• Machiavelli e i populisti, storia di fini e di mezzi

    È sicuramente il pensatore italiano più letto, conosciuto e tradotto nel mondo. Il suo nome divide ancora oggi ed è quasi sinonimo di astuzia, spregiudicatezza, disincanto al limite del cinismo. Tutti però gli riconoscono anche profondità di pensiero, raffinatezza intellettuale, originalità. Tanto originale rispetto alle sintesi filosofico-politiche precedenti il pensiero di Niccolò Machiavelli, che,
    a buon ragione, si può considerare il Segretario fiorentino il padre della moderna scienza politica, che svincolò dalle tutele morali e teologiche e studiò secondo i suoi propri principi (in termini tecnici si parla di “autonomia della politica”). . Un canone metodologico e teorico che diventa anche pratico nella sua opera più conosciuta, Il principe, un trattato che scrisse nel 1513 con l’intento di suggerire al principe il modo migliore per conquistare e preservare il potere. “Ma, sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa. E molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché elli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, impara più tosto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni”. Avere affermato la verità della politica, considerata per quello che è, cioè nella sua crudezza di conflitto e lotta fra gli uomini, causò l’ostilità degli ambienti cattolici e poi di tutti coloro che esorcizzavano il problema del male dando un’immagine edulcorata dell’essere umana. Machiavelli fu accusato di immoralismo e la sua opera sequestrata dalle autorità pubbliche di mezza Europa. In verità, egli voleva affermare semplicemente il principio base del realismo politico: cioè che senza forza politica, o senza tener conto dei concreti rapporti di forza e delle situazioni di fatto, cioè senza la capacità di vivere e operare nel mondo, anche l’uomo più buono e bene intenzionato è destinato a fare testimonianza e a essere inefficace, nel migliore dei casi, o addirittura pericoloso per sé e per gli altri, nel peggiore. In effetti, come aveva messo in evidenza già Francesco de Sanctis, l’ “uomo di Machiavelli”, al contrario di quello di Guicciardini, non perseguiva tanto l’utile personale e l’interesse più bieco (il “particulare”) ma una più alta e profonda moralità, che aveva come modello la vitta etica e civile la Roma repubblicana. Le virtù classiche del coraggio e della lungimiranza, dell’amor di Patria e del dovere civico, venivano nel suo pensiero riabilitate e messe al servizio della salus rei publicae, cioè della stabilità politica e del bene della comunità. Nessuno come lui sentiva l’esigenza che si creasse in qualche modo un’unica Patria italiana, in cui l’unità culturale e linguistica della penisola trovasse anche uno sbocco politico. Una stabilità tanto più cara, quella cercata da Machiavelli, in quanto il mondo politico del suo tempo, come quello del nostro, era attraversato da profonde inquietudini e laceranti divisioni. A questo punto, una domanda sorge, per così dire, spontanea: come avrebbe giudicato Machiavelli la nostra situazione politica? Sicuramente, si può dire che egli non avrebbe accusato i “populisti” di fare promesse non realizzabili, o di cercare di persuadere i cittadini con le armi della retorica e con la leva delle passioni. La politica, per lui, è proprio questo, fatta di questi elementi: ha una sua logica ma non è, come l’uomo, del tutto razionale. E gli attori politici vanno giudicati per ciò che realizzano concretamente, non per il modo in cui raggiungono il risultato (un principio che viene banalizzato dicendo che per lui “il fine giustifica i mezzi”). Che Machiavelli abbia a che fare con la nostra transizione convulsa, è poi evidente dall’interesse che egli ha suscitato in leader politici come Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, entrambi autori di prefazioni a edizioni pregiate del Principe. Anche se in verità, cultore non estemporaneo di Machiavelli fu soprattutto Palmiro Togliatti, che al vecchio PCI dette un’impronta di realismo politico che ne segnò fino in fondo non solo l’ideologia ma anche l’azione politica. D’altronde, tanto del suo pensiero era già in Karl Marx, che non a caso Benedetto Croce definì il “Machiavelli del proletariato). Anche se la fortuna italiana attuale di Machiavelli non è paragonabile a quella di cui gode altrove, soprattutto nel mondo anglosassone, gli studiosi di livello del suo pensiero non mancano certo nel nostro Paese: da Alessandro Campi a Michele Ciliberto, da Gennaro Sasso a Maurizio Viroli. D’altronde, quella del realismo politico, come ci ricorda Roberto Esposto, è la cifra più caratterizzante dell’ Italian Theory.

    (pubblicato su “Il Mattino” del 3 maggio 2019)