• Marx è attuale solo come “maestro del sospetto”

    Nei giorni scorsi molto si è letto su Karl Marx, che nacque a Treviri, una città della Renania, giusto duecento anni fa: il 5 maggio 1818. Egli ha influenzato più di chiunque altro la storia degli ultimi due secoli, con il suo pensiero e la sua opera di sobillatore e organizzatore politico. Fra l’altro, teoria e prassi, pensiero e azione, non erano per lui disgiungibili: non solo nel senso che i filosofi che hanno finora interpretato il mondo debbono finalmente apprestarsi a cambiarlo, come esorta a fare la sua famosa XI Tesi su Fuerbach; ma anche nel senso, più radicale, che le cose del mondo sono piene di pensiero umano e, nel contempo, il pensiero sorge su basi reali che lo condizionano e in buona misura lo determinano. Il mondo che vede Marx è un mondo di conflitti e tensioni reali e spesso drammatiche, di cui egli, da una parte, sembra cogliere la vitalità, ma, dall’altra, né immagina in ogni momento la conciliazione e il ritrovamento in un’armonia perduta che crede veramente umana. Per questo insieme di fattori, è intellettualistico distinguere in Marx, come pure molti studiosi hanno fatto, lo scienziato sociale, da salvare, dal profeta politico, da condannare. Marx è, come tutti gli autori, un tutto più o meno compatto, da cui gli studiosi soprattutto non possono prescindere: un classico, cioè una di quelle personalità che, simultaneamente, ha rappresentato il proprio tempo e ne ha visto le tendenze future. Anzi, sul futuro, nessuno come lui, ha determinato effetti. Egli non era affatto, come si è soliti credere, un nemico del capitalismo, di cui anzi descrive gli effetti “rivoluzionari” sulla vita umana con ammirazione e riconoscenza. Gli aveva affidato, nella sua “filosofia della storia”, il compito di svolgere il “lavoro sporco” di accumulazione dei mezzi e delle ricchezze su cui avrebbe dovuto poi fondarsi il comunismo. Marx non era un pauperista, avrebbe odiato i teorici della “decrescita felice”. E non era neanche un terzomondista: era perfettamente integrato nella modernità e nell’Occidente e parlava quasi con disprezzo dei vasti popoli che ancora soggiacevano sotto il “dispotismo orientale”. Qualcuno ha detto che Marx non c’entra con i totalitarismi rossi del Novecento, che non gli possono essere imputati. Una cosa sarebbe lui, un’altra gli epigoni (egli stesso, d’altronde, se ne uscì una volta con la boutade: “non sono marxista”). Ora, anche se si concedesse che il suo pensiero avrebbe essere sviluppato un più direttrici e che quella leninista era solo una delle possibili, non si può certo ammettere che Marx non fosse un cultore della violenza o che non pensasse a una ferrea “dittatura del proletariato” nel passaggio dalla società capitalistica al comunismo. Il nostro non era un santo, neanche nella vita privata. Ma, d’altronde, solo il politically correct può pensare che siano i “santi” a parlare alle nostre menti e ai nostri cuori più degli uomini di carne e sangue. In molti diranno in questi giorni che il problema sollevato da Marx, quello dell’uguaglianza e della giustizia sociale, sia rimasto irrisolto e che, per questo, Marx è “attuale”. Non lo credo affatto: la critica liberale ha mostrato come quegli ideali non siano né realizzabili né auspicabili da un punto di vista umano. Nel farlo, i liberali hanno esercitato la critica della cultura e del potere: hanno cioè smascherato una tipica “ideologia”, ovvero una falsa coscienza o una cattiva rappresentazione. In questo senso hanno seguito le orme di Marx, hanno usato il suo metodo e hanno a contribuito a decostruire un mito o un luogo comune. Il Marx “maestro del sospetto” è quello che rimane e che, a giusto titolo, è per tutti noi, liberali e non, ancora “attuale”.