• John Gray: dal liberalismo al nichilismo. Un breve profilo.

    È da qualche settimana nelle librerie del Regno Unito l’ultimo volume di John Gray, intitolato: The Soul of the Marionette . A Short Enquiry into HumanFreedom. Anche questa volta, come per i libri precedenti,  i maggiori quotidiani e periodici non si mostrano parchi di recensioni, spesso lunghe e autorevoli. A molti di essi, fra l’altro, l’autore collabora con assiduità (dal “Guardian” a “New Statesmann”). In poche parole, si può dire che John Gray sia oggi il più visibile filosofo inglese, il più noto a livello di pubblico (“Prospect”, esagerando, e per quanto valore possano avere classifiche di questo genere, lo ha inserito al settimo posto nella classica globale dei “pensatori più influenti”). Non si tratta però di un filosofo pop, di un divulgatore, né il suo fare è “clownesco” (è una sua espressione) o mediaticamente orientato come quello di uno Zizek. Gray è un intellettuale serio, credibile, autorevole. La sua bulimia pubblicistica è sempre lontana dallo sbraco, presuppone una vasta dottrina, tratta temi prettamente culturali seppur affrontandoli e presentandoli al lettore in un linguaggio chiaro, pulito, essenziale. Sembra che quella di comunicare con uno stile alieno da ogni specialismo e tecnicismo, e di farlo attraverso i media, sia una scelta voluta, cercata, consapevole. Pur avendo alle sue spalle una formazione e una carriera universitaria di primissimo piano (ha per tanti anni insegnato alla London School of Economics), Gray incarna perciò il modello dell’intellettuale antiaccademico: mostra come la filosofia non posso essere praticata nella turris eburnea di un istituto universitario, né possa ridursi o a un arido e autoreferenziale specialismo. E, ancora, come un percorso filosofico di tutto rispetto possa e debba costruirsi, con onestà intellettuale, attraverso libri non diretti e studiati per pochi specialisti. The Soul è l’ultima tappa di un cammino filosofico iniziato un quarto di secolo fa e che si è svolto con rigore e autonomia, al di fuori di scuole e correnti di pensiero, e che anche per questo non è incasellabile facilmente né quindi riducibile al già noto (sarà per questo che Gray non è quasi conosciuto nel nostro Paese, confuso spesso con un omonimo psicologo autore di libri di cassetta). Il suo pensiero ci interessa però per un elemento non secondario, né inessenziale nemmeno per capire libri apparentemente ormai lontani da quella radice come quest’ultimo: Gray è stato allievo diretto di Isaiah Berlin e si è subito affermato, negli Ottanta del secolo scorso, come un interprete e rappresentante del pensiero liberale. Nonché, in politica, come un intellettuale di riferimento per l’area dei conservatori. I volumi principali di questo periodo sono: Mill on Liberty: A Defense (1983); Hayek on Liberty (1986); Liberalism (sempre del 1986, un’efficace introduzione storico-teorica al concetto di cui esiste anche una traduzione italiana Garzanti del 1989); Liberalism: Essays in Politically Economy (1989). Una prima svolta nel pensiero di Gray si verifica negli anni Novanta, allorquando egli sviluppa la prospettiva del post-liberalismo (Post-Liberalism: Studies in Politically Thought, 1996). Rispetto a quello classico, il liberalismo di Gray, che fra l’altro sa restituirci brillanti profili teorici di importanti pensatori del passato, liberali e non, si presenta come più attento alle specificità storico-geografiche, non riducibile ad un progetto “razionale” astrattamente valido per tutti gli uomini, non fondazionistico. Centrale comincia a divenire il concetto di modus vivendi, che in Gray indica proprio il richiamo costante alle concrete situazioni di vita in cui si trovano di volta a volta a vivere i singoli e i popoli. In Two faces ofLiberalism, del 2000, Gray illustra con molta chiarezza le differenze fra due modelli di tolleranza: quella liberale e quella appunto intesa come modusvivendi. La “tolleranza liberale” si fonda su di un’idea di ragione universale, valida per chiunque: quindi sul consenso razionale su cui può basarsi la reciproca coesistenza fra valori diversi e persino opposti, all’interno dei singoli, delle nazioni e fra i popoli. La  ”tolleranza come modus vivendi” prende invece sul serio il fatto del “pluralismo dei valori” non ritenendo che essi siano componibili, né che partendo da essi possa trovarsi un consenso razionale sulla forma di società o addirittura sulla migliore forma di vita. Fra i rappresentanti del primo modello, Gray insiste soprattutto su John Rawls, che a mio avviso liberale non è proprio, la cui “teoria della giustizia” decostruisce con solidi argomenti. Il suo discorso è però perfettamente estensibile ad autori come Ronald Dworkin o Robert Nozick, che, pur passando come avversari del primo, sono all’interno dello stesso filone di pensiero analitico e astratto. Non a caso, Gray parla di “liberalismo accademico” e slarga sempre più il suo discorso, in questi anni, al fine di avvicinarlo alle forze reali e pulsanti della vita. La stessa scelta di affidare ad articoli sui giornali e ad interventi pubblici le sue idee, costruendole non fuori ma dentro la comune “conversazione dell’umanità”, risponde a questa esigenza. Intanto, nel 1998, Gray, avvicinatosi nel frattempo alla politica di Tony Blair, aveva pubblicato il primo libro destinato ad un pubblico più ampio di quello specialistico dei precedenti. Esso ebbe subito un buon successo: False Dawn: The DelusionsofGlobal Capitalism. Il volume fu pubblicato nello stesso anno in italiano con un titolo che ne rinforzava l’aspetto di critica al capitalismo in consonanza con gli umori diffusi nel mainstream di casa nostra: Alba bugiarda: il mito delcapitalismo globale e il suo fallimento (Ponte alle Grazie). In verità, pur avendo intuito e anticipato alcuni fattori che avrebbero ad esempio portato alla crisi finanziaria di dieci anni dopo, il libro non può essere banalmente catalogato nell’ampia categoria dei testi di “critica del capitalismo”. Anzi, in qualche modo può dirsi che, secondo Gray, il capitalismo, globalizzandosi e finanziarizzandosi, abbia tradito la sua vocazione originaria e i presupposti morali su cui si fondava. Di Margareth Thatcher ora critica l’aver elevato a filosofia economicistica generale quella che era una politica di liberalizzazioni forzate imposte dallo stato miserrimo, economico ma anche morale, in cui si trovava la Gran Bretagna dopo trent’anni di statalismo e assistenzialismo praticato dai governi laburisti. Al contrario dell’era vittoriana, in cui il liberalismo si legava a presupposti morali come la fiducia fra i cittadini e il senso della comunità, la Thatcher si era fatta portatrice di una visione a suo modo razionalistica del liberalismo. Molto interessante è anche un altro libro di grosso impatto pubblico, uscito all’indomani dell’11 settembre: Al Quaeda: and What itMeansto be Modern In esso, Gray mostra come Al Quaeda non possa considerarsi un movimento che intende semplicemente perseguire un obiettivo riconducibile ad un mondo arcaico e teocratico. Esso, piuttosto, è pienamente inserito nella modernità, di cui vorrebbe essere una cura ma ne è invece una patologia. Il terzo volume riconducibile a questa fase che potremmo definire sociologico-politica, oltre che filosofica, del pensiero di Gray è il volume del 2007 intitolato: Black Mass: Apocalyptic religion and the Death of Utopia. E’ una suggestiva (ma direi non del tutto originale) analisi dell’eredità otto-novecentesca dei millenarismi classici. Ove ovviamente si mostra come la religione che era alla base dei vecchi millenarismi si è col tempo del tutto secolarizzata, pretendendo di impiantare qui sulla terra un millennio del tutto umano. Insieme a Straw Dogs: Thoughts on Humans and Other Animals, uscito nel 2002 (tradotto in Italia da Ponte alle Grazie con il titolo: Cani di paglia), possiamo considerare questo libro agli inizi di una terza e ultima fase del pensiero di Gray. In essa gli interessi tornano ad essere più strettamente filosofici, anche se non nel senso astratto che la filosofia ha generalmente per gli accademici: i richiami all’attualità, che spesso offre lo spunto da cui parte la riflessione, sono continui. In questa fase il pensiero di Gray prende decisamente i toni del materialismo nichilistico, o meglio di un pessimismo cosmico che insiste, oltre che sulla parentela dell’uomo con gli altri animali, sull’insensatezza della vita e del tutto. Il fatto interessante è che la stessa scienza, nell’ottica di Gray, perde quei caratteri di assolutezza, seppur relativa, che in molti sono portati a concederle. Anzi, essa sembra convertirsi, secondo il filosofo inglese, Gray, in una sorta di nuovo misticismo. D’altronde, ci sono degli episodi storici poco conosciuti che attestano questa sorta di coincidentia oppositorum. Uno di essi è al centro del volume The Immortalization Commission: Science andtheStrange Quest to Cheat Death , che Gray ha pubblicato nel 2011. Nei primi anni dell’Unione Sovietica fu infatti istituita una commissione, che assunse toni anche mistici e paranormali, he aveva come compito di studiare la possibilità di raggiungere per via scientifica l’immortalità umana (ne facevano parte intellettuali del calibro di Gorky, Wells, ma anche una figura eccentrica come Lunacharsky, una specie di teosofo e insieme “Commissario dell’illuminismo” nel nuovo regime). La critica dello scientismo e delle false sicurezze della ragione comporta pur, in una posizione di scetticismo verso l’esistenza di un Dio, anzi di vero e proprio nichilismo, una critica radicale del New Ateism, cioè di quella corrente che è stata in Gran Bretagna, negli ultimi anni, una vera e propria moda intellettuale (i maggiori esponenti di essa possono considerarsi Richard Dawkins, Daniel Dennett, Sam Harris, Cristhofer Hitchens). Già in Straw Dogs , Gray aveva scritto che “il non credere è una mossa all’interno di un gioco le cui regole vengono stabilite dai credenti”. Ora dice, ad esempio in un recente articolo pubblicato da “The Guardian” (3 marzo 2015), che “l’ateismo si presenta sotto forme diverse e irriducibili, e quello promosso ai giorni nostri colpisce per la sua banalità e limitatezza”. Per Gray, in effetti, l’ateismo militante dei nostri tempi è una sorta di monismo che, partendo da un’idea fissa e limitata, di ciò che è scientifico, vuole imporre a tutti la sua verità bollando semplicemente come “superstiziose” e “arretrate” le idee dei diversamente senzienti e opinanti. L’equazione semplice e rassicurante per cui esistano collegamenti fondati tra ateismo, scienza e un’ideologia genericamente liberale, ma potremmo dire politically correct,  è pertanto semplicemente da rigettare. Più a fondo è l’ideologia del progresso umano, con il suo carattere teologico e rassicurante, che Gray vuole mettere in scacco. Ciò è particolarmente evidente negli ultimi suoi due libri: The Silence of Animals: On Progress and Other ModernMythis, pubblicato nel 2013, e The Soul of Marionette, uscito appunto quest’anno. La libertà umana, per Gray, è ora diventata, in quest’ultima fase del suo pensiero,  un mito. O, meglio, un’illusione vitale a cui soggiaciamo per non guardare in faccia all’insensatezza del tutto e poter continuare a vivere. Non è perciò un caso che le note filosofiche di Giacomo Leopardi, a cui è dedicato un intero capitolo di The Soul suonino magnificamente alle orecchie del nostro autore (come è noto, la prima traduzione integrale in inglese dello Zibaldone è uscita due anni fa). Gray, ovviamente, è troppo filosofo, e troppo intelligente, per poter cadere poi in braccia al materialismo volgare: siamo marionette ma non siamo in mano a un essere intelligente o divino, e nemmeno alle leggi scientifiche (altra illusione!), bensì a un fluire senza senso che determina il tutto e che ci attraversa. Un’ultima curiosità, prima di chiudere queste breve profilo: un altro dei capitoli dell’ultimo libro di Gray è dedicato al tema dei complotti e delle cospirazioni, che egli affronta, tenendo presente L’affaire Moro di Leonardo Sciascia, attraverso una ricostruzione delle vicende legate al rapimento e poi all’uccisione dello statista italiano. In conclusione, si può dire che John Gray è una voce originale e autonoma, mai banale, nel dibattito filosofico dell’Inghilterra attuale. Nonostante il fatto che le posizioni a cui è approdato siano ormai lontane da quelle liberali del sottoscritto. 

    PS Nel 2009 è uscita una interessante raccolta di saggi scritti da Gray in periodi diversi della sua attività, comprendenti alcuni efficaci profili di classici del pensiero, liberali e non: Gray’s Anatomy. Selected Writings (Allen Lane-Penguin)