• Gli azionisti e Croce

    Deluso, quasi sconsolato, il 13 novembre 1943 Benedetto Croce consegna ai Taccuini di lavoro questa riflessione: “Ho lavorato a dare chiari e saldi concetti su quel che è il liberalismo, purgandolo non solo da miscugli democratico-demagogici che aprono la via alle dittature, ma da tendenze conservatrici e riportandolo alla pura tradizione del Cavour, che non era un conservatore ma un radicale; ed ecco che mi è stato contrapposto un intruglio di colorito liberale ma di realtà comunistica o, a ogni modo, dittatoriale, che, non osando chiamarsi apertamente socialismo e socialismo rivoluzionario, ha adottato il nome di Partito d’azione. Continuerò a combatterlo nel campo delle idee, perché esso diseduca le menti e le abitua a tenere insieme concetti contraddittori, che possono avere perniciose conseguenze pratiche; ma non è detto che i cervelli deboli e quelli rivoluzionari, o piuttosto confusionari, non abbiano, almeno per qualche tempo, il disopra contro gli spiriti seri e leali e chiari”. Questo giudizio sull’azionismo e sul Partito d’azione, a cui andavano aderendo in quegli anni anche uomini di cultura che al pensiero crociano direttamente o indirettamente si richiamavano, è ribadito in molte pagine di quel diario: si potrebbe dire che non passa settimana o giorno, nel periodo compreso fra la caduta del fascismo e la liberazione, in cui il filosofo napoletano non critichi e giudichi negativamente le politiche e le idee degli azionisti. E ed è veramente strano, anzi è forse significativo, che questa tensione o frizione di ideali e di prassi sia stata come rimossa, o annacquata, in molta parte del pensiero politico italiano del secondo dopoguerra. Nè la mette ora al centro dell’attenzione ora Francesco Postorino, in un libro che, autorevolmente prefato da Raimondo Cubeddu, pure ai rapporti di Croce con l’azionismo è dedicato.: Croce e l’ansia di un’altra città (Mimesis, pagine 212, euro 20). Essa si intravede certo a tratti nella puntuale ricostruzione dell’autore, che mostra fra l’altro competenza e spessore scientifico, ma anche in questo caso ci si ferma sempre un momento prima di mettere a tema le radici profonde e teoretiche dello scontro,, quelle che poi permetterebbero di dare un senso compiuto a tutto il quadro. Ma, ripeto, anche se non raggiunge questo scopo, anche se non può considerarsi un libro sui rapporti fra Croce e gli azionisti, anche se lascia pertanto ancora un buco da colmare nella storiografia filosofica e politica; nonostante tutto ciò, il libro di Postorino richiama questioni importanti, è ben fatto e va sicuramente tenuto in considerazione.
    È chiaro che buona parte della partita fra Croce e gli azionisti si gioca, da un punto di vista teorico, attorno ai concetti di libertà, giustizia, uguaglianza, democrazia; o, meglio, attorno alla definizione di questi concetti e al valore specifico che è dato ad ognuno di essi. Per Croce, l’unico valore, nel senso forte del termine, è la libertà, che viene così ad essere una sorta di assoluto pur svolgendosi la sua assolutezza in un ambito meramente formale e non imbrigliabile nei contorni di contenuti specifici. L’orizzonte metafisico che Postorino assegna alla liberta crociana non può perciò essere inteso in altro modo se non in quello della sua coincidenza con l’orizzonte di possibilità stessa di ogni evento, cioè, in linguaggio crociano, con la storia. Fondamentalmente, intesa in questo senso, la libertà metafisica di Croce non ha nulla a che fare con la libertà liberale, dovendo essa definire l’orizzonte stesso delle possibilità umane, inglobando così, in un inscindibile e inesauribile nesso o rapporto dialettico, il bene e il male, la libertà e il suo contrario. O, meglio, ha a che fare con essa nella misura in cui, tenendo sempre aperto l’orizzonte delle possibilità, questa dimensione ultima della cosa mette in scacco alla radice, insieme ad ogni tentativo di metafisicizzare contenuti particolari, la reintroduzione di nuove tipologie, seppure sofisticate o non ingenue, di determinismo. Ed è in questa ottica, sia detto per inciso, che si colloca anche la differenza di Croce con pensatori liberali, pur dal filosofo napoletano stimati, come Luigi Einaudi o Friedrich von Hayek (laddove il dato del minore o maggiore liberismo o antistatalismo degli uni e dell’altro è a mio avviso secondario o empirico). La libertà è perciò un concetto puro, o meglio è una sorta di metaconcetto o metacategoria che coincide senza scarti con il reale, cioè in ottica crociana con il mondo storico o umano. Questa impostazione del problema ha la logica conseguenza, da una parte, di distinguere nettamente la libertà come metavalore dall’uguaglianza come semplice concetto o accorgimento empirico, dall’altra, come Postorino opportunamente coglie, di fare della democrazia, che sul concetto di uguaglianza è fondata, una sorta di pseudoconcetto o concetto empirico. Nella lunga operosità di Croce è dato osservare varie fasi, con diverse accentuazione dei concetti e anche con ridefinizioni e cambi di prospettiva. Una costante rimane in lui, però, ed è proprio la critica alla democrazia. Croce è un autore sempre antidemocratico, e altrimenti non poteva essere considerato che su questo punto si toccano le basi più profonde e caratteristiche del suo pensiero. Che è sempre e fino in fondo antilluministico, antipositivistico e antideterministico. Quanto invece al concetto di giustizia, è chiaro che, nell’ordine del discorso crociano, come scrive Postorino a pagina 77, essa “deve staccarsi dall’eguaglianza” perché “essere giusti, nel senso spirituale, non può voler dire essere democratici”. La giustizia per Croce ha essenzialmente due caratteristiche: è sempre contestuale alle situazioni in atto, richiamando quindi la libertà e la responsabilità individuali (che sono altra cosa dalla libertà metafisica); è relativa ai concreti rapporti interindividuali e non a più o meno vaghe “ingegnerie sociali” di marca democraticistica o socialistica. La giustizia, rispetto alle “alcinesche seduzioni” di chi ne fa una divinità assoluta, si riduce quindi sia dal punto di vista del tempo sia da quello spazio. Essa però, paradossalmente, può solo in questo modo, cioè “spiritualizzandosi”, diventare concreta ed effettiva. A coronamento dell’edificio crociano, cioè di come Croce intende la libertà, c’è poi un altro fondamentale aspetto, a cui Postorino non dà però il peso che converrebbe nelle prime due parti del suo libro, cioè quelle dedicato in modo più diretto a Croce. Mi riferisco a quella divisione fra teoria e prassi, che chiarita definitivamente nel 1938 ne La storia come pensiero e come azione, scioglie molte contraddizioni e rende più fluido e lineare l’intero pensiero crociano. Cosa altro può significare che “la storia si pensa come necessità e si fa come libertà”, se non che la serietà della vita impone di tutto “giustificare” (la storia non può essere giustiziera) nell’atto della comprensione, ma poi di prendere partito, ovvero farsi parte ed essere uni-laterali, nel momento in cui si passa all’azione? Il fatto è che nel reale, che idealisticamente coincide senza scarti col pensiero, tutto si tiene: la “verità è l’intero”. Ma poi è come se fossimo “condannati” continuamente, per vivere, a rompere questo unità, l’uno-tutto e compatto dell’essere. Senza questa “condanna”, semplicemente non ci sarebbe la vita. E’ come se in continuazione una fenditura squarciasse la compattezza dell’essere e lo particolarizzasse, lo individuasse. E non uso questo termine a caso perché anche l’individuo si costituisce in questo processo, appunto, di individuazione. In prima istanza nella sua forma elementare e pratica, utilitaria in linguaggio crociano. Vista in quest’ottica, anche i tanti discorsi, a cui Postorino (che è anche studioso di Carlo Antoni) è sensibile, su un Croce poco attento alle ragioni dell’individualità assumono un altro spessore. Più in generale è, in questo contesto teoretico prima che teorico, cioè speculativo, che deve inserirsi l’idiosincrasia di Croce per quegli autori che pure avrebbero poi per buona parte contribuito, con le loro idee, a forgiare parte non irrilevante della political cultural, o anche del conformismo culturale, del secondo dopoguerra.
    Quattro sono gli autori che Postorino prende in esame, e mette in confronto con Croce nella terza e ultima parte del suo libro: Guido Calogero (1904-1986), che ebbe forse il peso maggiore, con la sua elaborazione concettuale, sul Partito d’azione, Guido De Ruggiero (1888-1948), Norberto Bobbio (1909-2004) e Aldo Capitini (1899-1968). I primi due aderirono in una prima fase del loro pensiero all’attualismo gentiliano: Calogero elaborando altre prospettive quasi subito; De Ruggiero, che era però di una generazione precedente a quella di Calogero, attraverso un graduale processo di affrancamento, che per l’autore di queste pagine si svolse attraverso tre fasi. Calogero in definitiva, fatta esplodere dall’interno la prospettiva idealistica, ne superò il possibile solipsismo instaurando una dialettica fra l’io, che è sempre determinato, e il tu, che ne rappresenta in qualche modo l’indefinita me vitale alterità. Fra i due soggetti viene così a instaurarsi una dialettica, un “dialogo”, che è l’ambito più proprio per l’esercizio dell’etica e della responsabilità individuale. Calogero pone sullo stesso piano i concetti di giustizia e libertà, cioè non crea rapporti gerarchici di tipo valoriale fra l’uno e l’altro. La giustizia, che qui non viene disgiunta da quel sentimento di uguaglianza che emerge nella stessa iniziativa (etica) di voler intraprendere un dialogo, è all’una tempo condizione di possibilità e conseguenza di quella libertà con cui costituisce un nesso indisgiungibile. Disgiungere il nesso a favore della libertà, significherebbe cadere perciò in una sorta di conservatorismo, quale secondo Calogero è quello crociano; disgiungere la libertà dalla giustizia, significa invece aprire le porte a forme di collettivismo autoritario quale quelle di tipo sovietico. Con espressione per Croce ossimorica, Calogero parla quindi di “eguali libertà”. Mettendo capo ad un liberalsocialismo che, ponendo sullo stesso piano due concetti che non lo sono, cioè giustizia e libertà, finisce per partorire per Croce un essere fantastico come era nella mitologia classica l’ircocervo. Senza considerare che l’insistenza su politiche di giustizia sociale, cioè fatte di nazionalizzazioni e statalizzazioni, avrebbero presto portato il liberalsocialismo, nella prassi, ad annacquare sempre più i caraterei liberali che pure diceva di avere.
    Più coerentemente illuministico fu invece il punto di approdo finale del lungo itinerario di pensiero, che Postorino ricostruisce, di De Ruggiero. Da filosofo e idealista quale era stato, De Ruggiero era ovviamente ben consapevole dei rischi che il suo progetto di “ritorno alla Ragione” avrebbe potuto comportare. In primo luogo, quello di riproporre, mediante l’opposizione di storia e ragione che si creava, una sorta di dualismo, di reintrodurre cioè forme di trascendenza. Egli prova a scansare questo pericolo concependo storia e ragione all’interno di un medesimo orizzonte spirituale unico. Lo fa con scarso successo, ad avviso di Croce, che lo critica aspramente (così come aveva fatto con Calogero). Credo che avesse ragione, al contrario di quel che sembra pensare Postorino, che molto solidarizza col tentativo di De Ruggiero così come col pensiero degli altri “azionisti” di cui parla nel suo libro. Il quale giustamente mette in evidenza come, nonostante De Ruggiero voglia tenersi su una posizione di “terza via”, evitando fra l’altro (insieme al realismo disincantato) anche ogni forma di utopia, “il confronto fra lui e Croce ricorda in grandi linee il contrasto altrettanto acceso maturato all’indomani della Rivoluzione francese e che vede da una parte gli ammiratori del Sollen e dall’altra la prospettiva storicista di Hegel” (p. 137).
    Più tormentato, inquieto, alla fine non riducibile, il rapporto fra Croce e Norberto Bobbio. Ma tormentato e inquieto, assillato dal dubbio, è lo stesso pensiero dello studioso torinese, che assume diverse torsioni, incappando in ampie e più o meno proficue contraddizioni, nelle diverse fasi in cui si sviluppa. Postorino definisce Bobbio uno “storicista relativo”, così come fa con tutti e quattro i suoi “eroi” azionisti, tutti intenti a riportare in primo piano quella dimensione etica o del Sollen che nella prospettiva crociana si vorrebbe sacrificata. Tesi discutibile. La definizione più appropriata di Bobbio è, a mio avviso, quella che fa di lui un “illuminista scettico” animato da un forte senso della giustizia sociale che, secondo lui, può essere garantito in un quadro ordinamentale che non sacrifichi le libertà liberali o borghesi. Non ha perciò molto senso affermare, almeno da un punto di vista scientifico, come fa Postorino, che “il liberalismo di Bobbio non affonda le radici in una realtà di fatto e non si rinchiude nelle maglie conservatrici della borghesia” (p. 170). Anche se, ovviamente, la volontà di Bobbio, confermata fino alla fine (ad esempio in Destra e sinistra, che è del 1994), fu quella di tenere insieme la giustizia, che intendeva come uguaglianza, e la libertà, facendo della prima il valore fondativo e caratterizzante della sinistra. Cioè di quella, che, con spirito partigiano e moralistico al tempo stesso, considerava la parte “sana” della storia e della politica. in questo senso, Bobbio è stato erede degli azionisti e al tempo stesso il pensatore per antonomasia di questo movimento: l’intellettuale più significativo di una cultura politica che è stata parte rilevante dell’ “ideologia italiana” dominante fra gli intellettuali negli ultimi settanta anni (parlare invece di “filosofia azionista”, come fa Postorino, è un non senso, non potendosi dare altra filosofia che non quella senza aggettivi).
    Interessante è infine anche il confronto con Aldo Capitini, il quale, come opportunamente riconosce l’autore di questo libro, era animato da un afflato mistico che rende del tutto “atipico” il suo pensiero. Non parlerei però di liberalismo, per due ordini di motivi presenti nel pensiero di colui che è pure conosciuto come il maggiore teorico italiano della “non-violenza” e che Postorino ben evidenzia nella sua ricostruzione: da una parte il desiderio di “autenticità”, dall’altra quello di una vita comunitaria. L’autenticità dell’uomo “persuaso” (Capitini riprende la distinzione di Michaelstaedter fra “rettorica” e “persuasione”) nasconde infatti un’esigenza di “purezza” che fa a pungni con l’antiperfettismo del liberalismo. D’altro canto, l’idea di un “uno-tutti” ove il tu, più radicalmente che in Calogero, sia già insito nell’io, sacrifica proprio quel concetto di individuo, o meglio di “persona come centro assoluto di valori”, che, nella conclusione del suo libro, Postorino dice di avere particolarmente a cuore (p. 206). Egli, dice altresì, che la sua analisi ha inteso “confermare l’impossibilità, anche per Croce, di archiviare la legge del Sollen” (p. 202). Ma in verità, tutto sta a intendersi in che senso. Fatto sta che sarebbe stato molto proficuo, a mio avviso, sviluppare questa intuizione lavorando lunga la direttrice della dialettica crociana fra pensiero e azione. L’ “ansia di un’altra città”, che è espressione retorica e melensa mutuata da Eugenio Garin, a un livello speculativo non è altro che l’ansia dell’azione. E’ cioè la vita stessa.
    (Uscito sul numero 10 di ottobre 2017 di “Mondoperaio”,pp. 89-91)