• Il divulgatore inglese della storia d’Italia, odiato dagli storici italiani

    Non sono molti gli storici di peso che hanno eletto a loro quasi esclusivo oggetto di studio il nostro Paese. Denis Mack Smith, morto l’altro ieri all’età di 97 anni a Londra (ove era nato il 3 marzo 1920), è stato sicuramente il più conosciuto di loro. Studioso dell’Italia lo fu sin da quando, nel 1946, si recò a Napoli da Benedetto Croce con una lettera di presentazione del suo maestro di Cambridge, il grande storico Geoge Macaulay Trevelyan. Fu un incontro che segnò la sua vita di studioso è che approdò nel 1954 in un volume destinato a fare storia perché metteva in luce e interpretava la dialettica e la conflittualità fra i due maggiori protagonisti dell’Unità d’Italia: Cavour and Garibaldi, 1860: A Study in Politicall Conflict. Le simpatie di Mack Smith erano tutte dalla parte di Giuseppe Garibaldi, vedendo egli in qualche modo, sicuramente a torto (come ebbe a riconoscere tanti anni dopo), nel conte di Cavour il prototipo del politico opportunista e “machiavellico” che egli considerava la cifra costante nel tempo della classe dirigente italiana. Un moralismo, il suo, che però non assumeva mai i toni grevi dell’indignazione permanente, a suo modo tratto tipico di certi antitaliani nostrani. E che perfettamente corrispondeva a certa mentalità inglese, nonché ad antichi stereotipi sul nostro Paese. Il suo moralismo era temperato da un senso innato per l’aneddotica e da una ironia di fondo che lo portavano sempre a moderare i toni e ad accusare la classe politica piuttosto che gli italiani nel loro insieme e come popolo. Riteneva, anzi, che vi fossero delle potenzialità inespresse dal nostro Paese. Che, fra l’altro, amava a dismisura (molto soffriva, negli anni della comparsa della Lega, per una possibile “secessione” o spaccatura del Paese). Nondimeno, il suo moralismo viziava il giudizio storico, unendosi fra l’altro a una certa mancanza di profondità che è propria di storici anglosassoni pur famosi e che è forse l’altra faccia della loro straordinaria capacità di saper fare divulgazione (virtù che generalmente gli storici nostrani non hanno). Cavour, come è ormai accertato, più che un politico opportunista, era un politico che aveva una chiara visione strategica. Egli aveva posto all’Italia due obiettivi molto ambiziosi: l’unificazione da una parte; l’adesione alla democrazia liberale e al liberismo inglesi (che aveva appreso nelle sue frequentazioni intellettuali manchesteriane), dall’altra. Cavour era un amante dell’Inghilterra, ed era ben consapevole delle difficoltà che il suo progetto avrebbe ottenuto in un paese semianalfabeta e arretrato quale era allora l’Italia. Riuscì a realizzarlo sicuramente per una fortunata combinazione di eventi, ma anche per la sua indubbia capacità politica. Seppe approfittare in maniera eccelsa delle opportunità che la situazione gli offriva, ma, proprio perché aveva una chiara e liberale visione del futuro dell’Italia, non può assolutamente essere considerato un faccendiere o un politicante. Come tutti i politici, seppe approfittare degli uomini, “maneggiare” gli altri, a partire dal buon Garibaldi, ma è indubbio che con l’idealismo rivoluzionario di quest’ultimo difficilmente sarebbe stato possibile costruire uno Stato nazionale e porlo da subito al pari (o quasi) degli altri Stati europei di più vecchia data. Il secondo volume pubblicato dallo studioso inglese scomparso fu proprio una biografia dell’amato “eroe dei due mondi”: Garibaldi: A Great Life in Brief (1956), la prima delle gustose (perché piene di aneddoti) biografie storiche in cui egli eccelleva (Vittorio Emanuele II è del 1972; Cavour il grande tessitore dell’Unità d’Italia, del 1984; Mazzini di dieci anni più tardi). Al contrario di Cavour, che sotto sotto giudicava forse un latente nazionalista, Mack Smith nutriva un vero entusiasmo per l’ “internazionalista” Garibaldi. “Con tutti i suoi difetti, Giuseppe Garibaldi –scrisse- ha un suo posto ben fermo fra i grandi uomini del secolo decimonono. Ebbe una sua grandezza, in primo luogo, come eroe nazionale, come famoso soldato e marinaio, cui più che ad alcun altro si dovette l’unione delle due Italie. Ma oltre che patriota, egli fu anche grande internazionalista; e nel suo caso non era un paradosso. Liberatore di professione, combatté per la gente oppressa, ovunque ne trovasse. Pur avendo la tempra del combattente e dell’uomo d’azione, riuscì ad essere un idealista nettamente distinto dai suoi contemporanei di mente più fredda. Tutto quello che fece, lo fece con appassionata convinzione e illimitato entusiasmo; una carriera piena di colore e d’imprevisto ci mostra in lui uno dei più romantici prodotti dell’epoca. Inoltre, era persona amabile e affascinante, di trasparente onestà, che veniva ubbidita senza esitazioni e per la quale si moriva contenti”. Intanto, il discrimine fra l’Italia reale e un Italia ideale che non c’è mai stata (e forse non era nemmeno auspicabile che ci fosse), era segnato. È il filo ideale che percorre l’opera successiva di Denis Mack Smith, quella Storia d’Italia dal 1861 al 1958 che, per capacità di sintesi e stile di scrittura chiaro e brillante, si imporrà in tutto il mondo come opera di alta divulgazione culturale (un best e un long seller). In Italy: A Modernity History viene così delineata quella continuità fra le classi dirigente dell’Italia liberale e il fascismo che sicuramente avrebbe fatto andare in bestia Croce. Il quale, come è noto, aveva giudicato il ventennio una sorta di “invasione degli Ixos”, cioè una “parentesi” irrazionale che all’improvviso aveva preso possesso, come un corpo alieno, della società italiana. È evidente che Croce avesse torto, tanto più che una tesi del genere contrastava con la stessa impostazione del suo pensiero, cioè con lo storicismo (il quale non ammette “vuoti” nella storia e vede il legame che tiene uniti, sia temporalmente sia spazialmente, tutti gli eventi). Certo, non è però nemmeno giusto affermare, con Piero Gobetti o Alfredo Oriani, che il fascismo abbia rappresentato una sorta di “autobiografia della nazione” italiana: un concentrato di tutti i suoi mali storici e debolezze morali. Né farne discendere da qui una sorta una sorta di caratteristica costante e metastorica della politica italiana, una tentazione sempre ricorrente e su cui sempre occorre vigilare perché, al di là dei suoi contorni storici, potrebbe sempre di nuovo, seppur in altre forme, ripresentarsi. E anzi è già sempre presente in certa parte dell’Italia, a suo modo dura a morire (è la resi dell’ Ur-fascismus o “fascismo eterno” di cui parlava Umberto Eco). Detto fra parentesi, il modo più corretto di porre il problema del fascismo, quello che è attualmente più accreditato fra gli storici e a cui Mack Smith non ha mai prestato particolare attenzione, è quello che considera il fenomeno in connessione con il comunismo, come momento della “crisi morale della civiltà” europea (e falsa risposta ad essa) manifestatasi dopo il primo conflitto ma che in qualche modo covava già da qualche decennio. Su questo aspetto specifico sono da ricordare soprattutto due libri di Mack Smith: Mussolini’s Roman Empire , tradotto in italiano con il titolo Le guerre del duce, del 1976; Mussolini, la vita del duce, del 1981. Qui sono forse da distinguere due ambiti di discorso: quello relativo allo stile e alla sostanza degli sudi di Mack Smith, e l’altro relativo alle sue idee. Gli storici italiani di professione, per lo più accademici, non hanno mai visto di buon occhio la divulgazione storica, che temevano avvicinasse troppo la loro disciplina al giornalismo o al cronachismo politico. In Italia un Indro Montanelli è stato visto e considerato sempre al di fuori della cerchia degli specialisti, anche se i suoi libri nascevano da ricerche accurate. C’è una retorica dello scrivere accademico, fatto di linguaggio gergale e pagine piene di note e bibliografia, che non sempre coincide, come la forma lascerebbe pensare, con acutezza di analisi, profondità e capacità di sintesi. Di solito, gli storici anglosassoni conservano una certa sobrietà che permette loro di rivolgersi con più leggerezza ad un pubblico lato, contribuendo non poco a diffondere quel senso storico la cui assenza è indice di scuro decadimento di una società. Di suo, Mack Smith ci metteva un forte e dichiarato antiaccademismo, che però non gli ha inibito una carriera universitaria ai massimi livelli, fra i college più importanti di Cambridge e Oxford. Non è un caso Mack Smith lamentava una sorta di astio e livore preconcetto di Romeo nei suoi confronti. Non esito a crederlo: è un tratto, questo, che a volte contraddistingue certi studiosi. E’ “la cosiddetta “boria degli accademici”, come la chiamava Giambattista vico, che è forse (direbbe Croce) un tratto teologale residuo, essendo proprio delle scholae medievali. Altra cosa è invece il discorso sulle fonti, che qualche volta in Mack Smith non erano accuratissime, e sulla loro interpretazione, che spesso era insoddisfacente perché frutto di pregiudizi storici o meglio antistorici (non si può applicare uno schema astratto alla realtà”). Arrivare però a definire, come Romeo fece in una lettera a Gioacchino Volpe subito dopo l’uscita del libro (e pubblicata più di quaranta anni dopo su “Nuova storia contemporanea” uno “sciocco libello” la Storia d’Italia di Mack Smith, è forse esagerato. In essa, seppur con un po’ di colore e con un’impostazione non sempre condivisibile, il profilo storico delle vicende nazionali è tratteggiato in modo comunque non distorsivo o fantasioso. Ma d’altronde, in questi casi i colpi bassi e le esagerazioni verbali sono sempre dietro l’angolo. Da entrambe le parti. Lo storico inglese non fu da meno, tanto da arrivare a definire un “monumento al fascismo” l’opera di Renzo de felice, cioè quella che più ci ha aiutato finora a comprendere il fenomeno nella sua complessità (e anche per questo nella sua pericolosità). A difendere le tesi di De Felice si trovò addirittura, in libro-dialogo del 1976, Michael Ledeen, il teorico dei neoconservatori americani autore della celebre Intervista sul fascismo con lo storico reatino. D’altronde, Mack Smith si oppose con tutte le sue forze a ogni forma di “revisionismo storico”, non arrivando a comprendere fra l’altro l’esigenza che la storiografia ha di tener separato sempre il giudizio storico da quello morale. Nella sua messa in mora dei consumi nazionali, o meglio della classe politica italiana, Lo storico inglese nonnrisparmio nemmeno la monarchia sabauda, che pure aveva unificato il paese: impietosa è l’analisi consegnata al volume Savoia re d’Italia. Fatti e misfatti della monarchia dall’Unità al Referendum per la Repubblica. Importante è poi anche la sua Storia della Sicilia, forse la sua opera di impianto più accademico e che abbracciava un amplissimo periodo storico e non solo la contemporaneità:. Uscita in due volumi nel 1968 (A History of Sicily. Medieval Sicily: 800-1713; Modern Sicily: After 1713), l’’opera è stata poi ripubblicata, riveduta e corretta, in un unico volume, nel 1986, in collaborazione con Moses Finley e il suo allievo 8e anche lui storico dell’Italia) Christopher Duggan.
    In definitiva, credo che i libri di Denis Mack Smith hanno comunque aiutato moltissimo a far conoscere la nostra storia fuoiri dai confini patri. E che soprattutto hanno contribuito, e forse contribuiranno ancora, a far sì che noi ci si ponga domande essenziali sul senso della storia e del lavoro dello storico, in generale, e sulle caratteristiche che la storiografia può e deve ssumere nell’epoca attuale. Se la nietzschiana “storia antiquaria” non ha più senso, se mai ne ha avuto uno, un appiattimento sul presente non è comunque auspicabile. Né per l’individuo, né per la società.
    (pubblicato su “Il Dubbio”, venerdì 14 luglio 2017)