• Quando dire “no” fa la differenza

    Il tema della negazione percorre la storia della filosofia occidentale, che ne è come ossessionata. Non potrebbe essere altrimenti, visto che l’esperienza umana ha col negativo un rapporto intrascendibile: sappiamo ad esempio di dover morire e questa consapevolezza accompagna, più o meno rimossa, ogni giorno della nostra esistenza. Non c’è però solo il nulla ontologico, ma anche la negazione logica e quella che avviene all’interno del linguaggio e ci permette di definire e nominare le cose. Tre piani che spesso nei filosofi si sovrappongono e confondono. Roberto Esposito, attraverso una originale rivisitazione di autori e momenti del pensiero filosofico, prova ora a ritagliarsi uno spazio che permetta di far uscire la negazione dal cono d’ombra in cui è stata relegata in vista di un pensiero che affermi e non neghi, che converta cioè la negazione in differenza, opposizione fra positivi, determinazione: Politica e negazione. Per una filosofia affermativa (Einaudi, pagine 207, euro 22). Di questo movimento mai come oggi c’è bisogno: non solo perché i concetti che hanno fatto da guida alla modernità si sono per così dire svuotati di senso dall’interno (è un tema questo caro da sempre a Esposito), ma anche perché questo processo ha un riscontro particolarmente gravoso sulla politica. Essa, come vediamo in questi nostri anni tumultuosi, nonostante le tragedie novecentesche, continua a pensarsi a partire da un Nemico esterno assoluto che vuole annientare (illuminanti sono le pagine di Esposito su Carl Schmitt e Martin Heidegger, che restano all’interno di questa dialettica). Che invece la negazione vada vista come un diverso, e pertanto non annullata ma assunta in dosi immunitarie, né vada concepita come semplice difettività di essere (alla maniera ad esempio di certa teodicea cristiana alle prese col problema della presenza del male nel mondo), lo aveva già intuito Platone nel Sofista. È però Baruch Spinoza che, nella sua metafisica, riesce a dar conto sia delle prospettive parziali con cui l’uomo legge il reale (i “modi”), e che in qualche modo sono funzionali al reale stesso, sia dell’unità e positività del tutto (la “sostanza”). Ciò che nel grande pensatore ebreo veniva messa in scacco era l’idea di un Dio che crea il mondo dal nulla. E non è un caso che questa idea si ritrovi nella trasposizione politica hobbesiana: lo Stato moderno è un atto creativo di un legislatore a partire dall’annullamento senza scarti del “negativo” che lo precede, cioè dello “stato di natura”. La stessa idea di una “libertà negativa”, cara ai liberali, sconta questa origine e può essere trasvalutata solo da una idea non banale di “libertà positiva”, come può essere quella teorizzata da Hannah Arendt. Più radicalmente, come scrive Esposito, “si può ben dire che non esista nella semantica politica moderna –costituita all’incrocio delle categorie di soovranità, uguaglianza, libertà e popolo- una forma di democrazia, rappresentativa o diretta, capace di sfuggire alla declinazione negativa che la pone in contrasto con i propri principi”
    Nella genealogia di Esposito entrano poi autori come Niccolò Machiavelli, con la sua idea che l’ordine, nonché la gloria e potenza, di una comunità politica (ad esempio la Roma repubblicana) nasce dal conflitto e non dalla concordia; Immanuel Kant, con la sua teoria delle “quantità negative” che sono tali solo in virtù della relazione che istituiscono con le positive (ma perché non citare, su un piano antropologico, anche l’insistenza kantiana sulla positività che per la società ha la “socievole insocievolezza” che caratterizza gli umani?); Friedrich Nietzsche, che vede il mondo, e anche ogni singolo individuo, come il risultato di un equilibrio precario di forze che lo attraversano (e che tendono ognuna a conservarsi e potenziarsi secondo i dettami della “volontà di potenza”). La lezione di Nietzsche è stata poi ripresa da Gilles Deleuze, che non senza contraddizioni e ambiguità si è incamminato con la sua idea di “differenza” lungo i sentieri di una “filosofia affermativa” (Nietzsche diceva che occorre “dir di sì” alla vita), e soprattutto da Michel Foucault. L’implacabile analisi compiuta da quest’ultimo porta a far sì che egli riconosca “il carattere strettamente relazionale dei rapporti di potere”, con tutte le loro sfumature, che non possono essere ridotte alla semplicistica semantica dei forti contro i deboli. Non è, dice sempre Foucault, “che ci sia da una parte il potere e dall’altra quello su cui esso si eserciterebbe, e che la lotta si svolga fra il potere e il non-potere”. Basterebbe già solo questa consapevolezza per smussare i toni del conflitto politico attuale. Il conflitto, nell’ordine delle idee di questo libro, è utile e necessario, ma mai deve dimenticare che gli attori che si prefiggono di annullare l’Altro alla fine distruggono sé stessi.
    (pubblicato su “Il Mattino”, venerdì 9 febbraio 2018)