• Cosa si nasconde dietro la post-verità, oltre la retorica

    Da quando, nel 2016, è stata eletta parola dell’anno dall’Oxford Dictionary, la “post-verità” è entrata nel linguaggio comune. Lo ha fatto con tutte le semplificazioni e confusioni del caso, accompagnandosi a moralismi e retoriche insopportabili, prestandosi strumentalmente a ogni tipo di discorso o recriminazione sociale. È tempo di fare ordine, con competenza e capacità di sintesi. E’ questo lo scopo, perfettamente raggiunto, che il filosofo Giovanni Maddalena e il sociologo Guido Gili si sono proposto nel loro agile e denso volume pubblicato dalle Edizioni Marietti 1820 : Chi ha paura della post-verità? Effetti collaterali di una paranoia culturale (pagne 115, euro 12). La prima scoperta che si fa leggendo queste pagine è che la “post-verità” non è affatto problema del nostro tempo, essendo al centro della riflessione filosofica, sociologica e delle teorie della comunicazione e del giornalismo da più di cento anni. Credere nella verità o nella realtà “oggettive” oggi, almeno dopo Nietzsche, è appannaggio di correnti di pensiero di minoranza. Non solo: il processo di “derealizzazione”, che a grandi linee il libro ricostruisce (ma chi per chi vuole approfondire in appendice c’è un ricco apparato di note), è stato per lo più visto in senso positivo, come emancipazione e liberazione dai vincoli e dalla violenza della verità classicamente intesa (si pensi al pensiero francese dei Foucault o dei Derrida, ma anche al “pensiero debole” di Gianni Vattimo). Per lo più, oggi sono proprio gli ambienti culturali e quei mezzi di comunicazione che avevano insistito sulla positività di una prospettiva “costruttivistica”, come la chiamano gli autori, della verità, quelli in prima fila nella battaglia contro le “fake news”, cioè le notizie in vario modo “manipolate e “pettinate”. Cosa è successo? Perché la “post-verità” è diventata di colpo un’emergenza? Sostanzialmente per due ragioni, secondo Maddalena e Gili: per l’irrompere sulla scena pubblica e comunicativa internazionale di attori imprevisti e sgraditi, “non autorizzati” o al di fuori della cultura mainstream (da Putin ai fautori della Brexit, per intenderci); per la possibilità che oggi tutti hanno di farsi player della comunicazione, in un totale processo di disintermadiazione e democratizzazione della stessa. Quale la soluzione? Ritornare (e poi come?) al vecchio realismo o sviluppare fra il grosso pubblico, come noi crediamo, lo spirito critico e la conoscenza delle modalità comunicative e manipolative? Maddalena e Gili propongono, proprio alla fine del loro discorso, una terza soluzione: un “realismo ricco” e non scettico i cui contorni non sono in verità ben chiari. Questa parte propositiva del libro è la meno convincente, o forse è ancora da sviluppare.
    (pubblicato su “Il Mattino” di martedì 13 marzo 2018)