• De Crescenzo. Non spiegava la filosofia, la faceva vedere a tutti

    Luciano De Crescenzo era un ingegnere, ma era anche napoletano. E quindi, celiando un po’, con la filosofia qualcosa a che vedere pure doveva avere sn dai geni. Direi prima di tutto con la filosofia pagana, quella che si era sviluppata nel millennio a cavallo dell’era cristiana nella vasta area mediterranea che dalle coste campane e sicule si spinge fino all’Egeo. Egli si trovava a casa sua fra le opere dei Presocratici e di Socrate o Aristotele. Un po’ meno ad agio era con la filosofia moderna. Anche se i suoi interessi si spinsero fino a Kant e oltre. E tanto da fargli porre mano, novello Lamanna o Abbagnano, a una Storia della filosofia in più volumi (usciti fra il 1993 il 2004) a cui arrise una fortuna di pubblico quasi inconcepibile per testi di questo tipo. Storsero il naso invece, come al solito, gli intellettuali e i “professoroni”, che, forse invidiosi di cotanto successo commerciale, lo accusarono di banalizzare la disciplina. Dimenticando forse che il vero, Karl Kraus docet, ha a che fare più col superficiale che non con una spocchiosa profondità. Non così tutti, in verità: ci fu anche chi, come Raffaello Franchini, fra i filosofi, e Franco Cordelli, fra i letterati, apprezzò lo sforzo di divulgazione dell’ingegnere napoletano. Napoli, appunto. La città partenopea era anche la chiave per capire il suo particolare modo di divulgare la filosofia. Prima di tutto il target, come si dice oggi. La sua non era una divulgazione per un pubblico mediamente colto, come quella ad esempio di un Bertrand Russell, la cui Storia della filosofia era comunque diretta alla classe media. La sua era una divulgazione molto più popolare, e forse persino populista. Non si trattava solo di spiegare con semplicità i concetti, purificandoli da tecnicismi e ragionamenti troppo sofisticati. Si trattava, più al fondo, di illustrarli con esempi presi dalla vita concreta, quotidiana. E quale città più di Napoli offre ogni giorno uno spettacolo a cielo aperto ove tutti gli estremi della vita e della morte, dell’odio e dell’amore, dell’essere e del non essere, si mostrano e persino si toccano? E chi più del napoletano proprio per questo acquisisce subito una certa saggezza di vita, quell’equilibrio fatto di buon senso e amara conciliazione con la vita che è il tono, la Stimmung, direbbero i tedeschi, che sin dalla postura caratterizzava per i Greci l’ “amante del sapere”, il filosofo per l’appunto. E d’altronde sono saggi i professoroni che lo criticavano e che contravvenivano al “sapere di non sapere”, cioè al primo degli insegnamenti di Socrate, che non a caso De Crescenzo amava così tanto da dedicargli (nel 1993) una deliziosa monografia? Perché egli si trovasse più a suo saggio con la filosofia premoderna, è presto spiegato sol che si pensi un attimo al suo elogio del “pressappoco”. Il filosofo francese Alexandre Koyré avrebbe sicuramente apprezzato, avendo infatti definito la modernità proprio il mondo della perfezione che si sostituisce a un certo punto a quello del pressappoco, tanto perdendosi per l’umanità a livello spirituale. Se l’ingegnere è preciso, il filosofo, in questo senso, è un “pressapochista”. E Napoli, che mai ha conosciuto la modernità, è anch’essa pressapochista, come sottolineava De Crescenzo. Il quale non barava al gioco, e chiunque leggeva i suoi libri sapeva che i “fattarielli” stavano lì a stemperare qualcosa dipiù grande e profondo, che interessa tutti noi: la vita nella sua finitezza. Tutti siamo filosofi, ma ognuno in modo diverso dagli altri. Se non lo fossimo, non saremmo uomini. Lo diceva un altro grande napoletano, Benedetto Croce. E Bellavista ci ha mostrato di esserlo in un modo affatto originale, regalandoci saggezza e buon umore e casomai, perché no?, spingendoci a comprare anche qualche buon classico della filosofia. De Crescenzo non amava forse Martin Heidegger, con il suo linguaggio gergale, ma, in qualche modo, era anche un heideggeriano. Sollecitato una volta da un intervistatore a definire la filosofia, egli disse che è la riflessione sulla vita vista tenendo sempre presente la morte e misurando tutto a partire da essa. Che è più o meno quello che intendeva il filosofo tedesco nel definire l’uomo, Sein-zum-Todt, un “essere-per-la-morte”. Solo che De Crescenzo subito dopo aggiungeva il “fattariello” per farsi capire: “Se scendi da casa e scopri che ti hanno rubato la macchina, è ovvio che ti scoccia ma non prendertela più di tanto: pensa che sarebbe stato peggio se fossi morto”. La fine è ora giunta anche per lui, ma i vivi rideranno ancora con i suoi libri e si ricorderanno dei suoi insegnamenti. Fino a che anche il suo ricordo scomparirà, perché alla fine sarà stato pure “l’oscuro”, come lo definivano i contemporanei, ma aveva ragione Eraclito: “tutto scorre”. Panta rei, come era intitolato un suo libro del 1994.

    (pubblicato su “Il Mattino” di venerdì 19 luglio 2019)