• Conti di fine anno

    Il modo in cui s’annaspa fra i conti pubblici potrebbe indurre compatimento, ma fa paura l’idea che così si proceda verso il dirupo di fine anno. La commissione europea ci chiede un aggiustamento di 3.4-3.2 miliardi. Non solo è poco, ma se si correggono i dati con la maggiore (sebbene asfittica) crescita il conto scende a 2.5 miliardi. Se da quelli si detraggono i 2 che avremo per il terremoto, si giunge agli spiccioli. La questione andava chiusa immediatamente, dicendo: a. abbiamo contestato il modo in cui si calcola il deficit strutturale, con un ragionamento che per noi resta valido; b. comunque aderiamo subito al vostro invito, perché conveniente. Cincischiando, invece, si va verso lo schianto di fine anno, quando i conti dovranno essere corretti per non meno di 20 miliardi.
    Qualche buontempone pensa di ovviare votando prima, come se il problema non fosse quel che si deve fare, ma quel che non si vuole raccontare agli italiani. Il solo fatto che circoli una simile idea descrive l’immagine che questa classe dirigente ha di sé e trasmette all’esterno: sconfortante. Come il caos su temi fondamentali, direttamente legati alla gestione del debito e del negoziato con la Commissione: ci sono membri del governo che si dicono contrari a ulteriori privatizzazioni, mentre altri vorrebbero andare avanti. Il ministro dell’economia prova a conciliare: “Le privatizzazioni fin qui fatte e quelle che faremo non tolgono lo Stato dal posto di guida”. Quindi non sono privatizzazioni. Ecco l’errore, la confusione fra vendere e privatizzare, la dottrina che ci inchioda ad essere gli europei che crescono meno.
    Se, ogni anno, si vende per un ammontare inferiore al costo del debito pubblico, si ottiene solo che il debito non scenda e che ci s’impoverisca patrimonialmente (rendendo il debito più pericoloso). Grazie alla Banca centrale europea il debito ci costa oggi 17 miliardi meno che nel 2012, con risparmi cumulati per 47.6 miliardi, eppure cresce. Perché ci costa comunque poco meno di 67 miliardi e in quell’inceneritore gettiamo, da quattro lustri, i nostri avanzi primari. Se si fa cassa per cifre inferiori la montagna resta intatta, in compenso si allargano gli spazi per la spesa corrente, magari sperperata in bonus a nulla, così aggravando i nostri mali. Occorrono approccio e strumenti diversi: non incassi annui, continuamente messi in discussione, ma un programma decennale, per centinaia di miliardi, eseguito mediante società entro cui far confluire tutto quello che si ritiene vendibile, affidate alla gestione di terzi vincolati al risultato, quindi immediatamente monetizzabile. La difficoltà principale è data dalla pluralità di soggetti cui i beni sono variamente intestati, ma è un ostacolo di carta. Se governo e legislatore non riescono ad abbatterlo è segno che di carta sono anch’essi, ma pesta.
    Vendere, però, non basta. Anzi può essere negativo, come l’orrida storia di Telecom Italia dimostra. Serve privatizzare: lo Stato dismette la propria presenza nel mercato, garantendone il passaggio alla libertà e alla competizione. Il contrario di quel che dice Padoan, che vuole vendere e comandare. E’ quel modo di ragionare che ha creato tre Italia: quella che sa competere nei mercati globali, e cresce bene; quella che campa di rendita e spesa pubblica, facendo da zavorra; e quella che galleggia senza far nulla, in parte impoverendosi drammaticamente e in parte godendo di ricchezza familiare accumulata.
    Se si agisse assennatamente avremmo una tesi seria da sostenere, cercando di ricavare margini per investimenti pubblici. Se si annega nel bacile, invece, s’è già morti non dico nel mare aperto, ma anche solo nella piscia europea. Si continua a far passare le protezioni per delle costrizioni, dilapidando il tempo della quiete, che va esaurendosi in fretta. Il tutto discutendo di: come si vota? quando si vota? ci uniamo o ci scindiamo? Ci fracassiamo, così procedendo.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it
    @DavideGiac

    Pubblicato da Il Giornale