• Rutelli e il democratismo assoluto dell’era social

    Rutelli e il democraticismo assoluto dell’era social

    I politici di razza hanno sviluppata in sommo grado la capacità sintetica, mentre gli studiosi si attardano più nell’analisi. La sintesi è necessaria all’azione, ma non può essere il frutto di semplificazioni velleitarie o, peggio, demagogiche come quelle che hanno corso nella politica attuale. Francesco Rutelli non corre questo pericolo e, con il suo ultimo libro, riesce a cogliere con grande acume quella che è la caratteristica più evidente del nostro tempo, su cui pure in pochi puntano l’attenzione: la scomparsa di ogni mediazione e la pretesa di essere tutti in grado di attingere, quasi per virtù mistica, la verità delle cose. Contro gli Immediati. Per la scuola, il lavoro, la politica (La Nave di Teseo, pagine 237, euro 18) è, prima di tutto, una requisitoria contro il nostro tempo. Una messa sotto acusa di un momento storico in cui, all’insegna dell’ “uno vale uno”, tutti si ritengono in grado di parlare di tutto senza la mediazione del concetto, degli esperti, delle agenzie accreditate. “L’immediatezza, gli sms per le nomination del Grande Fratello, il pollice dirttoo verso dei like, le faccine incazzate o sorridenti degli emoticon, il piromaniacale ‘adesso bruciamo tutto: da qualche parte si ripartirà’ ”: tutte facce di una stessa medaglia, tutti aspetti di una sorta di volontario inebetimento collettivo. È una caratteristica che preoccupa, almeno per chi ha a cuore le sorti della cultura e della civiltà occidentale. La quale proprio sulla mediazione ha costruito la sua identità e potenza: “la verità, diceva Hegel, è l’intero, e l’intero è il risultato di un processo”. Oggi è proprio questo processo, il travaglio del concetto, che si vuole bypassare. In nome di un democraticismo assoluto, la parola d’ordine è diventata ovunque: “disintermediazione”. Ecco, allora l’estemporaneità e bizzarria dei giudizi politici, le recensioni iconoclaste ai classici presenti su amazon, la messa in discussione delle evidenze scientifiche, la “teoria dei complotti”, ecc. ecc. Il tipo bizzarro, il folle, non viene tenuto ai margini della società, ma viene preso sul serio e ha anche il suo quarto d’ora di celebrità. Un’emozione, per quanto passeggera per definizione, viene ritenuta più importante dello spirito critico, che viene giudicato noioso e faticoso. In più, come ricorda Rutelli citando il politilogo americano Sunstein, ognuno tende a parlare solo coi propri simili, con chi la pensa come lui e le conferma nelle sue idee, per quanto sballate esse siano. Di qui uno spirito di setta che i social esaltano, la fine di ogni rapporto dialogico (e quindi fatto di mediazioni) con l’altro, l’incomprensione di quel principio fondamentale di ogni società aperta che è l’idea che la verità non è mai esclusiva di nessuno e che solo dal confronto può nascere una sintesi superiore. E’ il senso del liberalismo, ma anche i liberali, nella situazione attuale, sono costretti a fare della loro dottrina una teologia. Tutto questo, osserva quasi sconsolato Rutelli, proprio nel momento in cui la società è diventata tanto complessa da rendere impossibile individuare “ricette semplici” e onnivalenti. Ma tant’è! Occorre non imprecare o elogiare i nuovi tempi, ma capirli con spirito di realismo per poterli correggere o trasformare. Rutelli propone di ripensare la “politica dei tempi medi”, di ricominciare a programmare in vista di risultati da ottenere sul medio-lungo periodo piuttosto che del consenso immediato da portare a casa. Vasto programma, non c’è dubbio. Ma conviene provarci.

    (pubblicato su “Il Mattino”, martedì 2 gennaio 2018)