno ti risarcisca mai nulla. Il problema è che nessuno interviene quando si accerta che hai ragione. Anzi, la querela e la lentezza della giustizia finiscono con il servire proprio a evitare che della giustizia e del come viene amministrata qualcuno si occupi. Vi rubo pochi minuti, ma credo sia esemplare.
    Cesare Romiti pubblica un libro, intervistato da Paolo Madron (“Storia segreta del capitalismo italiano”, Longanesi). Parla anche delle inchieste giudiziarie sulla Fiat. Testuale: “Fu il vicecapo della procura di Torino, Maddalena, che mi aprì gli occhi. Un giorno chiamò il nostro responsabile dell’ufficio legale, Ezio Gandini, e gli disse: <>”. L’intervistatore chiede: “Disse anche da dove provenivano quelle soffiate?” Risposta di Romiti: “Sì, disse che provenivano dall’entourage di Umberto Agnelli”. Quindi, come dire, non erano poi così anonime. Mai possibile che una cosa del genere sia avvenuta? Il procuratore che avverte il potenziale indagato che taluni suoi collaboratori passano informazioni alla procura!
    Ne scrivo nel 2012, sostenendo che se fosse vero sarebbe gravissimo. Non sto neanche a ripetere perché, tanto la cosa è evidente. Non conoscendo la verità concludevo: o il procuratore Maddalena è venuto meno ai suoi doveri o Romiti dice il falso e l’offeso non può che querelarlo. Difatti lo querela, affermando che le parole di Romiti, false, comportano una gravissima infamia per un magistrato, ma querela anche me. Sostenendo che lui il libro non sapeva neanche esistesse (a Torino? una bomba simile fra Fiat e procura?) e che l’ho pesantemente offeso supponendo possa essere vero. Amen, andiamo a processo.
    Nel primo grado si accerta che quanto detto da Romiti era vero. A quel punto Maddalena ritira la querela a Romiti e io vengo condannato. Surreale. In appello, a sei anni dall’articolo e dal libro, vengo assolto “perché il fatto non costituisce reato”. Il “fatto”, però, sarebbe il mio articolo. E l’altro fatto? Quello raccontato da Romiti? E l’averlo definito falso salvo essere stato provato come vero, al punto che il querelante ritira la querela, quel fatto che fine fa? Sparisce nel nulla.
    Ero già stato querelato da Maddalena, giacché avevo letto e recensito un suo libro (“Meno grazia più giustizia”), mettendo in evidenza i numerosi passaggi in cui non solo il magistrato criticava pesantemente le leggi vigenti, frutto di legislatori (e avvocati legislatori) assoggettati al potere economico e alle sue devianze criminali, ma tesseva le lodi della custodia cautelare quale anticipazione della pena in capo a chi, certamente, sarebbe stato poi condannato. E la Costituzione, la presunzione d’innocenza? Quella certezza faceva a pugni con tutto quanto il diritto vigente, nonché con le sue secolari tradizioni. Azzardai a scrivere che l’autore si “gloriava” di svillaneggiare le leggi. Fui condannato in primo grado. In secondo grado riconobbero che tutti i giudizi erano basati su cose che Maddalena aveva effettivamente scritto, ma fui condannato perché gli attribuii il “gloriarsi”. Surreale. In via definitiva fui assolto.
    La giustizia trionfa, sebbene in ritardo? No, perché in entrambi i casi a giudizio va chi mette in luce roba davvero poco commendevole, ma nessuno fa poi nulla sulla condotta del magistrato. A che serve il Csm se qualsiasi togato si può permettere roba di questo tipo? Scusate per il tempo sottratto, ma mi preme sottolineare una sola cosa: il problema non è mica mio, che mi tocca fare l’imputato per lustri avendo raccontato cose vere, ma di tutti, proprio perché sono vere.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it
    @DavideGiac

    Pubblicato da Il Dubbio