• Governo Letta: il bello della politica, gli impegni che ci attendono

    E alla fine abbiamo un governo. Dignitoso, con un programma ambizioso ma non velleitario, serio. Potremmo dire che il buon senso alla fine abbia trionfato. E Dio sa di quanto ne abbiamo bisogno! E ha trionfato dopo due mesi non “persi”, come ha detto il pur bravo Matteo Renzi, ma di dura lotta politica. Fra posizioni, interessi, visioni del mondo diversi e spesso ostili. La competizione politica, quando ha modo di esprimersi, non è tempo perso perché chiarifica, aggrega, offre alla fine una soluzione. Che in questo caso è risultata buona, anche grazie all’accorta regia del riconfermato presidente Giorgio Napolitano.

    Qualcuno dice che Silvio Berlusconi è il vincitore di questa battaglia, ma credo che il discorso sia un po’ più ampio. Sicuramente nell’ultimo tempo il Cavaliere non ne ha sbagliata una. Ma non ha commesso errori perché ha capito, dopo venti anni di apprendistato potremmo dire con un pizzico di cattiveria, che se non segui le regole della politica, che è prima di tutto l’arte del possibile e del compromesso, la politica poi si vendica. Sul terreno prettamente politico, il grande sconfitto è sicuramente Bersani, il quale ha ottenuto proprio il risultato che non voleva ottenere. Ma non credo che sconfitto sia il PD, se si guardano le cose in una prospettiva non di brevissimo periodo. Nel partito c’è stata una chiarificazione interna di non poco conto. E si è forse anche capito che l’identità politica non può essere costruita “in negativo”; che la realtà politica, e la realtà tout court, è più complessa di quanto la distinzione manichea fra noi e loro, i “moralizzatori” e i “corrotti”, possa immaginare. E la politica è l’arte umana per eccellenza (Benedetto Croce diceva che si fa politica anche quando si vogliono tessere relazioni amorose) proprio perché è quella più vicina a questa complessità vitale del nostro mondo. Se elementi di moralità, dico così anche se l’espressione non mi piace, potranno essere presto immessi nella vita pubblica, è solo se si faranno sostanza politica. Chi pensa il contrario, esercita l’antipolitica, che non è solo quella di Grillo ma anche quella dei giustizialisti e in genere di chi fonda il suo essere sull’indignazione in servizio permanente effettivo. Un’indignazione, checché ne pensasse la buonanima di Hessel, che è sempre interessata (essendo manovrata da gruppi di potere o alimentata da ambizioni personali) o stupida. E lo è perché, importando elementi non politici (che sarebbero di pertinenza dei confessori o di giudici veramente “terzi” e non politicizzati) nell’agone politico, finisce per alimentare con la sua stessa forza l’avversario che si dipinge come il male assoluto (male in modo irrelato, e quindi falso).

    Tutto bene quel che finisce bene, allora? Non so, ora toccherà alle forze politiche dare risposte alla crisi. E anche all’esigenza di rinnovamento che è forte nel paese e che può avere uno sbocco positivo solo se non è velleitaria. Cioè se ancora una volta si sottomette alle “regole” del politico.

    Se Enrico Letta non dovesse riuscire ad attuare nemmeno in parte il suo programma, se la conflittualità fra i partiti riesplodesse, se la crisi aumentasse per colpe non strutturali ma politiche …., i partiti avrebbero segnato davvero l’ora della loro fine. E a quel punto non potremmo che inchinarci, laicamente sia beninteso, alla storia, che ha anch’essa come la politica una sua razionalità e che fa morire chi di vivere più non è degno.