• Perché il socialismo scompare ovunque

    Appena fu formalizzata la candidatura di Martin Schulz, qualche mese fa, i consensi al Partito socialdemocratico nei sondaggi si impennarono. Sembrò quasi che la quarta vittoria consecutiva di Angela Merkel ad una elezione federale, fino a quel momento data per scontata, fosse seriamente insediata. Poi col passare dei mesi, complice qualche gaffe e contraddizione di troppo, il consenso per Schulz è clamorosamente crollato. Il problema però non è di leader, verosimilmente, quanto piuttosto epocale: il socialismo europeo, almeno nella forma classica riformista e socialdemocratica, sembra avere imboccato una strada di non ritorno, la strada del forse definitivo tramonto. Non si tratta di un normale ciclo storico, di una fase della normale dialettica e alternanza fra forze di destra e sinistra così come (eccezion fatta per l’Italia) i paesi europeo-occidentali hanno conosciuta nel secondo dopoguerra. Questa volta, il socialismo sembra avere imboccato per sempre la strada dell’irrilevanza. Certo, ove più (Francia) e ove meno (Germania) marcata, ma sempre di irrilevanza si tratta. Oggi l’alternativa ai partiti di centrodestra sembra essere, un po’ in tutta Europa, non più la sinistra democratica, ma la vasta e varia galassia dei movimenti antisistema oppure dei partiti nuovi e trasversali alla Macron. Paradossalmente, nel nuovo campo di gioco che si delinea, hanno più chanche i partiti della sinistra radicale, che mixano con sicurezza elementi della sinistra tradizionale marxista con elementi movimentisti e postsessantottini (diritti umani e civili), che non quelli che si richiamano alla nobile tradizione del riformismo europeo. Basti considerare, a tal proposito, i rapporti di forza che si sono delineati in Francia fra il Partito socialista e la sinistra di Melénchon. O, per altri versi, la metamorfosi del partito laburista inglese sotto la leadership di Corbyn. Certo, la clamorosa débacle della socialdemocrazia tedesca ha un di più di valore simbolico rispetto alle altre e consimili situazioni createsi negli altri Paesi europei. Il riformismo socialista nacque infatti, come “revisionismo” del marxismo, proprio in Germania alla fine dell’Ottocento. E fu nella Germania federale che esso abbandonò del tutto, con il congresso di Bad Godesberg del 1959, il marxismo e ogni pregiudiziale anticapitalistica. Fu in terra tedesca, d’altronde, che, con la solidità dell’economia, il “compromesso socialdemocratico”, fatto di Welfare State e benessere diffuso, raggiunse i suoi più vasti successi. E, in verità, la fine del socialismo che sembra delinearsi è proprio nella fine di quel compromesso che trova le sue ragioni ultime. In una società sempre più individualizzata e competitiva su scala globale, le garanzie di sicurezza non sono più a buon mercato. Né lo Stato, per quanto ancora florido come in Germania, ha più le risorse economiche di un tempo e la possibilità di tutelare ogni cittadino “dalla culla alla bara”. Le esigenze securitarie, nel frattempo, non sono più solamente di tipo economico ma concernono persino la sicurezza personale e in ultima istanza la vita delle persone. Cioè il bisogno ultimo a cui ha risposto, con il monopolio legittimo della forza, lo Stato moderno al suo nascere. Convertitasi al buonismo dei diritti e al “politicamente corretto”, la sinistra riformista non sa più essere realista, non sa parlare alla pancia sempre più affamata di sicurezza dei cittadini. Ci si era illusi che, con la fine del comunismo sovietico, l’esigenza socialista potesse esprimersi finalmente nella lingua del riformismo. Ma ci si era dimenticati che ove muore l’imperatore, muore anche il re. Nell’una e nell’altra versione, riformista o comunista, il socialismo parlava un linguaggio “classista”, mentre oggi alle classi si sono sostituiti gli individui. Ma, a ben vedere, non gli individui a cui faceva riferimento il liberalismo classico, che comunque operavano in un contesto comunitario e sociale, cioè in quella “società civile” che per Adam Smith era basata sul libero incontrarsi delle volontà e sulla fiducia reciproca. Oggi l’individuo è invece sempre più un atomo fluttuante nel vuoto, indifferente e spesso ostile al prossimo e non in pace nemmeno con se stesso. Ad esso non solo il socialismo, ma lo stesso liberalismo fatica a dare orizzonti di senso. Certo, che il socialismo economicistico e del benessere sia morto, non può essere considerato da un liberale un male. Anzi! Che possa però rivivere quel socialismo naturale che alberga negli umani come semplice esigenza morale, che risale forse addirittura alla predicazione di Gesù Cristo, e che possa farsi persino ispiratore di un movimento politico, questo può essere un buon affare per tutti. E quindi anche per i liberali.

    (Pubblicato su “Il Mattino” di lunedì 25 settembre 2017)