• E se il relativismo fosse davvero un male, come dice Magdi Allam? Qualche spunto di riflessione, da liberale non allineato

     

    Nell’articolo con cui lunedì scorso Magdi (già Cristiano) Allam ha annunciato, dalle pagine de “Il Giornale”, la conclusione della sua conversione al cristianesimo, ho trovato molte stranezze e incongruenze: non credo, ad esempio, che alla religione cristiana ci si converta o s-converta allo stesso modo in cui si rinnova o no la tessera di un partito. Più in generale, a scanso di equivoci, aggiungo pure che trovo spesso irritanti e tendenti al fanatismo molte dichiarazioni del giornalista-opinionista. Eppure, detto questo, credo che dobbiamo prendere sul serio alcune sue idee, ragionandoci su. Anzi, la dico tutta, io penso che sul tema del relativismo Allam abbia qualche ragione, almeno dalla mia prospettiva, che parte non dal cristianesimo ma dal liberalismo. Nella vulgata comune, anche filosofico-politica, il liberalismo, come è noto, è in effetti strettamente intrecciato al relativismo: in un orizzonte liberale, e cioè di tolleranza, si ritiene impossibile non ammettere che ognuno debba essere libero di credere, in ogni ambito di vista, ciò che più gli aggrada. L’importante è che le sue idee particolari non si traducano in azione, confliggendo con l’eguale diritto alla libertà degli altri. La libertà di ognuno, suol dirsi, finisce ove inizia quella di ogni altro. Sul tema, io ho un’opinione radicalmente differente, direi opposta. Per me il liberalismo non è affatto relativistico, né dal punto di vista logico-ontologico (non esistono più verità in lotta o pacifica convivenza fra loro) né da quello etico-morale (non si può non ammettere che il bene è uno solo e nella sua univocità non può essere confuso col male). Ovviamente, il problema è intendersi su qual è la verità e qual è il bene di cui qui si parla. E qui io credo che occorra far riferimento alla determinatezza delle situazioni, alle puntualità delle contingenze in cui si esplica la vita umana. In ogni situazione particolare c’è sempre una soluzione di verità e di moralità: se non ammettiamo questo, oltre a cadere in una serie di contraddizioni logiche che qui non posso purtroppo ripercorrere, veramente apriamo le porte ai barbari, o fuor di metafora cancelliamo il senso della vita e la vita stessa. A quel punto, in un orizzonte di nichilismo estremo e compiuto, avrebbe senso l’affermazione del poeta che meglio sarebbe non essere proprio nati. Il fatto che però la verità e il bene si diano in un rapporto problematico, conflittuale; il fatto cioè che non siano mai garantiti e siano invece da conquistare in una lotta eterna con le forze contrarie, che si annidano anche in noi stessi, fa sì che nessuno possa dirsi portatore di una verità assoluta. La verità non è un dato, ma un farsi; non un contenuto, ma una forma; non un qualcosa di rivelato, ma qualcosa da svelare, con sforzo mai intermesso, in ogni momento. Ciò che è vero oggi, può non esserlo più domani o non esserlo stato ieri. E ciò che è vero in questo contesto, potrebbe esserlo in un altro. Ma la forma verità e la forma bene esistono, eccome. Il liberalismo non è la migliore ideologia o la migliore teoria esistente, ma non è proprio un’ideologia e non è nemmeno una “teoria”. Esso è “senza teoria”, come io dico, se per teoria si intende qualcosa che va oltre la provvisorietà degli schemi di pensiero e di azione che ci servono per orientarci nel mondo. Schemi e forme che la vita deve poi continuamente rompere, così come continuamente ricomporre, in un processo infinito che è la dialettica che ci costituisce. Anzi è proprio nella volontà di sciogliere i nodi che nel mondo tengono avvinto vero e falso, bene e male, che stanno sia l’errore sia il male nel senso più radicale.  Ad esempio, molte tragedie sono nate dal voler affermare che esista la Gustizia, mentre esiste solo ciò che, in modo sempre diverso e particolare, è giusto nelle singole situazioni. Nei confronti delle quali ci troviamo sempre disarmati, con la sola nostra coscienza e sensibilità a far da arbitro. Io credo che la “superiorità” del cristianesimo rispetto a molte altre religioni sia proprio nel fatto che la sua essenza più pura consista in questo richiamo alla coscienza, alla carità, alla capacità di comprendere al di fuori di ogni Legge gli altri e le situazioni. Nei Vangeli non c’è mai una definizione astratta di verità o di bene, pur essendoci un continuo riferimento a questi due valori e alla coscienza individuale che deve discernerli. La Chiesa, come istituzione fondata sul cristianesimo, è ovviamente altra cosa: la sua storia ha spesso esasperato quei concetti astratti di verità e bene derivati dalla metafisica greca, in primis da quella platonica. La storia del cristianesimo può essere vista come una continua tensione fra l’elemento della forma e quello della vita, fra l’istituzione e la spiritualità (che va intesa come sincerità d’animo e partecipazione interiore, non come qualcosa di opposto alla carnalità). Il liberalismo, da questo punto di vista, è una sorta di prosecuzione e “purificazione”, diciamo pure “inveramento”, dell’elemento cristiano. Il liberalismo dà spazio a tutte le opinioni tranne a quelle che, col gioco delle opinioni, cioè con le regole della libertà, vogliono annientare sia il gioco sia la libertà. Esso, quindi, non è relativistica, ma crede e combatte per la verità. Una verità formale e storica, ovviamente, non data e definita per sempre.