• La rielezione di Napolitano. Considerazioni a margine sulla lotta politica oggi in Italia

    Sono state giornate convulse e intense quelle che hanno portato alla rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale. Ognuno di noi, in diversi modi e da diverse posizioni, ha partecipato agli psicodramma che si sono consumati, in primo luogo alla crisi di leadership di Bersani. Ed ognuno di noi si è anche fatto le sue idee e le sue opinioni. C’è però un elemento che mi ha fatto particolarmente impressione in questa intensa e comunque positiva partecipazione. In molti, in troppi, hanno ragionato tenendo del tutto fuori il dato politico, da una parte, e l’etica della responsabilità, dall’altra. Quasi tutti hanno espresso apprezzamenti o critiche sulle persone ed hanno persino proposto nomi i più disparati (l’ho fatto anche io a favore di Dario Antiseri, in segno di amicizia e stima per lo studioso e per il mio editore che me l’ha proposto). Quasi nessuno, tuttavia, si è posto alcune domande secondo me fondamentali: cosa è e cosa deve fare il Capo dello Stato? A partire dalle forze reali in campo, non dai pia desiderata, quali soluzioni sono possibili? E quali conseguenze avrebbe scegliere l’una soluzione piuttosto che l’altra? Quale idea di paese e di uscita dalla crisi e di cambiamento presuppongono le scelte che si andranno a fare? Beh, una volta avute chiare queste domande e date le dovute risposte, il nome o i nomi sarebbero stati individuati di conseguenza. E invece niente: il totocolle partoriva nomi a casaccio. E poi. Infinite discussioni sull’età, sulla bella presenza, sul genere, sulla moralità (tutti ne danno patenti in questo paese!) del nuovo Presidente. In molti si confondevano: gli piaceva Prodi, ma poi anche Amato, oppure d’Alema sì e Amato no, dimenticando il dato politico fondamentale (anche la candidatura della Bonino, nobile ma senza voti fra i grandi elettori, poteva essere solo di testimonianza). Che era la evidente divisione fra due linee politiche e istituzionali, di cui però solo una, che è poi quella che è prevalsa, garantiva quelle caratteristiche di unità e coesione nazionale che la legge fondamentale (che fino a prova contraria è ancora in vigore) esige dal capo dello Stato. Era una divisione che attraversa il Paese, ma che ha attraversato anche, drammaticamente, il Partito di maggioranza relativa. La linea che è risultata sconfitta e che è stata incarnata da Rodotà per un verso ma anche da Prodi per l’altro avrebbe di fatto diviso il Paese. E avrebbe poi partorito anche, di conseguenza, un governicchio di minoranza. Un esecutivo, voglio dire, che avrebbe elemosinato di volta in volta i voti di Grillo in parlamento: E che avrebbe dovuto per forza di cose fare scelte dettate da costui: politiche antieuropee e che avrebbero spaventato i mercati; libero sfogo al giustizialismo e al moralismo più sfrenato. In una parola: le forze antisistema, ma soprattutto Berlusconi (che a parole la sinistra radicale dice di voler sconfiggere), avrebbero incassato un successo nelle urne alle quali molto presto si sarebbe dovuti andare. Eppure, il fattore identitario del radicalismo e l’impolitica etica della convinzione opposta a quella della responsabilità sono elementi diventati così forti nel nostro Paese da rasentare il fanatismo. Si tratta, occorre dirlo, di un sinistrismo che nulla ha a che vedere con la sinistra realista di cui Napolitano è stato sempre glorioso esponente. Ma la cosa impressionante, ripeto, è che questo pensiero radicale non è più appannaggio di frange, ma di una minoranza diffusa e composita: formata anche da persone che stimo e che ricoprono ruoli significativi nella società. E’ come se ci fosse una perdita di senso della realtà e del senso politico, un’incapacità di ragionare al di fuori della logica emozionale del “mi piace” e “non mi piace” (che ben venga sui social network, ma che non può essere assunta e elemento generale di espressione politica). Probabilmente, l’attuale incapacità di pensare politicamente è riconducibile a quella mancanza di educazione e cultura politica che Ernesto Galli della Loggia segnalava in un importante articolo sul “Corriere” di qualche giorno fa. Egli si riferiva ai grillini, ma il discorso credo sia, ahimé!, più generale. E tutto questo avviene nella patria di Machiavelli, a 500 anni esatti dall’uscita del suo capolavoro sul principe.

    (già pubblicato su www.reset.it)