• La laicità? Andiamo a lezione dai cristiani

    La modernità, politica e filosofica, si svolge lungo due diversi e persino opposti binari che, con tutti i limiti delle definizioni, potremmo definire, rispettivamente, illuministico e romantico. Lo stesso liberalismo è stato prima concepito (ed è un “prima” logico e storico) come razionalismo e persino giacobinismo, e poi come scetticismo e storicismo. Che il liberalismo dei diritti e della lotta astratta alla “superstizione” e all’ “infame”, della Ragione trionfante per dirla con Benedetto Croce, abbia avuto un’importanza e svolto un ruolo storico decisivo, è fuor di dubbio. Che fosse ancora una teologia politica e un liberalismo incompiuto, e avesse pertanto necessità di compiersi o affinarsi, lo è altrettanto. Ciò è avvenuto, ma la mentalità illuministica ha continuato a sopravvivere e a celebrare fasti, con il suo senso antistorico, il suo progressismo astratto e il suo individualismo disincarnato. Elementi che, a volte in modo persino inconsapevole, ci ritroviamo in noi stessi: in tanti nostri automatismi e schematismi di pensiero, tic mentali, modi di concepire l’etica e la politica. Chi di noi non tende a pensare, ad esempio, che le religioni monoteiste, in quanto credono in una Verità unica, siano la contraddizione logica del liberalismo? Che il Medioevo cristiano e cattolico sia stato pertanto un periodo di barbarie e superstizione? Che questo schema illuministico non regga né in punto di teoria, né di fatto, lo avevano già messo in evidenza i grandi pensatori liberali e conservatori dell’Otto e Novecento. Oggi è ormai, si può dire, un dato acquisito della storiografia. Si è infatti sempre più capito che il cristianesimo è una religione monoteistica molto particolare e che ad esso, e quasi solamente ad esso, è dovuta l’evoluzione in senso liberale delle nostre società. L’idea di persona (l’individuo liberale), l’universalismo o l’uguaglianza morale di tutti gli uomini (“non esistono né ebrei né gentili”) in quanto tutti figli di Dio e pertanto fratelli; un’uguaglianza fondata sulla comune umana e dignità ma che ammette, e anzi promuove ed esalta, la diversità e specificità di ognuno al di là di ogni astratto egualitarismo (essendo ognuno in rapporto diretto con Dio attraverso la propria coscienza); la separazione fra potere spirituale e potere politico (“dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e quindi l’idea di laicità e quella, connessa, dei limiti del Potere rispetto alla libertà dell’individuo; l’idea della imperfezione e fallibilità dell’essere umano, un nominalismo anticostruttivista che vede la giustizia nei casi particolari, da esercitare nei rapporti interpersonali e non mercé la grande progettualità (sempre destinata a fallire e a generare effetti non intenzionali) di uno Stato che si fa promotore di essa a largo raggio; queste sono solo alcune delle idee che il cristianesimo ha immesso o travasato nella modernità. E persino le istituzioni cattoliche, come ci ha mostrato un illustre studioso liberale inglese quali Larry Siedentop, hanno anticipato i modi di organizzazione e democratizzazione del potere che si ritroveranno poi nei momenti migliori dello Stato liberale moderno. Tutte queste idee, ormai patrimonio comune della storiografia liberale, si ritrovano ora nei saggi che compongono l’ultimo libro di Dario Antiseri: L’invenzione cristiana della laicità, Rubbettino, pagine 128, euro 12. È soprattutto nella seconda delle tre parti che compongono il volume -”Perché il destino dell’Europa è legato al messaggio cristiano- che Antiseri ci offre, fra l’altro, una essenziale e interessante rassegna di profili di “grandi maestri del liberalismo cattolico”. In linguaggio semplice, non parco di citazioni dirette, egli ci introduce alle idee di liberali cattolici o cattolici liberali come Antonio Rossini, Alessandro Manzoni, lord Acton, Luigi Sturzo, Wilhelm Roepke (ma molto presenti in queste pagine sono anche politici cattolico-liberali “colti” come Luigi Einaudi e Alcide de Gasperi). Ciò che egli, attraverso questi autori, va a delineare è, da una parte, una sorta di antropologia liberale, cioè un’idea di uomo quanto più possibile corrispondente alla sua realtà effettuale di essere finito, “ignorante” e fallibile; dall’alta, una dottrina dello Stato liberale, perfettamente compatibile, anzi richiamata come proprio riferimento, dalla teoria politica del cattolicesimo. Dal primo punto di vista, i riferimenti di Antiseri sono Karl Popper e Friedrich Von Hayek, le cui teorie sono discusse nel secondo capitolo. L’idea che “il fallibilismo epistemologico -vale a dire la consapevolezza che le nostre idee sono e restano smentibili- è un fondamentale presupposto della società aperta”. Solo infatti una società che non ha un’idea sostantiva di Verità e di Bene da promuovere (come può essere ad esempio una società teocratica), ma crede che la verità e il bene siano sempre delle situazioni di fatto, particolari, storiche, e che comunque vadano ricercate insieme attraverso tentativi e errori, perché le conoscenze umane sono socialmente disperse e hanno bisogno di mettersi “in prova”; solo una società siffatta può dirsi veramente democratica e liberale. Una lezione che andrebbe bene appresa soprattutto oggi, nel tempo del dominio del conformismo “politicamente corretto”, ove il legislatore vorrebbe dirci ogni momento come vivere e viver bene, penetrando nell’intimo delle nostre coscienze, casomai “per il nostro bene”. E così dimenticando che il benessere, come la felicità, vive nella tensione individuale e non nel possedimento. “Se cerco la felicita, non sono più felice”: diceva John Stuart Mill. E in effetti, come già ci avevano insegnato Immanuel Kant e Wilhelm von Humboldt, paternalismo e pedagogismo (soprattutto di Stato) sono i forti nemici del liberalismo. E, per restare nell’ottica del discorso di Antiseri, del cristianesimo. Il quale con il costante richiamo alla coscienza, al rapporto diretto del singolo con Dio, alle intenzioni, vuole veramente liberarci dalle dande di chi vuol guidarci nella vita. Ovviamente, solo un essere finito, precario, imperfetto, può fare da pendant a questa concezione fallibilistica della conoscenza e della vita. Per quanto concerne invece il secondo punto, quello relativo allo Stato liberale, Antiseri, con appropriata formula, si augura “uno Stato forte ma non affaccendato”. Intende perciò sfatare, proprio all’inizio del suo volume, il mito per cui i liberali siano per l’estinzione dello Stato: un’idea che era di Marx ma non certo dei padri della dottrina. Lo Stato liberale è “minimo”, ma forte: poche leggi generali, limitate a pochi settori, ma una forte volontà di farle rispettare. Antiseri riporta in esergo del suo volume, e fa propria, la definizione che ne ha dato un altro dei suoi liberali di riferimento: “Secondo la concezione liberale, la funzione dell’apparato statale consiste unicamente –scrive Ludwig von Mises- nel garantire la sicurezza della vita, della salute, della libertà e della proprietà privata contro chiunque attenti a essa con la violenza”. Con una formula efficace, Antiseri afferma che “la concezione liberale della società è né “assenza di Stato”, né uno “sregolato laissez faire-laissez passer”, né darwinismo sociale”. In particolare, il liberale è molto attento ai problemi della povertà (che è altra cosa dalla diseguaglianza o dal mito della “giustizia sociale”). Egli crede molto nella solidarietà, che però, per essere “giusta” e effettiva, deve avvenire quanto più possibile ex post e non ex ante rispetto al libero svolgersi delle dinamiche di mercato. Qui un ruolo importante può giocare la solidarietà privata, e in particolare l’azione caritativa dei gruppi cattolici. In generale, per Antiseri, il principio a cui cercar di tener fede è quello della sussidiarietà: i problemi sociali li risolve la società stessa, attraverso i suoi gruppi e associazioni; solo dove la società non arriva, interviene poi lo Stato. In particolare, per Antiseri, come in genere per i liberali, il problema dell’istruzione è importantissimo. Lo Stato, in questo caso, deve limitarsi a stabilire regole molto generali, favorendo poi l’emersione di una quantità di scuole, private e non, che, in competizione fra di loro, possano garantire l’educazione migliore e una sana competizione fra idee e metodi educativi. “La realtà –osserva Antiseri- è che, è bene insistervi, il monopolio statale dell’istruzione è la vera, acuta, pervasiva malattia della scuola italiana. Il monopolio statale nella gestione dell’istruzione è negazione di libertà; è in contrasto con la giustizia sociale; devasta l’efficienza della scuola. E favorisce l’irresponsabilità di studenti, talvolta anche quella di alcuni insegnanti e, oggi, pure quella di non pochi genitori”. Antiseri fa, quindi, propria l’idea del “buona scuola”, elaborata da Milton Friedman prima e von Hayek poi. “Con il ‘buono-scuola” i fondi statali sotto forma di ‘buoni’ nono negoziabili (vouchers) andrebbero non alla scuola ma ai genitori o comunque agli studenti aventi diritto, i quali sarebbero liberi di scegliere la scuola presso cui spendere il loro ‘buono’. Ed è così che, pressata nel vedere diminuire l’iscrizione alla propria scuola o vedere allievi già iscritti scappare da essa, ogni scuola sarà spinta a migliorarsi, e sotto tutti gli aspetti. In poche parole: quella del “buono-scuola” è una misura in grado di coniugare libertà di scelta, giustizia sociale ed efficienza del sistema formativo”. Il buono-scuola è pertanto, contrariamente a quanto si potrebbe essere portati a pensare (ma d’altronde la dottrina liberale è controintuitiva) “una carta di liberazione per le famiglie meno abbienti”. In questa giusta battaglia a favore del pluralismo scolastico e contro il monopolio statale dell’istruzione, Antiseri arruola, per così dire, anche don Lorenzo Milani. E’ la parte meno convincente del libro, a mio avviso: l’autore dimentica infatti che don Milani, con la sua idea non ortodossa di cultura e con il suo sessantottismo pedagogico, è uno dei (tanti) padri spirituali, diciamo così, del declino della nostra scuola. Un che di pedagogismo paternalistico ho poi letto anche nelle pagine dedicate alla televisione, in particolare alla poco liberale idea che Popper espresse, nell’ultima fase della sua vita, di istituire una sorta di autorità che vagliasse preventivamente la qualità etica e pedagogica dei programmi televisivi. Sono però questi i pochi punti di dissenso che sono in me maturati dalla lettura di questo libro, le cui idee condivido e che giudico molto istruttivo per chiunque considerare le questioni trattate al di fuori della vulgata più accreditata.
    (pubblicato su “Il dubbio”, giovedì 6 luglio 2017)