• Il rimedio peggiore del male

    Le vie dell’inferno a volte sono, o potrebbero essere, lastricate di buone intenzioni. E non c’è dubbio che l’intenzione del legislatore di combattere le molestie sessuali nei luoghi di lavoro, a cominciare dalla pubblica amministrazione, abbia a tutta prima l’aria di essere un’iniziativa lodevole. Quale migliore occasione del rinnovo del contratto di lavoro degli statali per recepire in esso una norma che prevede la sospensione, prima, e il licenziamento, poi, di chi se ne rende autore?
    La pena sarebbe così prevista, da oggi in poi, da contratto, e lo sarebbe nei casi in cui si presentassero “atti o comportamenti o molestie a carattere sessuale di particolare gravità”. Con questa iniziativa, il governo compie un doppio movimento: da un latto rende indipendente dal processo penale il giudizio sugli atti o comportamenti incriminati; dall’altro, rende più precisa, ma anche paradossalmente più equivoca, la clausola presente nel vecchio contratto, che faceva scattare le sanzioni di fronte a comportamenti o atti “lesivi della dignità umana”. Ne valeva la pena? Per quanto il concetto di dignità sia anch’esso scivoloso, non è dubbio che esso conservava un carattere di “oggettività” che scompare del tutto di fronte ai tanti casi di “molestie sessuali” che, come i fatti di cronaca degli ultimi giorni dimostrano, non sempre sono netti come si vorrebbe essendo spesso frutto di percezioni soggettive o comunque variabili nel tempo.
    Si potrebbe dire che questa volta il “diavolo si annida nel dettaglio”: nel testo della bozza di contratto, infatti, gli atti e comportamenti di tipo sessuale vengono distinti ma equiparati, nella condanna disciplinare, alle molestie vere e proprie. Il che, seppure in prospettiva, lascia presagire l’imputabilità anche di affermazioni e azioni del tutto innocenti, molte delle quali pure connotano la nostra quotidianità: relazioni pertinenti al semplice ambito delle relazioni umane o anche, perché no?, a quel campo della seduzione che, pur giocandosi a livello intellettuale, proprio perché messo in atto da esseri umani, non può mai essere del tutto codificato o reso senza anima.
    Queste relazioni si giocano tutte a livello di quello “spirito di finezza” di cui già Blaise Pascal parlava e che, se scomparisse, lasciando campo come vorrebbe il legislatore al solo “spirito geometrico”, finirebbe per impoverirci spiritualmente e farebbe regredire la nostra stessa umanità. C’è da chiedersi se dopo tante battaglie per immettere la vita, con le sue irregolarità, negli uffici di lavoro, non si rischi di cadere nel modello della fredda “gabbia d’acciaio” di weberiana memoria
    Il rischio insomma è che, in nome di una “deriva politicamente corretta”, vengano messi in gioco alcuni principi fondamentali di una società libera. In primo luogo, l’idea che non tutto può essere ridotto a norma e “regolarizzato2, perché la vita trabocca sempre e distrugge le forme in cui tentiamo di ingabbiarla o razionalizzarla. Poi, l’idea che, tutto normando, non ci siano più ambiti umani soggetti a dubbi e che si prestino a sfumature di giudizio e a contestualizzazioni storico-ambientali. Il che, a ben vedere, è un ideale altamente deresponsabilizzante. E anche pericoloso nella precisa misura in cui può fare di un innocente una vittima, sottoponendola al giudizio e pregiudizio morale ancor prima di avere diritto di replica e di difesa garantito a chiunque in sede penale. Che oggi su certi temi ci sia più sensibilità è sicuramente un bene e una conquista. Che la sensibilità si converta in una nuova ideologia incurante dei chiaroscuri, di questo sinceramente non se ne sente proprio il bisogno.
    (pubblicato su “Il Mattino”, lunedì 4 dicembre 2017)