• Giuseppe Galasso, quel senso della Storia che veniva dal Sud…

    La morte di Giuseppe Galasso, avvenuta ieri mattina a Napoli, coglie un po’ tutti di sorpresa: nonostante i suoi 88 anni (era nato a Napoli il 19 novembre 1929), era in piena attività. Aveva da poco licenziato un volume in cui mostrava tutta la sua profonda cultura, unita, come è proprio dei Maestri, alla capacità di sintesi e alla moderazione del giudizio: Storia della storiografia italiana. Un profilo (Laterza, 2017). In quella vicenda storica, che inizia da Machiavelli e si snoda attraverso i secoli, il nome di Galasso sta sicuramente fra i maggiori. Credo che non molti, per la qualità scientifica dei suoi libri e per la coerenza della sua visione storiografica, possono stargli alla pari: Volpe, Chabod, De Felice, Rosario Romeo, pochi altri. Di famiglia poverissima, nato nel cuore della Napoli barocca che sarebbe poi stata oggetto di suoi importantissimi studi, Galasso mostrò subito il suo ingegno e vivacità di studioso. Frequentò le lezioni di Ernesto Pontieri all’Università, e ne divenne allievo, inserendosi da subito a pieno titolo in quella tradizione storica e storicistica dell’Accademia napoletana, molto vicina al pensiero di Benedetto Croce, che accademico non fu mai, e che risaliva a Michelangelo Schipa. I temi di cui Galasso si sarebbe da allora occupato erano tutti interni a questa tradizione: la storia del Mezzogiorno medievale e moderno, quella del Risorgimento e dell’Italia unitaria, l’altra ancora dell’Europa intesa come un orizzonte di ancoraggio culturale prima che politico nell’ottica della Napoli “capitale europea” e “civile” che era stato l’ideale della migliore classe dirigente e intellettuale che la città partenopea aveva avuto. La storiografia etico-politica, con la capacità che essa aveva di legare crocianamente cultura e vita morale, era vista come un momento di impegno civile oltre che di serietà degli studi. Certo, in quegli anni il crocianesimo era attaccato da altre filosofie e prospettive storiografiche, per lo più di importazione e mal digerite, in primo luogo da quelle che si richiamavano al marxismo, che ne mettevano in dubbio la capacità euristica e anche la stessa capacità di incidere nella vita sociale. Di fronte a queste nuove storiografie, il giovane Galasso, e poi anche il maturo, non si sarebbe mai chiuso a riccio come certo vecchio crocianesimo che pur operava nella Napoli degli anni immediatamente seguenti alla morte di Croce. Le avrebbe studiate, discusse, anche assimilate in alcuni loro punti, ma senza mai cedere minimamente sui principi: sull’esigenza di legare la storiografia alla vita, a quella politica in primo luogo, affinché potessero maturare classi dirigenti in grado di sprovincializzare e modernizzare il Mezzogiorno e con esso l’intero Paese. Era il meridionalismo liberale e liberal-democratico di “Nord e Sud”, la rivista di Francesco Compagna a cui giovanissimo Galasso cominciò a collaborare e che si contendeva il campo con l’altra rivista meridionalistica, “Cronache meridionali”, che faceva invece riferimento ai comunisti. Altri tempi, di passione e cultura al tempo stesso! Pienamente inserito in questo clima culturale, e in questo milieu, Galasso, nel 1953, vince una borsa di studio all’Istituto Italiano di Studi Storici, fondato da Croce nelle stanze adiacenti alla sua abitazione nel Palazzo Filomarino. Dell’Istituto diventa segretario generale tre anni dopo, avviandosi poi rapidamente alla carriera accademica. Insegnerà a Salerno e Cagliari, prima di approdare definitivamente a Napoli ove dal 1966 sarà ordinario di Storia medievale e moderna. Conserverà sempre uno o entrambi questi insegnamenti, diventando anche Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia nel periodo che va dal 1972 al 1979. Dal 1978 al 1983 sarà presidente della Biennale di Venezia. Straordinaria è però l’attività di ricerca e bibliografica che, contemporaneamente, Galasso va compiendo. I suoi studi spaziano con una facilità e una capacità dialettica impressionante dalla storia locale (si fa per dire essendo Napoli e le province meridionali tutt’altro che realtà periferiche) a quella universale. I suoi libri, che si susseguono con continuità e sviluppano un discorso unitario, diventano subito punti di riferimento per studiosi e studenti: Mezzogiorno medievale e moderno (Einaudi, 1965); Croce, Gramsci e altri storici (Einaudi, 1969); Dal comune medievale all’Unità. Linee di storia meridionale (Laterza, 1969); Potere e istituzioni in Italia. Dalla caduta dell’impero romano ad oggi (Einaudi, 1974). Nel frattempo, Galasso aveva iniziato anche la sua carriera politica nelle fila del Partito Repubblicano Italiano: in lui, infatti, la tradizione crociana, che lo rendeva immune da ogni suggestione socialisteggiante (sempre fermo e rigoroso fu ad esempio il suo atlantismo), si coniugava in un’ottica democratica, lungo il solco della tradizione di Giovanni Amendola, Guido De Ruggiero, Adolfo Omodeo, Mario Pannunzio (a cui ha dedicato venerdì scorso sul “Corriere della sera” l’ultimo articolo della sua intensa attività giornalistica) e lo stesso “Chinchino” Compagna. Galasso era un uomo di progresso e modernizzazione, di fiducia nel nuovo che temperava con il forte senso della continuità storica e con la sobria moderazione borghese. Un tratto borghese, nel senso ideale che il termine assumeva in Croce, che Galasso accompagnava ad una sorta di bonomia e ironia napoletane: aveva la battuta sempre pronta e sapeva essere sarcastico con gli improvvisatori e con chi si faceva seguace acritico delle mode politiche e filosofiche. Alla tradizione democratica italiana è dedicato Da Mazzini a Salvemini. Il pensiero democratico nell’Italia moderna (Le Monnier, 1975), un volume a cui sarebbero seguiti dieci anni dopo in ideale continuazione La democrazia da Cattaneo a Rosselli (Le Monnier, 1986) e L’Italia democratica. Dai giacobini al Partito d’azione ((sempre Le Monnier, 1986). Sul Mezzogiorno, Galasso andava intanto pubblicando volumi altrettanto capitali: Il Mezzogiorno nella storia d’Italia. Lineamenti di storia meridionale e due momenti di storia regionale (Le Monnier, 1977); i due volumi di Passato e presente del meridionalismo. I: Genesi e svuppi e II: cronache ddiscontinue degli anni Settanta (Guida, 1978): L’Altra Europa. Per un’antropologia storica del Mezzogiorno d’Italia (Mondadori, 1982). Un impegno che si conclude, per questa parte, con un vero monumento della storiografia italiana: i 6 volumi della Storia del Regno di Napoli (1266-1860), che cura per UTET e che escono negli anni che vanno dal 2007 al 2012.Alla nostra nazione sono dedicati invece altri volumi di questi anni, ove, come sempre, storia e teoria si legano in maniera organica: L’Italia come problema storiografico (UTET, 1979); Italia nazione difficile. Contributo alla storia politica e culturale dell’Italia unita (Le Monnier, 1994); L’Italia moderna e l’unità nazionale (con il suo allievo Luigi Mascilli Migliorini, UTET 1998). Sempre per UTET erano usciti nel 2001, a sua cura, i tre volumi della Storia d’Europa. Un discorso a parte, nella sua bibliografia, merita Croce, l’autore che più lo ha ispirato e influenzato, ma a cui lo storico napoletano ha dedicato una sola monografia: quel Croce e lo spirito del suo tempo, che, ripercorrendo nei passaggi determinanti vita e pensiero del filosofo napoletano, stringendo in unico nesso biografia e opera, e contesto storico nazionale ed europeo, è ad oggi, insieme, la migliore introduzione ad un pensiero solo apparentemente semplice come quello crociano e il volume che più aderisce nell’interpretazione allo spirito che lo aveva animato (uscita per la prima volta nel 1990 da Il saggiatore, nel 2002 Laterza ne ha pubblicato una nuova edizione). A questa monografia vanno poi aggiunte le puntuali introduzioni, veri e propri saggi, che Galasso ha scritto per le tante opere di Croce pubblicate, a partire dalla fine degli anni Ottantaa, a sua cura, dall’editore Adelphi. Grazie a questa operazione a largo raggio, Croce è stato così rimesso nel circuito della cultura italiana, da cui era stato espunto, per motivi di reazione politica e culturale dopo la sua morte. Galasso ha insistito sulla dimensione di Croce come “classico” del pensiero: interprete privilegiato del proprio tempo ma anche un autore che parla a tutti i tempi perché in grado di toccare gli “eterni” problemi della condizione umana. Galasso ha scritto molto anche sui giornali, facendo dell’alta divulgazione dalle pagine de “Il Mattino” e da quelle, nazionali e locali, del “Corriere della sera” (sul “Corriere del Mezzogiorno” teneva una rubrica fissa domenicale che riprendeva nel titolo quella che aveva Carlo Antoni su “Il Mondo” di Pannunzio: “Il tempo e le idee”). Da qualche anno aveva ridato vita, presso l’editore Rubbettino, alla rivista “La Nuova Acropoli”, che Omodeo aveva fondato e diretto negli anni immediatamente seguenti alla seconda guerra mondiale. Un cenno merita, infine, l’attività politica di Galasso: consigliere e assessore a Napoli nei primi anni settanta, poi deputato in tre legislature e sottosegretario ai beni culturali e ambientali nei primi due governi Craxi, il suo nome è legato ad una delle più serie normative di tutela paesaggistica e ambientale che l’Italia abbia saputo darsi: la “legge Galasso”, appunto. Ciò che più rammarica, nella scomparsa dello studioso, è il venir meno, con lui, di una delle ultime “personalità totali”, cioè classiche, della cultura italiana.
    (pubblicato su “Il Dubbio”, mercoledì 13 febbraio 2018)