• In attesa del Grande Pedagogo: programma vasto, ma soprattutto pericoloso

    Qualche mese fa un mio amico, noto sociologo italiano, mi chiese un contributo per una rivista culturale online che stava nascendo sotto la sua direzione: avrei dovuto recensire un libretto pubblicato da Diego Fusaro. In verità, il tema non mi appassionava particolarmente e sull’autore mi ero già espresso in diverse occasioni. Tuttavia, come è noto, alle persone a cui si è legati da affetto è difficile dire no. Il progetto di rivista è presto fallito, ma il mio contributo resta. Lo posto qui.

    Diego Fusaro, Europa e capitalismo. Per riaprire il futuro, Mimesis, Bologna 2015, pagine 141, euro 14.

    Il linguaggio è la cifra del pensiero. O del non pensiero, ovviamente. I toni assertivi non si confanno alla filosofia, la quale, sin dalle sue origini socratiche, esercita su ogni cosa, e prima di tutto se stessa, l’arte del dubbio, cioè un sano scetticismo. Di questa umiltà del pensiero, in questo libro del giovane filosofo Diego Fusaro, non c’è veramente traccia. È tutto un insieme di affermazioni forti, non discutibili. A tal punto non discutibili, che Fusaro si guarda bene dall’andare oltre le formule che ci propone, a presentarci uno straccio di argomentazione. Fa delle affermazioni nette col tono di dirci: è così, prendere o lasciare. Ovviamente, se prendiamo, siamo nel giusto e siamo eticamente irreprensibili; se non prendiamo, o siamo in malafede o degli ingenui poveretti nelle mani del Capitale che ha ormai plasmato le nostre coscienze a tal punto che non ce ne rendiamo nemmeno più conto. Perché, ecco la tesi centrale del libro, viviamo in un’epoca in cui non solo il capitalismo è il dominus sovrano ma esso si è fatto assoluto. Bene, concediamolo pure, ma chiediamo a Fusaro: cosa è, in concreto, il capitalismo? Può un concetto generale, astratto, una finzione mentale, diventare un soggetto concreto e arrivare a dominare il mondo in modo assoluto, cioè totale? Ma, se tutto è capitalismo, non è logicamente conseguente dire che nulla sia capitalismo? Niente, Fusaro non ha dubbi: il capitalismo esiste e ci schiaccia. E da consumato uomo-marketing quale è, per definirlo, usa tutte le parole, meglio sarebbe dire i paroloni, alla moda del gergo filosofico. “Si è così imposta -scrive- una spoliticizzazione dell’economia che è, poi, l’altra faccia dell’ economicizzazione della politica: la gelida gestione tecnico-amministrativa del sociale e la governamentalizzazione biopolitica della nuda vita spodestano la decisione politica della comunità sovrana. La ratio oeconomica della teologia mercatistica non accetta altre ragioni, compresa quella del politico” (p.13). Parole ad effetto per dire un concetto semplice, perentorio, apodittico e per niente originale: il denaro è Mammona e i capitalisti sono il Diavolo. Fusaro ripete a più riprese di essere una voce anticonformista, “fuori dal coro”, ma non bisogna credergli: l’ideologia anticapitalista ha avuto enorme successo nel Novecento fra gli intellettuali, e continua ad averne, seppur in forme più soft, ancora oggi. Tutto qui il libro di Fusaro? No, perché il suo discorso si allarga all’attualità e Fusaro ascrive se stesso al vasto fronte degli antieuropeisti degli ultimi tempi. Non che l’Unione Europea, beninteso, sia difendibile per come è venuta evolvendosi negli ultimi tempi. Ma, sinceramente, sembra tesi alquanto bizzarra quella che fa qui propria Fusaro: “l’euro come fondamento assoluto del capitalismo”, come recita il titolo di uno dei capitoli di questo libretto. Per Fusaro non meglio identificati “teologi della globalizzazione e taumaturghi dell’economia” avrebbero “individuato nell’area mediterranea dell’Europa…l’anello debole della catena del capitalismo europeo, il punto debole su cui fare leva per disarticolarlo e per introdurre il paradigma americano”. Di qui, studiata a tavolino, l’introduzione della moneta unica europea: il paradigma americano contro quello europeo e il complotto per mettere in scacco quest’ultimo (evidentemente ancora troppo welfaristico e socialdemocratico) usando come grimaldello le difficoltà a stare nei parametri dei paesi del Sud Europa. Che poi questi parametri siano stati comunemente decisi e accettati, a Fusaro interessa poco. Così come non importa che la tesi di un’Europa vittima del liberismo sfrenato e in balìa delle leggi del mercato suoni alquanto paradossale, considerato che il limite principale dell’Unione Europea così come è venuta costruendosi sta proprio in una burocratizzazione e in una bulimica produzione di leggi e regolamenti comunitari che al mercato pongono continuamente vincoli e lacci di ogni tipo. Novello Marx, in sedicesimo, Fusaro chiude poi il suo libro con l’esortazione a “riprendersi il futuro”. E aggiunge che bisogna educare i giovani alla “riprogrammazione della sintassi del mondo in cui vivono” (1409. Non dice, ovviamente, chi debba essere il Grande Pedagogo, ma poco importa. È un programma vasto, ma soprattutto pericoloso.