• Liberazione delle donne e stereotipi femministi. Fra cronaca e storia della mentalità comune

    Credo che bisognerà prima o poi fare una storia del costume e della morale italiani negli ultimi decenni., in rapporto alle visioni del mondo e alle concezioni politiche che hanno avuto corso nella società. Anche per capire come sia potuto accadere che la sinistra, che era stata paladina negli anni Sessanta e Settanta della liberazione sessuale e di quella del corpo (grazie soprattutto ma non solo al movimento femminista), sia di fatto diventata sessuofobica e conservatrice vedendo dappertutto mercificazione e degradazione della donna. E non capendo più né la propria epoca, né la mentalità della più parte dei giovani di oggi che usano la corporeità come elemento di espressione, libertà allegria, gioco. Vedendo invece dappertutto rapporti di potere dominati dall’uomo o dal suo immaginario sessuale e non considerando che, nel gioco (eterno, umano) della seduzione, sono spesso le donne a tenere in mano le redini. A livello simbolico possiamo richiamare alla mente due immagini forti che segnano questo “passaggio d’epoca”: da una parte una delle tante copertine, una a caso, de “L’espresso” di trent’anni fa, che non esitava a ritrarre donne più o meno nude in segno di libertà e emancipazione (le televisioni di Berlusconi, che erano ancora di là da venire, non hanno inventato niente); dall’altra, suor Eugenia Bonetti che nel febbraio 2011 parla dal palco della manifestazione romana delle femministe del movimento “Se non ora quando?” (veramente “idealtipiche” a mio avviso del peggior femminismo).

    Come è potuto accadere ciò? Cosa è successo in questi anni? Perché la sinistra è, anche in questo caso,  schiava dei suoi stereotipi, di modi di ragionare meccanici e semplicistici (ad esempio. “le donne sono sempre sfruttate”), di incapacità di leggere e dialogare con il reale su cui moralisticamente si erge prima ancora di capirlo e di cercare di trasformarlo?  E come fa a non accorgersi delle contraddizioni in cui cade, come è successo  ieri con il diverso giudizio dato su due episodi accaduti nello stesso giorno: negativo su una modella che in una vetrina di Pisa si faceva dipingere il corpo per pubblicizzare un prodotto (e che male c’è? E non è ricerca di facile consenso e di demagogia quella che ha portato il ministro dell’istruzione a criticare aspramente l’episodio?); positivo sul seno nudo di Amina che sfida il “fondamentalismo bigotto” e l’oscurantismo dell’Islam? Perché ciò che è liberazione in un posto, è degradazione in un altro? (cfr. a tal proposito il bell’articolo di Francesco Borgonovo su “Libero” di oggi). C’entra Berlusconi in tutto questo? C’entra l’idiosincrasia per il mercato che buona parte della sinistra continua ad avere?

    Certo, nella nostra società, soprattutto in quella italiana, la donna è ancora sfavorita in molte, troppe, situazioni e dinamiche. E su queste bisognerebbe concentrarsi, non sui centimetri di pelle esposti in un programma televisivo o in una vetrina. Dal primo punto di vista, andrebbe considerato che il modello trasmesso da certe televisioni è volgare (anche nel senso che è semplice e popolare e non sofisticato)  se giudicato con canoni estetici, ma non immorale; dall’altro, che non c’è differenza, almeno che non si voglia abolire il mercato, fra una donna che pubblicizza un prodotto spogliandosi e un uomo che lo fa, mettiamo, vestito da clown: entrambi cercano di attirare l’attenzione, nulla più (se un domani le donne esigessero dalla pubblicità uomini spogliati, ben venga, lo accetteremmo e non ce ne scandalizzeremmo!). Non è questione di maschilismo (a parte che si può anche giocare a fare i maschilisti), ma di normali tecniche di marketing. Quanto al “modello culturale berlusconiano”, chiamiamolo pure così con questa espressione approssimativa ed errata, esso ha corrisposto alla secolarizzazione in atto, anche se è indubbio che lo abbia fatto in modo pecoreccio, con un gusto trash da palati grossi. Ma ognuno ha la cultura e la sensibilità che ha. E in democrazia tutti hanno il diritto di esprimersi, e la maggioranza vince. Il gusto è frutto di educazione, certo, ma non può essere imposto per legge dallo Stato.

    La liberazione femminile, io credo, passa per vie molto più sottili e complicate di quelle che ci vorrebbero far credere certe femministe o a cui fa riferimento il rassicurante e di facile successo “pensiero unico”che riscuote successo in molta parte della nostra società. Le nuove generazioni, che non vogliono sentir parlare di femminismo, lo hanno capito. E non certo perché sono state plagiate in negativo. Semplicemente hanno uno sguardo più libero e sgombro di pregiudizi sulla realtà. Un ricambio generazionale anche nella cultura e mentalità femminista sarebbe pertanto auspicabile. Anzi è, a mio avviso, necessario.