• L’intreccio tra il Bene e il Male. Così la filosofia ha pensato l’Odio

    “E’ scritto nel fato che chiunque macchi il suo corpo di sangue, o sia infame seguendo l’esempio di Odio, andrà errando diecimila anni lontano dagli uomini felici, nascendo di volta in volta sotto le sembianze di ogni essere vivente, soffrendo le varie pene d’ogni diversa specie vivente”. Così scriveva, nel V secolo avanti Cristo, nel poema Sulla Natura, l’agrigentino Empedocle. Il quale avrebbe poi posto termine alla sua esistenza, sospinto da Odio, gettandosi nel cratere dell’Etna. Odio e Amore sono per Empedocle i principi stessi che muovono il mondo (cause efficienti), il quale di per sé, in ogni suo ordine e grado, è composto di quattro soli elementi variamente combinati fra loro: acqua, aria, fuoco e riera (cause materiali). A combinarli è la forza di attrazione di Amore e a disgregarli quella di repulsione quella di Odio. Senza di loro l’Essere sarebbe immobile: Amore e Odio sono alla base del continuo movimento e della continua trasformazione delle cose. Ma si capisce che, come i poli di un’eterna clessidra, essi non possono vivere da soli, separati: hanno bisogno vitale ognuno dell’altro. Odio e Amore completano e giustificano a vicenda: un mondo di solo Amore sarebbe una massa compatta e indistinta; un mondo di solo Odio, non facendo massa, sarebbe semplicemente il nulla. L’essere è, vive, come diversità e come movimento, un’eterno nesso di distinti e una dialettica di opposti. E non è un caso che l’opposizione che è di tutte le cose, sensibili e sovrasensibili, materiali e spirituali, sia da Empedocle esemplificata coi due più elementari e essenziali sentimenti umani. Empedocle ha scoperto la dialettica, la consapevolezza del nesso indissolubile di Bene e Male, Amore e Odio, che troverà forma compiuta tanti secoli dopo nel pensiero dialettico di Georg Wilhelm Hegel. Colui che, come ebbe a dire, avrebbe “redento il mondo dal male”. O almeno ci provò. Ma, oltre alla dimensione ontologica e a quella morale, c’è una dimensione politica del male e del bene? Cosa sono le politiche dell’odio e cosa sono quelle dell’amore? Ed è possibile, o anche auspicabile, non solo opporre le seconde alle prime, ma proporsi più radicalmente di sradicare e superare definitivamente queste ultime? Per intanto, non dovremmo mai dimenticare di che di stoffa, pessima, son spesso fatti anche i più nobili fra i sentimenti umani. Friedrhich Nietsche ci ha insegnato, con la sua “genealogia della morale”, che anche le pulsioni e i sentimenti apparentemente più disinteressati celano in verità impulsi negativi ed egoisti. E lo fanno in modo consapevole, e quindi ipocrita, ma anche, più spesso, in modo inconsapevole. Il “cattivismo” ė spesse volte atteggiamento più sincero e umano di tanto “buonismo” di maniera. Il Novecento è stato, secondo la definizione del compianto storico inglese Tony Judt, “il secolo degli intellettuali”, il secolo filosofico per eccellenza. La filosofia, con la sicumera di avere il Vero, il Bene e il Giusto dalla propria parte, si ė voluta fare politica e ai politici ha dettato la linea. “Filosofia politica”, o meglio “teologia politica”, allo stato puro. Ma dove ha portato l’ideocrazia se non al “ferro e al fuoco” della guerra e dei totalitarismi. Per usare una nota espressione di Isaiah Berlin, che a sua volta riprendeva una metafora di Stalin, si son rotte tante uova ma la frittata non è stata fatta. Ammesso e non concesso, anzi non concesso, che la frittata sia un cibo buono per tutti, indistintamente. Si è dimenticato il nesso inscindibile che lega Odio e Amore, Male e Bene, e, volendo spezzare il nodo, si son create solo tante tragedie. Oggi, in politica, quel legame con la filosofia, o se preferite il rapporto stretto e diretto fra teoria e prassi, contro cui i liberali, e i rappresentanti del pensiero antitotalitario in genere, hanno tenacemente combattuto per un secolo intero sembra del tutto essersi spezzato. La politica sembrerebbe anzi del tutto priva di bussole, di ideali. E, quando non naviga a vista, sembrerebbe inseguire solo l’interesse del momento e personale degli attori politici, sollecitando e strumentalizzando demagogicamente le pulsioni più basse e gli umori dei cittadini. Da qui l’aggressività della comunicazione politica e le politiche dell’odio di cui le forze più o meno “populiste” si farebbero promotrici anche nel nostro Occidente democratico. Stanno veramente così le cose? Veramente ci sono nel nostro mondo tanto più odio, aggressività, post-verità, fake news di un tempo? E se erano un male le vecchie ideologie/ideocrazie novecentesche, perché ora stiamo tanto a lagnarci di quello che dopo tutto sembra solo un modo, seppur sgradevole, di fare politica? I pronunciamenti “populisti”, a cominciare da quelli di Donald Trump. Sembrerebbe che lavorino solo a un livello simbolico, senza possibilità di avere nessuno sbocco pratico o effettuale. Qual è allora più radicalmente, la cifra del nostro tempo, la sua caratteristica più o meno centrale o essenziale che può permetterci di districarsi fra tante contraddizioni e le tante domande che ci poniamo? A me sembra che quello che oggi sta trionfando non è altro che la democrazia. Intendo in modo tendenzialmente completo, totale, capillare. Siamo in un’epoca di iperdemocrazia. Gli stessi leader “populisti”, anche quelli che come Trump sono andati al potere, non sono forse il più puro prodotto della democrazia e dello spirito democratico? E l’ideale dei social network, indipendentemente dal modo in cui le multinazionali che vi sono dietro li manipolano o dirigono, non è forse l’idea della “agorà” o piazza democratica, della comunicazione asimmetrica, perfetta, trasparente, “non distorta” (come dice e vorrebbe il buon Jurgen Habermas)? Ora, se ciò ci sembra stridere con i nostri più profondi ideali, a negare cioè che sia la tanto ma non a ragione amata democrazia a trionfare su tutta la linea, è perché noi ci siamo abituati a dare al termine democrazia un’accezione positiva. A volte perché crediamo in un tipo particolare di democrazia, quella liberale, nata da un compromesso veramente storico ma oggi vacillante fra principio democratico e principio liberale; dall’altra, più spesso, perché non c’è idea che più della democrazia sembra assecondare i nostri ideali di uguaglianza, giustizia, solidarietà umana. Dovremmo invece imparare a considerare la democrazia come l’hanno sempre considerata i liberali a cominciare almeno da Alexis de Tocqueville (ma forse prima ancora da Montesquieu e da Benjamin Constant). Cioè con sospetto, come un ente ancipite, ambiguo, come un’opportunità ma anche un pericolo. Non per opporre ad essa l’autoritarismo (“c’è troppa democrazia!), che sembra ad essa opposto ma che invece spesso è suo figlio. La mentalità democratica trionfante è quella dell’ “uno vale uno”, cioè della scomparsa delle gerarchie e delle competenze fra gli umani, dell’assenza tendenziale di ogni principio di autorità/autorevolezza della disentermediazione, del popolo che esercita la sua sovranità senza delegare nessuno. Come è noto, è stato Jean Jacques Rousseau, che è andato al fondo di questa tendenza della modernità portandola alle sue estreme conseguenze logiche. E’ la “società orizzontale” di cui, con azzardo teorico, parla in senso positivo Nadia Urbinati nel suo ultimo libro (con Marco Marzano, La società orizzontale. Liberi senza padre, Feltrinelli, pagine 103, euro 16). E’ un processo che la comunicazione e l’informazione in tempo reale e alla portata di tutti sicuramente facilita, ma che pure va tenuto logicamente distinto da essa. E’ un portato della modernità radicalizzata e portata alle sue estreme conseguenze, dell’ipermodernità in cui siamo immersi (termine da preferirsi a quello di “post-modernità”, che lascia presagire un distacco che non c’è proprio stato). La mentalità democratica si intreccia e confonde poi con quella illuministica. E l’ “illuminismo di massa”, che assume spesso le sembianze di quella forma di illuminismo estremo che è il “politicamente corretto”, è un’altra delle caratteristiche della nostra società. L’illuminismo è portato per sua natura a rinnegare la mentalità storica (si pensi un attimo, a mo’ di esempio, alla recente “guerra delle statue” in America). Senza un minimo di “senso storico”, con il suo pensare astratto, l’illuminismo di massa entra presto in guerra anche con il “principio di realtà”. Esso vuole tutto uniformare e livellare secondo i suoi astratti principi di ragione. Crede, o dice di credere, nell’uomo, ma il suo individuo è disincarnato, senza un minimo di aggancio alla storia, alla tradizione, ai concreti contesti di vita. I quali sono sempre fatti di differenze, imperfezioni, diversità, disuguaglianze relative (è sempre in una relazione che si può parlare di uguaglianza o diseguaglianza), ingiustizie (la giustizia è una bussola etica nei rapporti interindividuali non può esserlo in un’ottica di “grande società”, per dirla con Friedrich von Hayek). La teoria del gender, per fare solo un esempio, è una chiara conseguenza, sul piano specifico del genere, di un modo di ragionare omologante e appiattente delle differenze quale quello illuministico e democraticistico. Cosa opporre, allora, al democraticismo diffuso? Ovvero, come recuperare il principio di autorità, quello che porta a distinguere una fake news dal suo contrario? Le fake news, in verità, sono sempre esistite. Il sofisma è stato sempre quel particolare modo di usare la forma logica della verità per avvalorare un contenuto fallace. Ed è sempre stato lo spirito critico, da Socrate-Platone in poi, che si è assunto il compito di smascherarare questa fallacia. Il fatto è che oggi la parola di un filosofo, cioè di un esperto in genere, vale tendenzialmente quanto quella di un sofista, cioè di chiunque abbia accesso alla parola, cioè di tutti noi. E, poiché il logos non è riconosciuto nella sua pregnanza, nel dibattito pubblico agli argomenti
    e ai ragionamenti si sostituiscono, più o meno simulate, le modalità basiche dell’interazione umana, quali l’esaltazione apodittica e enfatica (“sei un mito!”) o all’opposto la critica non argomentata fatta di odio e aggressività. E’ possibile restituire autorevolezza a chi sa, è esperto, competente, o semplicemente ha esperienza? Non saprei, ma certo se le élites sono oggi invise è perché anch’esse hanno in qualche modo tradito il loro compito. Si son fatte corporazioni e hanno adottato metodi di cooptazione basati esclusivamente sulla fedeltà o l’appartenenza. A prescindere. Basti pensare ai magistrati. O, peggio ancora, ai professori universitari. Va poi considerato che comunque le élites in un’ottica liberale debbono comunque essere considerate mobili e relative. Dal primo punto di vista, basti rammentare che tutto il classico, e non tramontato, pensiero della scuola italiana dell’elitismo (Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca, Roberto Michels) ci ha insegnato che una società liberale si distingue da una che non lo è non per l’assenza di èlites, ma per la loro mobilità. “Circolazione delle élite” significa che le classi dirigenti devono essere sottoposte a continuo ricambio, devono immettere sempre nuova linfa vitale al loro interno, devono essere in un meccanismo di competizione e concorrenza. Dal punto di vista della loro relatività, va invece considerato che, in una società complessa come l’attuale più che mai, il rapporto di potere che è alla base del crearsi di una élite è sempre relazionale: come ci ha insegnato Hegel, si può essere “servo” in un campo e “padrone” in un altro, oltre che “servi” in un momento e “padroni” in un altro (auspicabilmente in uno successivo, dopo che si è conquistata quella competenza e quella autorevolezza che prima non si aveva). In ogni caso, deve sempre essere ben chiaro che l’odio sociale può essere controllato, ma mai eliminato. Eliminare il conflitto dalle società umane, significherebbe eliminare l’uomo stesso nel suo milieu sociale. Cioè in una delle parti più rilevanti della sua umanità.
    (pubblicato su “Il Dubbio”, giovedì 7 settembre 2017)