• Qualche riflessione (personale) sulle cose ultime (e sul loro rapporto con le penultime)

    Lo dico subito: non credo. Non lo giudico uno stato permanente perché credere o non credere, come ci insegna il cristianesimo, non ha qualcosa di permanente e dipendente da noi. Diciamo che fino ad oggi non sono stato toccato dalla grazia divina, ma, oltre a rispettare chi lo è stato, mi metto nello spirito di apertura verso questa evenienza. Sono allora ateo? Certamente no. Anche quella dell’ateo è una forma di credenza o di fede, una salda convinzione che, come l’altra, non ho. Certo, qualcuno potrebbe dire che è la scienza che ci fa smontare ogni idea di Dio. Ma, a parte il fatto che non sembra proprio essere così de facto, non potrebbe esserlo nemmeno in principio. La scienza usa un suo metodo per raggiungere la sua verità, ma che quella raggiunta sia la Verità con la v maiuscola e che il suo sia l’unico metodo di confrontarsi con la realtà, non sembra affatto potersi affermare. Anche chi riduce la mente a un oggetto o a una funzione fisica deve prima o poi convincersi che quella mente e quella funzione, nel momento in cui sono affermati, non sono più nulla di fisico, o oggettivamente esistente, ma prodotti di pensiero e pensati essi stessi. La vita, diceva notoriamente Shakespeare, è fatta della stessa stoffa dei sogni. E torto, mi sembra, non gli si possa dare. Ecco, col pensiero, la logica, il ragionamento, mi sembra che quello che possa dirsi, almeno fino a quando la fede, che ragione appunto non è, non ci colga o folgori, come suo dirsi, “sulla via di Damasco”, è che su Dio non si può parlare. Non si può quindi né affermarne l’esistenza né il suo contrario. Se Dio è per definizione infinito, con la logica nostra, che è logica del finito nel doppio senso che si applica ad oggetti finiti ed è essa stessa finita, non si può parlare di ciò che si pone in quella dimensione. Perciò la fede è sacrificium intellectus, come dicevano i teologi medievali, che se ne intendevano. I quali aggiungevano pure, per rimarcare l’estraneità della fede alla dimensione razionale: credo quia absurdum est. Senza che ci fosse in loro, ovviamente, quella spesso inconscia, ma comunque irrazionale, credenza che abbiamo ereditato dall’illuminismo per cui l’intelletto e la razionalità starebbero per principio un gradino più in alto di ogni altra dimensione umana. Ecco, nella mia dimensione razionale, mi dico agnostico: non so e non conosco; e né posso sapere e conoscere nelle mie condizioni di finitezza. Ma, oltre a questa dimensione metafisica, diciamo così, ce ne è subito un’altra, diciamo storica, del fenomeno religioso. La quale poi, anche questo abbastanza ovviamente, interseca la stessa teoria. Da questo punto di vista non posso non considerare che il cristianesimo ha informato e informa di sé buona parte della nostra vita e della nostra civiltà occidentale. Tanto che le stesse categorie con cui pensiamo, agiamo, i nostri stessi comportamenti, spesso al di là di ciò che sembra in prima istanza, sono profondamente e essenzialmente cristiani. Il fatto è poi che la nostra religione cristiana, le cui basi sono ovviamente già tutte in quella ebraica, è davvero una religione molto particolare. Come particolare è stata ed è la nostra civiltà occidentale che, nel bene e nel male, ha cambiato volto alla terra e alla stessa umanità. È una religione rivoluzionaria perché mette al centro non la divinità, a cui bisognerebbe ciecamente sottomettersi, come ad esempio nell’Islam, ma l’uomo stesso. Non l’uomo come generica e astratta umanità, ma ogni uomo preso nella sua irripetibile e non riduce singolarità. La quale, in qualsiasi modo essa sia atteggiata, ha una sua dignità. Un Dio che si fa Uomo e che predica l’assoluta uguaglianza degli uomini tutti in quanto fratelli nella figliolanza a Dio, non era ancora dato vedere. Tanto che, con conseguente ma in questa sede inopportuno discorso filosofico, si potrebbe dire che la religione di Cristo conteneva  in sé, come germe destinato a svilupparsi, la stessa secolarazzizione attuale. E in se conteneva persino  lo stesso suo annullamento, che è poi un inveramento nella vita vissuta di un’etica cristiana e liberale, a cui sembriamo essere destinati. È un discorso teorico, il mio, ma anche storico, se è vero come è vero che le stesse nostre istituzioni liberali sono sviluppate gradualmente dal seno di quelle cristiane e medievali. E non per rottura, come, per polemica politica, pretendeva fosse stato l’illuminismo. Dirsi cristiani e difendere la nostra tradizione cristiana ha per me soprattutto questo valore essenziale. Ma, sia beninteso, questo non ha nulla a che vedere con l’ideologia dei cosiddetti “atei devoti”. Nulla di strumentale, nel mio discorso, alla buona tenuta di una società. Ecco, se proprio dovessi dare una definizione di me, direi che sono un non credente, agnostico, cristiano. Troppo complicato?