• Politica, antipolitica, spoliticizzazione, libertà. Hannah Arendt si confronta con Marx

    Viviamo un tempo in cui la politica è screditata, non senza ragione. Non dico la politica del “teatrino” italiano e nemmeno quella che è considerata l’ “antipolitica” trionfante in tutto l’Occidente (il cosiddetto “populismo”). Mi riferisco, in un’ottica più generale, alla politicizzazione estrema (quasi alla “militarizzazione delle coscienze”) che ha avuto luogo nel Novecento e che si è manifestata, come è noto, nel dispiegarsi dei movimenti e regimi totalitari. Può perciò sembrare strano che una delle più acute interpreti del totalitarismo individui l’alternativa a questo processo non nella spoliticizzazione ma nel suo contrario: non in meno ma in più politica. E le stranezze aumentano ancor di più se si pensa che è proprio nell’esercizio della politica e del discorso (politico) che ella individua l’ambito più proprio per l’esplicarsi della libertà umana. Stiamo ovviamente parlando di Hannah Arendt (1906-1975), la grande pensatrice ebreo-tedesca e poi americana di cui l’editore Raffaello Cortina continua meritoriamente a pubblicare saggi solo per modo di dire “minori”: da ultimo, uscito proprio in questi giorni, l’affascinante Marx e la tradizione del pensiero politico occidentale (pagine162, euro 13,50, a cura di Simona Forti che firma anche l’introduzione, mentre alla fine del volume c’è un saggio critico di Adriana Cavarero sulla lettura arendtiana di Aristotele). Si tratta di un volume che raccoglie due testi di diversa lunghezza che Arendt scrisse per delle conferenze che tenne all’Università di Princeton nell’autunno del 1953. Uscita da poco, nel 1951, la sua opera più famosa su Le origini del totalitarismo, la pensatrice si trovava allora a dover motivare l’assimilazione in essa compiuta sotto la stessa categoria dello stalinismo sovietico e del nazionalsocialismo tedesco. Più in generale, si trattava di capire meglio i rapporti del primo col marxismo e soprattutto con il pensiero stesso di Marx. Per fare ciò però, ancora più radicalmente, era necessario collegare Marx all’intera tradizione del pensiero politico occidentale, così come venne impostata, fra l’altro con molte differenze specifiche, in Platone e Aristotele. Ovviamente, Arendt imposta a sua volta e risolve la questione con ampi “voli di uccello”, e anche con affermazioni assertorie e spregiudicate, persino irrispettose. È la cifra del suo pensiero, che segue con estrema coerenza ma senza sistematicità suggestioni e intuizioni, costruendo orizzonti di senso non riconducibili a scuole e “maestri” o a convenzioni di pensiero e territori già arati. Arendt se ne compiaceva, definendosi con una punta di civetteria una “apolide del pensiero”. E quest’ultimo, nella sua originalità, era inclassificabile ma mai arbitrario o velleitario. È forse possibile filosofare diversamente allo stato attuale della storia e del pensiero umano? Ritornando alla questione che Arendt si era posta nello scrivere questi testi, icasticamente è questa la risposta che dà: “la linea che congiunge Aristotele a Marx è segnata da meno fratture, e meno decisive, di quella che unisce Marx a Stalin”. Un’affermazione a effetto, che ella stessa provvederà in parte a smentire man mano che procederà nell’argomentazione, ma che probabilmente fa per mettere in luce i rapporti stretti che Marx intrattiene con la (storia della) filosofia. Come già il nostro Gentile, anche la pensatrice di Hannover considera Marx prima di tutto un filosofo. E un uomo di azione o un politico solo in subordine, per un movimento tutto e solo filosofico. Il filosofo di Treviri più in particolare si pone, a suo dire, in conclusione di un processo di cui sovverte ogni gerarchia ma di cui anche condivide l’impianto concettuale e generale. Marx non fa che riabilitare il “basso” e il “materiale”, rimanendo però all’interno di un modo di pensare tradizionale. La forza dirompente del suo pensiero, la sua originalità, non è da ravvisare nell’affermazione della lotta di classe o nel materialismo storico, ma, sempre secondo Arendt, in tre affermazioni: “il lavoro è il creatore dell’uomo”; “la violenza è la levatrice della storia”; “i filosofi hanno interpretato il mondo, ora è venuto il tempo di cambiarlo”. Affermazioni tutte che hegelianamente sono in Marx, all’un tempo, un approdo “teorico” e un disvelamento storico: la rivoluzione industriale, da una parte, e quelle politiche, in primis la francese, dall’altra, avevano, fra Sette e Ottocento, quasi attestato questo stato di cose. Il lavoro, non più demandabile a schiavi o esterni alla comunità, è davvero diventato in età moderna la cifra comune agli uomini; così come la violenza si è disvelata come l’essenza o il fine stesso della politica, la “verità” ultima delle vicende storiche. Eppure, osserva Arendt, Marx sogna una società futura senza più lavoro e una violenza rivoluzionaria che ponga fine a tutte le violenze. E in questo preciso punto si contraddice e mostra di essere ancora profondamente legato, appunto, alla tradizione del pensiero politico (e non solo politico) occidentale. Ad esempio, considerando, da una parte, il lavoro come ciò che distingue l’uomo dall’animale (non la ragione quindi), ma, dall’altra, come un fardello da eliminare dalla futura società comunista. La libertà è nel lavoro o il “regno della libertà” è nell’abolizione del lavoro? Lo stesso vale per la violenza, che sembrerebbe, da una parte, connessa all’esistenza stessa intesa (anche un po’ darwinianamente) come un centro di forza che tende ad autoespandersi, ma di cui, d’altra parte, se ne auspica la definitiva scomparsa. Anche il terzo assioma fondamentale del suo pensiero, quello espresso nella fin troppo nota XI Tesi su Fuerbach, nel proporsi di realizzare la filosofia semplicemente “realizzandola”, facendola cioè aderire alla comune realtà pratica, mostra come Marx resti all’interno di un paradigma che semplicemente capovolge il rapporto fra “realtà vera” e “apparenza” o opinione. In questo modo egli non attinge, aggiungo io, quella radicalità espressa dallo Zarathustra nietzschiano nel Crepuscolo degli idoli: “Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? forse quello apparente?… Ma no! col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente”. Al contrario: la sua è una radicalità tutta interna al sistema dato. . Opportuna è una citazione diretta: “Il nostro pensiero politico tradizionale -ella scriverà in un altro saggio di questi anni- ha avuto una nascita ben definita con Platone e Aristotele; e, a mio avviso, una morte altrettanto ben definita con Karl Marx. Il principio è nella Repubblica di Platone, in cui il filosofo, con l’immagine della caverna, definisce la sfera delle cure umane…come un mondo di tenebre, confusione e disinganno, che deve essere fuggito e abbandonato….La fine è nell’affermazione di Marx secondo cui la filosofia e la verità filosofica non si trovano fuori dalle cure e dal mondo comune degli uomini, bensì proprio in mezzo a questi, e possono essere realizzate solo nell’ambito del convivere” (Tra passato e futuro). È proprio vero che il totalitarismo comunista non è deducibile da Marx (pur non essendone ovviamente una conseguenza necessaria)? Non è forse proprio la scoperta della violenza come levatrice della storia, su cui Arendt insiste, il presupposto ideale non solo del totalitarismo staliniano ma anche della rivoluzione bolscevica e leninista (e forse di ogni rivoluzione in quanto tale). Molto più interessante è però, dal mio punto di vista, collocare Arendt all’interno di quel “liberalismo della Guerra fredda” che, lungi dall’essere il retaggio di un mondo che non c’è più, è, grazie al suo spessore non solo politico ma anche filosofico, un viatico indispensabile per la comprensione e l’azione nel presente. La critica a Marx che Arendt comincia a fare in queste pagine si intreccia con l’elaborazione stessa della sua filosofia, in un percorso e in un confronto che la porterà ad elaborare i saggi raccolti in Tra passato e futuro (1961), l’appendice teorica alla seconda edizione delle Origini su Ideologia e terrore (1958) e soprattutto alla pubblicazione di Vita activa. La condizione umana (sempre 1958). Distinguendo infatti, nell’ambito dell’azione umana (action), il lavoro propriamente detto (labour) dalla fabbricazione (work) che è sempre rivolta a un fine, Arendt da una parte riconnette Marx al tradizionale teleologismo della filosofia moderna, dall’altra, elabora un concetto di politica (liberale?) che la tiene lontana da quella politicizzazione radicale di cui dicevo all’inizio e che era stata la cifra del totalitarismo. Come afferma Simona Forti a conclusione della sua bella introduzione al volume, nel “corpo a corpo” con Marx emerge “l’idea secondo cui la politica non va pensata come un oggetto da portare a realizzazione, una comunità da costruire. Non c’è alcun fine da portare a termine, perché è l’agire politico stesso a essere in sé il fine. La filosofia dunque non deve dettare le regole della praxis, errore in cui Marx è caduto non diversamente da Platone. Importante è semmai che rimanga l’esercizio del pensiero, di modo che che ciascun attore possa allenarsi nell’atletica del giudizio, una ginnastica che inevitabilmente contaminerà la vita-in-comune”

    Questo articolo è stato pubblicato sabato 17 febbraio su “Il dubbio” con il titolo: Arendt salva Marx: più vicino a Aristotele che al dittatore Stalin