• La Costituzione e la sua riforma. Qualche puntino sulle i

    C’è qualcosa di paradossale nella difesa, “senza se e senza ma”, della Costituzione da parte di un vasto fronte. Intellettuale più che politico. Arrivare poi a dire che la nostra Costituzione è “la più bella del mondo” è una sciocchezza, o peggio denota malafede. La nostra Costituzione, credo, sia superata dalla storia, soprattutto nell’essere sostanzialmente democratica più che liberale, persino con forti tratti socialisti ( e non si tratta del socialismo liberale). Quando poi si ripete che essa sarebbe non solo viva e vegeta, ma anche non realizzata e finalmente ora da realizzare (le “promesse non mantenute” di bobbiana memoria) si rasenta il ridicolo perché sembrerebbe che sia proprio a quei tratti comunisti (o benecomunisti come ora si dice) che si faccia riferimento. Detto questo, io non solo non sono un critico in astratto e in assoluto della Costituzione italiana, ma anzi ne riconosco i meriti storici altissimi. Mi spiego. Le Costituzioni, di cui fra l’altro si può anche fare a meno (basta vedere il caso della Gran Bretagna), nascono di solito ad un cambio di regime, quasi a suggellare per iscritto i nuovi valori che si vogliono affermare o, come pure si dice, il “nuovo patto costituente” che lega i cittadini. Così, è stato anche per la Costituzione italiana, che doveva in qualche modo sancire non solo il passaggio dalla monarchia alla Repubblica, ma anche la presa del potere da parte del vasto fronte delle forze che si erano opposte al fascismo. Fronte vasto soprattutto dal punto di vista delle ideologie di riferimento, dai comunisti ai liberali conservatori per intenderci. Sembrava un’impresa quasi disperata far nascere una Costituzione da forze così eterogenee, e per giunta nella maggioranza non liberali (i due partiti maggiori, il comunista e il democratico cristiano, concepivano fra l’altro la democrazia in modo radicalmente diverso). Eppure, il miracolo fu fatto. La Costituzione italiana è l’esempio di un alto compromesso, di quelli che raramente la politica raggiunge. Ma che d’altro canto, va aggiunto di questi tempi, solo essa può raggiungere: i costituenti erano “tecnici” in senso solo secondario o derivato, avendo ognuno una forte appartenenza politica che non impediva però loro di cercare in buona fede e raggiungere un punto di equilibrio fra le rispettive posizioni. Il “segreto” era probabilmente nell’eccezionale qualità umana, diciamo così, dei costituenti, che non avevano bisogno di definirsi o essere definiti “saggi” perché lo erano di fatto. Erano una vera “classe dirigente”, anche se o proprio perché non partecipavano a quei convegni sul tema che oggi vanno tanto di moda. E sapevano per lo più che le Costituzioni nascono, vivono, si trasformano e muoiono nella storia: in una parola, non possono essere imbalsamate come le “vestali” tipo Zagrebelski, Rodotà o Barbara Spinelli vorrebbero fare. Ecco, è la storia l’elemento non considerato fino in fondo nel discorso sulla Costituzione. Data la situazione del tempo in cui la nostra fu stesa e promulgata, quelle forze in campo e quei rapporti politici, si può dire che risultato migliore forse non si poteva ottenere. Ma sono passati sessanta anni da allora, e il mondo è corso velocemente. Il quadro geopolitico, economico, sociale, culturale soprattutto, è completamente cambiato. Quelle forze politiche non esistono più. E, soprattutto, non esiste e non è più riproponibile in una democrazia occidentale quella visione del mondo che era propria di una delle forze che più ispirarono la Costituzione. il Partito comunista. La Carta andrebbe perciò, a mio avviso, riscritta, cambiata profondamente, anche nella parte dei principi e dei valori. Certo, all’orizzonte non si vede una “classe dirigente” in grado di farlo, persone sagge (non “saggi”) che antepongano la ricerca del compromesso al proprio interesse di parte. Ma questo è un altro discorso. Ed è credo il vero nodo della questione.