• Margaret Thatcher: un grande politico, non un teorico, liberale. Riflessioni a caldo

    Non è difficile immaginare che domani molti giornali, non solo italiani, ricorderanno Margaret Thatcher, la Lady di Ferro morta a Londra all’età di 87 anni, in modo ideologico. Gli opinionisti si divideranno in apologeti e in critici, più o meno rispettosi, delle sue idee e delle sue politiche. D’altronde, Iron lady aveva una personalità forte, fatta per dividere e non per conciliare, già in vita. E il suo nome, insieme a quello di Ronald Reagan, si lega ancora oggi in maniera indissolubile, oltre che a una politica estera forte, anche a scelte di politica economica decisamente liberiste. Nessuno come lei ha fatto proprie e interiorizzate le idee della Scuola di Chicago di economia, imponendo una politica economica che sull’immediato sembrava non pagasse, portando indubbiamente con sé anche “lacrime e sangue”. Si pensi alla massiccia chiusura di industrie che col tempo erano diventate improduttive, ai conseguenti licenziamenti in massa, al braccio di ferro continuo con  sindacati che si erano fatti lobby e che tendevano a far passare per diritti quelli che col tempo erano diventati ingiustificati privilegi. Da quello choc, come è noto, la Gran Bretagna uscì rinforzata. E se poi, negli anni Novanta, è potuta esistere qualcosa come la Cool Britannia, se cioè il paese è potuto risorgere dal suo declino economico e industriale, molto si deve a quell’impatto resosi indispensabile. Queste considerazioni, succinte ed elementari, devono far annoverare sicuramente Margareth Thatcher fra i grandi statisti del secolo scorso. Non solo: anche fra i grandi politici liberali di ogni tempo. E a dirlo, e scriverlo, è un liberale lontano mille miglia dal liberismo che in alcuni autori e politici tende a farsi ideologia o anche  teologia: lontano dalla difesa in teoria del “libero mercato” astratto e di un presunto e irrealizzabile “ordine spontaneo”. Elementi che non mancavano di certo nel background culturale  della signora Thatcher, né nella autogiustificazione ideologica del suo operato. Ma ella era un politico, non un teorico liberale. E il politico va giudicato per i suoi risultati oltre che per le teorie professate. Anzi, nel politico sagace la teoria è spesso un elemento simbolico, un mito utile per l’azione, il carburante che alimenta la sua azione e la sua capacità di persuasione. E quindi, se serve, il politico può anche non andare troppo per il sottile. Anzi, deve farlo se i troppi distinguo sono da ostacolo alla sua capacità persuasiva e operativa. Non solo. La lady di ferro, come si è detto, è stata non solo un grande politico, ma anche un politico liberale. Il liberale, ad avviso di chi scrive, non è infatti fautore né di politiche liberiste sempre e comunque né ovviamente di politiche stataliste. Egli, semplicemente, di volta in volta, con senso politico e del reale, deve scegliere e calibrare la sua azione in campo economico ponendosi un obiettivo più generale, che è quello di aprire alla società quanti più spazi e nuovi di libertà possibili. E il suo tasso di liberalismo, in quanto politico, su questo solamente va giudicato. Ora non è dubbio che, per aprire quegli spazi, a inizio anni Ottanta, di quel tipo di politica, se si vuole anche dottrinaria, era veramente necessaria. E tanto credo possa, anche per questa parte, per ora, bastare.