• Napolitano, ovvero delle difficoltà di fare il Presidente in un’Italia depoliticizzata

     

    Napolitano, ovvero delle difficoltà di fare il Presidente in un’Italia depoliticizzata

    Il settennato di Giorgio Napolitano al Quirinale è stato ammirevole in molti sensi. Soprattutto, a me sembra, perché ha dimostrato l’altezza che può raggiungere la politica quando si fa Stato e incarna, con imparzialità, lo spirito delle istituzioni. Se un Presidente della Repubblica deve essere e mostrarsi sempre al di sopra delle parti, servitore di quello che con linguaggio retorico si chiama “interesse generale”, che in questo compito  ci sia riuscito egregiamente un uomo proveniente dalle file di un partito, cioè un uomo che era stato di parte, non mi sorprende più di tanto. La politica, oggi tanto discreditata, è una delle arti umane più complesse: esige finezza, capacità di sintesi, visione, mediazione, ma anche e soprattutto decisione. E ampia e varia cognizione del contesto in cui si opera. E lo esige a tutti e tre i livelli in cui si esplica: in quello della persuasione e raccolta del consenso per la propria parte; nell’altro più propriamente di governo; e infine in quello in cui essa, pur restando politica e quindi incarnandosi in uomini e non in astratti meccanismi tecnici o burocratici, si alza al superiore livello dell’istituzionalità. La politica è una palestra di vita, ma non è solo un’attività determinata. E’ anche una dimensione costitutiva dell’essere umano, la quale ci accompagna costantemente nel nostro rapporto con gli altri e che vuole il rispetto di alcune sue “leggi” o costanti. Anche perché, in caso contrario, essa prima o poi si vendica. Fare politica significa anche perciò pensare (e agire) politicamente: cioè tenendo conto della realtà e dei rapporti di forza concreti; tentando di vincere l’avversario non opponendosi ad esso frontalmente (se non in rarissimi casi), ma cercando di superarlo sul suo stesso terreno. Anche perché le vittorie così ottenute sono sì forse imperfette, ma anche le più solide e durature. Il problema dell’Italia di questi anni è forse proprio la depoliticizzazione, nel senso che sembra essere venuta meno anche nelle classi dirigenti proprio questa capacità di pensare politicamente. E non escludo che uno dei motivi più importanti, forse il principale, del nostro stallo attuale dipenda proprio da questa perdita. Non mi riferisco solo alla crescita di forze antipolitiche, demagogiche o populiste come il Movimento 5 Stelle. Penso anche a certe chiusure, rigide e astratte, di forze più tradizionali come il Partito Democratico. Ma pensano davvero gli attuali dirigenti di questo partito che si possa superare il cosiddetto “berlusconismo”, se è questo che veramente sta loro a cuore, chiudendosi a riccio su tutto e non negoziando su niente? Non si ripropone in questo modo quel gioco a somma zero fra antiberlusconiani e berlusconiani che ha segnato fino al governo Monti la storia politica italiana degli ultimi venti anni? Non si pongono in questo modo le condizioni perché il superamento di quella fase non ci sia mai? La contrapposizione rigida non serve forse a Berlusconi stesso anche per rinserrare le sue fila interne? Credo che Bersani insista con la sua linea per due ordini motivi: perché essa serve al suo gruppo per controllare il partito, come ha spiegato sabato scorso Angelo Panebianco sul “Corriere della sera” (cfr.: http://rassegnastampa.difesa.it/130330/1UYHIE.pdf); e perché in genere il “popolo di sinistra”, forgiato da anni di mezza cultura buonista e giustizialista, è diventato di fatto estremista. In questa situazione, Napolitano si è trovato di fronte all’impossibilità di decidere, tanto che per far decantare la situazione, che allo stato attuale sembra essere senza vie di uscita, ha nominato come si sa le due commissioni di “saggi”. Che è una soluzione chiaramente non politica. Era possibile per il Presidente agire in altro modo, voglio dire politicamente? Se lo scopo è quello di dare un governo al Paese, e non di salvaguardare l’unità interna di un partito, io credo di sì: affidare subito l’incarico a una personalità del PD più dialogante avrebbe forse sbloccato la situazione, anche se avrebbe creato una forse drammatica dialettica interna al PD. Ora, con questa osservazione voglio solamente portare un piccolo contributo al dibattito attuale. Lungi da me dare consigli o, come suol dirsi, “tirare per la giacca” il Presidente della Repubblica (fra l’altro non è ho né il ruolo né la competenza). Voglio semplicemente dire, fra le tante cose che in questi giorni si sentono, la mia: un’altra soluzione, più politica, era forse possibile.