• Marx, Faust e Leopardi: i tre profeti di Tremonti che smascherano l’Occidente

    Vi ricordate Giulio Tremonti, l’arcigno custode dei nostri conti nei governi Berlusconi? Anche da ministro, egli aveva continuato a scrivere libri di economia e politica. Pur avendo una indubbia competenza tecnica, egli amava nei suoi testi le analisi di prospettiva o di scenario. Uomo di “visione” sempre alquanto anticonformista, egli ha anche previsto alcuni sviluppi politici globali al tempo non facilmente immaginabili. Tanto che oggi, ritornato all’attività accademica, ricorda con un certo compiacimento quelle sue previsioni. Lo fa in un libro molto interessante appena uscito da Solferino: Le tre profezie. Appunti per il futuro (pagine 175, euro 16).
    Le profezie a cui fa riferimento il titolo sono tutte ottocentesche, ma riguardano maledettamente l’oggi, diciamo gli ultimi trent’anni. Concernono, rispettivamente, la globalizzazione, il predominio del digitale sul reale e la crisi che stiamo vivendo. Gli autori sono tre intramontabili classici della letteratura e del pensiero: Karl Marx, Wolfgang Goethe, Giacomo Leopardi. Marx descrisse il mondo della “interdipendenza universale”, che si sarebbe sostituito “all’antico isolamento nazionale” con accenti lirici e con preoccupazione: “lo stregone non potrà dominare le potenze sotterranee da lui evocate”. Nel FaustGoethe parla di “cambiali mefistofeliche” con accenni che evocano la moderna finanziarizzazione dell’economia: “i biglietti alati voleranno tanto alto che la fantasia umana per quanto si sforzi mai potrà raggiungerli”. Quanto a Leopardi, in un’ottica decisamente antilluministica e critica dell’idea di progresso, egli, da una parte, intuisce la crisi che sopraggiunge inevitabilmente nelle società globalizzate, e, dall’altra, contesta alla radice un’idea “giacobina” o “costruttivistica” di Europa o di ordine europeo. “Quando tutto il mondo fu cittadino romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino romano fu lo stesso che cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu patria di nessuno e i cittadini romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo dimostrarono col fatto”. Quanto al’ Europa, sempre nello Zibaldonneleopardiano leggiamo questa frase: “La patria moderna dev’essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione d’interessi non vi si possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l’Europa. La nazione con i suoi confini segnati dalla natura, è la società che ci conviene”.
    La prima parte del libro, intitolata Caos, è sicuramente illuminante: un piccolo gioiello di chiarezza e sinteticità. In essa l’autore mette a tema la globalizzazione (dalla sua genesi negli anni Novanta del secolo scorso fino al suo consolidamento nei primi anni del Duemila) e la sua crisi (gli ultimi dieci anni). Una crisi che è partita dalla finanza ma ha poi investito tutta la società fino a toccare le nostre coscienze e a trasformarsi anche in crisi morale. Tremonti ricostruisce un po’ tutti i passaggi chiave, alcuni vissuti anche da protagonista, in cui la globalizzazione si è costruita. Non si è trattato di un processo spontaneo, ma del progetto di una “mente collettiva” che, soprattutto fra il 1989 e il 1994 (quando fu varato il WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio), ha messo “insieme i materiali politici ed economici necessari per avviarla”. Una mente che si è potuta sviluppare con l’apporto di una sinistra orfana dei suoi “sconfitti Penati”, generando “un quasi invincibile blocco di potere politico e accademico, finanziario e mediatco”. La globalizzazione si è configurata come una nuova religione che, formatasi attorno a una mistica, ha una sua liturgia e i suoi riti. Una religione con una più o meno esplicita (e paternalistica) “promessa al popolo di un benessere economico e sociale crescente”. In sostanza, si è ripreso il progetto illuministico (e giacobino) di creare, in un movimento dall’alto verso il basso, un mondo nuovo e anche un uomo nuovo, la cui antropologia viene caratterizzata in tratti rapidi e illuminanti. “L’uomo che veniva dal passato doveva essere prima decostruito, per renderlo cosmopolita, e poi fuso e riplasmato con le regole prodotte nella nuova e geometrica fabbrica del politicamente corretto, così infine da ottenere l’archetipo dell’uomo globale ideale”.
    A un certo punto è però sopraggiunta la crisi, il cui inizio può essere simbolicamente fissato il 15 settembre 2008, il giorno in cui fallisce Lehman Brothers. La sua gravità è subito colta dalle élite, che agiscono energicamente attraverso le organizzazioni sovranazionali e il G20. Si agisce ance prontamente, anche se dopo i primi risultati ci si disimpegna. Non si comprende però, secondo Tremonti, che la crisi è strutturale, di sistema, e non congiunturale. E che quindi, agendo politicamente e non finanziariamente, andrebbe messa in discussione e riscritta la stessa globalizzazione. Le élite hanno ancora fiducia in essa, ma la “talpa populistica” comincia gradualmente a scavare con successo e a segare le gambe in cui esse sono sedute. Fra l’altro, la crisi è percepita ancora più forte di quella che è perché viene dopo che ci si era convinti che tutto non potesse procedere in futuro che per il meglio, in un cammino sempre ascendente. Veramente terrificante è quello che in modo immaginifico, Tremonti, che nel suo libro fa molto uso di metafore, chiama “il crollo della navata centrale del tempio della globalizzazione che era stato edificato”.
    Parallela a quella della globalizzazione si è costruita la “cattedrale digitale”, a cui è dedicata la seconda parte del libro (Digito ergo sum). Le due “rivoluzioni” si son tenute per mano: “la globalizzazione è stata infatti tanto estesa e veloce anche perché si è sviluppata nella Rete. Dal canto suo, la Rete si è sviluppata perché la globalizzazione ha quasi totalmente rimosso i confini politici”. Tremonti non crede al mito romantico della nascita delle imprese digitali nei garage e nei sotterranei della California, ad opera casomai di (allora) giovani e sprovveduti nerd. E fa parlare Vint Cerf, il padre di Internet, che tanti anni dopo farà riferimento a quando nel 1989 (una data fatidica, non c’è che dire!) ebbe “finalmente il permesso di connettere a Internet il primo sistema privato di posta elettronica”. La Rete, usata fino allora per motivi militari, poté così aprirsi “al mercato e al mondo”. Tremonti, dopo aver descritto i “vizi digitali” che incombono sulle nostre vite, conclude che oggi “la nostra anima, più o meno come l’anima di Faust, rischia di ‘trasmigrare’ in un profilo digitale, per essere imprigionata, trasformata, triturata dalle macchine che, in catena di montaggio, lavorano ll’interno della cattedrale digitale, la loro officina”.
    Nella terza parte (Weimar?), Tremonti analizza, da una parte, lo scenario politico attuale, così come appare dopo il “crollo” della struttura portante della globalizzazione, dall’altra, mette a tema l’Europa. Dal primo punto di vista, l’analisi è svolta secondo una griglia di lettura condivisibilissima che non fa sconto né ai cosiddetti, e comunque variegatissimi, “populismi” (di cui dà una rapida disamina), né alle élite tradizionali e/o globalizzate. Queste ultime, come la nobilità dell’Ancien Régime, sono divenute peggio che inutili, parassitarie: “palesemente incapaci di esercitare la funzione che, al principio della globalizzazione, illuminate e ambiziose insieme, si erano assegnate come guida verso il migliore dei mondi possibili”. Se i sovranisti perderanno tutto se “non saprano essere saggi”, i globalisti, per Tremonti, oggi “non sono affatto saggi” e ricordano i Borbone dopo la rivoluzione francese, “Classi ex dirigenti che esauriscono il loro pensiero nell’elaborazione di forme isteriche di moralismo. Su questa base lanciando interdetti non più temibili, formule di condanna per deviazioni dal’ortodossia, in specie in Europa, invocando, come avveniva una volta nell’URSS, l’arrivo di una Troika”. Dcaleidoscopio di forze e sentimenti, spesso eccentrici o bizzarri, che popolano il passaggio dei nostri tempi, che Tremonti paragona a quello di Weimar (riflesso “di una crisi più generale dell’Europa”), particolarmente insopportabile si leva la “litania” del “lamento democratico” delle vecchie élite politiche e culturali: che accusano, denunziano, lanciano interdetti, ma evitano pavidamentare di recitare il mea culpa. Esse soprattutto non riescono a formulare proposte serie, elaborando al massimo volenterosi e poco realistici “piani di restaurazione”. Qanto all’Europa, la conseguenza del discorso di Tremonti dovrebbe essere a lume di logica che le sue vicende, diciamo dal Trattato di Mastricht (1992) ad oggi, vadano comprese mettendole in stretta relazione con il parallelo processo (anzi meglio progetto) di globalizzazione. Non nel senso che in un mondo globale c’è bisogno di una Europa unita e forte, come recita il mantra più diffuso nell’intellettualità mainstream, ma in quello che essa ne è stata un aspetto non secondario. L’autore invece sembra propendere per la tesi che la globalizzazione sia giunta dopo che il progetto europeo era stato concepito, mettendolo in crisi (insieme ad altri fattori come l’allargamento ad Est e l’ideologia progressista che di per sé ha impedito di prevedere le crisi e il modo di gestirle. In verità, tutti questi elementi fanno parte di un unicum che ha fatto dell’Europa, per molti aspetti 8e poco conta con quanta consapevolezza individuale dei protagonisti), un laboratorio che, insieme alle organizzazioni sovranazionali globali, doveva prefigurare quella governance mondiale affidata ad unico super Stato cosmopolitico che era teorizzato nel Manifesto di Ventotene. Una prospettiva alquanto inquietante, in un’ottica liberale. Si può invece sicuramente concordare con l’autore di queste pagine quando scrive che l’Europa ha ottenuto i maggiori successi, anche in termini economici e sociali, prima di Maastricht, all’ombra del Trattato di Roma (1957), cioè di un accordo confederale fra Stati sovrani democratici che, conservando un rapporto diretto con i propri cittadini, devolvevano a Bruxelles solo le competenze necessarie a raggiungere obiettivi specifici. È da qui che occorre perciò ripartire. Non c’è bisogno di più Europa, ma di un’altra e diversa Europa: più forte in una comune politica estera e di difesa, più solidale e giusta in quella economica, meno invasiva in ogni altro settore. Più vicina, in una parola, ai suoi cittadini e alle reali loro esigenze.
    (Pubblicato su “Il Dubbio”, sabato 4 maggio 2019