• Prevalenza degli “esperti” e cultura liberale

    Ci sono tante ragioni per diffidare della presenza di “esperti” nel dibattito pubblico e in genere nella vita sociale, e soprattutto in quella politica. Ma se si vuole affrontare il problema filosoficamente bisogna essere radicali, cioè appunto andare alla radici. “La natura delle cose -diceva Giambattista Vico- è nel loro nascimento”. Bene, io qui voglio avanzare la mia tesi, cioè dare la mia spiegazione del fenomeno: non è la società che chiede aiuto agli esperti ma è certa cultura, quella che negli anni è diventata dominante, che ha imposto alla società la sua ideologia, che ha creato le condizioni affinché la società stessa richieda a lei expertise. Certa cultura si forma e si istituzionalizza, ai nostri tempi, non per coltivare disinteressatamente la passione per la verità, ma per porsi sul mercato, che ne sia consapevole o no, come dispensatrice di competenze e venditrice di consulenze. Si tratta, tuttavia, di un mercato per lo più statale, finanziato col denaro pubblico: l’impresa privata cerca generalmente utili più immediati, profitti più concreti. Con una sorta di azzardo lessicale, ma non credo concettuale, potremmo chiamare questa situazione “keynesismo culturale”. Ovviamente, non intendo dire che Keynes sia stato l’iniziatore e l’artefice consapevole di un fenomeno così vasto, che fra l’altro non concerne oggi solo l’economia ma le scienze sociali nella loro estensione più lata. Dico più semplicemente che è in Keynes, o meglio nel keynesismo, che si trova questo modo di concepire il lavoro intellettuale, questa idea dell’interscambio totale che esso deve avere con il mondo della politica e delle decisioni. E che è qualcosa di simile e diverso insieme da quel fenomeno che in tempi non troppo lontani si era chiamato “impegno” ed era proprio degli “intellettuali organici” di area marxista: nei confronti del quale esso si pone, in qualche modo, come una secolarizzazione e un surrogato. La stessa filosofia, fattasi ossimoricamente “filosofia politica” (Croce, Oakeshott), si è incamminata, ad esempio col rawlsismo, lungo la china pericolosa della consulenza o “verità a contratto”. Non si spiegherebbe altrimenti la fioritura eccezionale di studi ispirati da certi astratti paradigmi, così come non si capirebbero le tante “applicazioni particolari” di presupposti di pensiero non nuovi e tutto sommato alquanto banali. Non è un caso che questo posizionamento epistemologico abbia corso soprattutto in ambito liberal, o socialdemocratico, o comunque di sinistra. L’intellettuale è quasi sempre, anche nell’immaginario comune, “intellettuale di sinistra”. E lo è perché, anche se non lo porta sempre a coscienza, deve prima di tutto difendere e poi pensare ad allargare le maglie munifiche dei propri committenti: dispensatori di consulenze “tecniche”, come si dice. Solo uno Stato disposto a spendere risorse pubbliche ingenti può teoricamente aumentare a dismisura il parco di consulenti e collaboratori esterni. Al contrario, l’uomo di cultura liberale si trova, in questo contesto, ancora una volta, come quasi sempre, all’opposizione, in minoranza, Sia nel modo di concepire la cultura, che per lui è soprattutto avalutativa comprensione del reale; sia nel suo richiedere uno smaltimento delle funzioni dello Stato e un arretramento della politica. Con il paradosso, non irrilevante, che proprio chi crede nella intrinseca bontà del mercato debba oggi mettere costantemente in luce il rischio derivante da una “mercatizzazione”, seppur statalistica, della sua attività, dell’attività intellettuale.