• Non solo mercato. In risposta a Gaetano Pecora

    Coglie nel segno Gaetano Pecora, non c’è dubbio, nel recensire il mio libro sul “Sole 24 ore” (“Non solo mercato”, domenica 15 maggio: la recensione la trovate su questo sito). Ma coglie nel segno solo a metà. Ha perfettamente ragione quando dice che il mio pensiero negli ultimi anni ha subito una “crisi”, se non proprio una “svolta”, che Il liberalismo nel Novecento, il libro che ho da poco pubblicato da Rubbettino, attesta per la prima volta in modo compiuto. Ma Pecora toppa di brutto quando mi immagina a lavoro di ago e di forbici per conciliare l’inconciliabile, in particolare, come scrive, per cucire le misure degli autori da me considerati “sul panno delle categorie crociane”. Credo che tutto mi si possa dire tranne di essere disonesto intellettualmente. Né di soggiacere a un pensare meccanico o a schematismi. Anzi, capovolgo l’accusa: non è che forse proprio chi, come Pecora, fa professione di empirismo e antifilosofismo è alla fine costretto, per la “qualità” stessa del suo ragionare, a soggiacere a schematismi intellettuali e astorici che non seguono il pensiero nelle sue continue tensioni e contraddizioni, e nella sua creatività e libertà (il pensiero si fa nel mentre si pensa, senza ipostasi o preconcetti)? E se così fosse, mi chiedo ancora, non è che schematico risulta il pensiero che schematico non è al pensiero empristico che è schematico inconsapevolmente? (Sembra uno scioglilingua, ma non so dir meglio). Che questo ne sia il punto, che il pensare di Pecora sia tanto formalmente tondo (nonché ornato di forbita e affascinante retorica meridionale) quanto astratto e senza senso storico, se ne ha ampia contezza sol che si pensi alla sua produzione (penso in questo momento all’assurdo libro su Gaetano Filangieri, ma altri esempi si potrebbero fare). Ma tant’è! E qui il problema non è Pecora, o almeno non è solo Pecora. Certo, il mio libro è spiazzante e scontenta un po’ tutti (un po’ come sono io: non è facile incasellarmi), ma per carità sgombrate la testa da ogni pregiudizio e leggetelo prima di criticarlo! Io ho seguito il filo dei miei pensieri così come si venivano evolvendo e maturando senza pretendere di rendere compatibili con Croce gli altri maestri del pensiero liberale del Novecento. Gli autori di cui mi occupo provengono da tradizioni e famiglie di pensiero talmente diverse, così come diversi sono i loro linguaggi e anche i loro interessi e fini, che sarebbe stato da folli volere comparare, appunto, l’incomparabile. Io, semplicemente, ho messo in tensione il pensiero dei protagonisti della mia storia. O, se preferite, provenendo io da una tradizione di pensiero di tipo crociano e avendo quella forma mentis, ho messo in tensione il pensiero di Croce con quello di tutti gli altri. Senza nessuna presunzione di accomunarli, almeno non in senso stretto. Ho potuto tuttavia notare, facendoli emergere nella misura del possibile dalle “cose stesse”, che due elementi accomunano tutti i grandi liberali novecenteschi: la critica del positivismo deterministico e dello scientismo, da una parte; il rifiuto di ogni forma di “filosofia della storia” o “storicismo” e di ogni costruttivismo, dall’altra. Punto. Altro non ho fatto, se non leggere e studiare autori che, al pari di Croce, spesso sono noti (e ahimè anche citati a vanvera) ma poco o niente affatto conosciuti. Detto questo, la “svolta” c’è nel mio pensiero (anche se mi vien da ridere a prendermi così sul serio). Eccome, se c’è. Essa si colloca in un punto ben preciso, che ha allontanato negli ultimi anni il sottoscritto da ogni forma di liberalismo sociale. Quello che ad un certo punto ho fatto è cominciare a prendere più sul serio di quanto prima non facessi il Croce che insiste sulla non commistione del valore di libertà con i principi di giustizia e umanità; il Croce che definisce il liberalsocialismo un inconsistente “ircocervo”; quello che, negli ultimi anni della sua vita, andava a ridefinire il comunismo come l’ “Anticristo” nel mentre, al contrario dei suoi allievi, intensificava la critica degli opposti totalitarismi senza asimmetrie. Ciò che soprattutto ha contribuito al crollo di alcune mie vecchie certezze è la critica che a un certo punto ho fatto a quella sorta di meccanicismo che mi portava a vedere lo Stato come un possibile riequilibratore di ultima istanza e un patrocinatore di “pari opportunità”. È così che ho stretto in maniera più forte fra loro liberalismo e liberismo, servendomi delle categorie crociane ma non di quelle hayekiane o in genere dei liberisti classici. Quando mi sono occupato del rapporto fra Croce e Einaudi nella mia monografia crociana del 2006 (anch’essa Rubbettino) ho smontato la critica a Croce su questo punto per come veniva posta, scrivendo chiaramente che per questa parte Croce è criticabilissimo ma bisogna porsi sul terreno di discussione da lui scelto. Quanto a me, mi mostravo allora vicino alla critica di Carlo Antoni che vedeva nel liberalismo metapolitico di Croce e nel liberismo metaeconomico di Einaudi un possibile punto di incontro. Di assetti proprietari non credo mai di aver parlato, anche perché in genere parlo poco delle cose che non conosco. Ciò che però col tempo ho capito è che il Croce che critica quello che è secondo lui l’assolutismo dei liberisti non è affatto un agnostico ma è semplicemente un pensatore che continua, per vie che oggi ritengo sbagliate, la sua battaglia contro il determinismo e la metafisica. E dico sbagliate in ottica crociana perché, accanto al Croce “spiritualista” che tiene il punto nella polemica con Einaudi, c’è il Croce che insiste sul fatto che il momento economico accompagna ogni azione umana, anche quelle morali. C’è il Croce che esalta la “carnalità” della sua filosofia “spiritualistica” e tesse un “elogio” dell’economia come “scienza mondana”. Che è quello che scrivo io e che “scandalizza” il mio poco attento recensore. Il quale dice, e qui non riesco veramente a seguire i suoi intellettualismi, che il mercato è un ordine e in quanto tale esclude. Certo, il mercato esclude i protetti, chi vuole imporre regole non semplicemente generali e formali ma sostanziali, ecc. ecc. Tuttavia, ripeto, non è solo al mercato come ordine -economico e giuridico all’un tempo- che io mi riferivo quando dicevo che esso è privo di contenuti. Mi riferivo al fatto invece che il mercato non fa che fotografare le azioni umane, le quali crocianamente sono tutte, ma proprio tutte, sempre e solo economiche. Pecora è dotto, colto e intelligente. Lo conosco e stimo da tanti anni. Ho sempre pensato che fra cielo e terra ci siano molte più cose che nelle sue ammalianti teorie.