• Croce, Gentile e la cultura italiana. Una (garbata) polemica

    Croce, Gentile e Gramsci sono sicuramente i tre filosofi più rappresentativi del Novecento italiano. Recentemente, sotto la direzione di Michele Ciliberto, l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana ha edito un importante e grosso tomo ove il pensiero dei primi due filosofi è sviscerato, da vari contributors, dai più diversi punti di vista (Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, pagg. 887, a.p.). Il volume, fra l’altro, segue l’evoluzione storica dei rapporti dei due grandi pensatori, che, come è noto, differenziatisi teoricamente già negli anni precedenti la prima guerra mondiale, giunsero ad un punto di drammatica rottura nel 1925. Cioè allorquando, a distanza di pochi mesi, essi si fecero promotori e primi firmatari di due Manifesti di opposta ispirazione: quello dei fascisti (Gentile) e quello degli antifascisti (Croce). Eppure entrambi, proprio agli inizi del secolo, avevano collaborato in un proficuo sodalizio intellettuale, concependo persino insieme un progetto culturale di ampio respiro volto a dare un’identità culturale alla “nuova Italia”. Molte affinità, pur fra altrettante differenze, avevano anche i due “sistemi” di pensiero da loro elaborati, tanto che comunemente, con più o meno esattezza, si è soliti accomunare il loro pensiero sotto l”etichetta di “neoidealismo”. Tutto questo per dire che il volume pubblicato dalla Treccani ha una forte ragione d’essere che va oltre il valore intrinseco dei saggi pubblicati, alcuni veramente di alto profilo culturale. Di alta statura intellettuale sono d’altronde, come si conviene ad un libro siffatto, anche gli studiosi che sono stati chiamati a presentare il volume in Treccani il prossimo 8 giugno. Nulla da eccepire se non fosse che tutti e quattro sono legati strettamente, in un modo o nell’altro, al terzo esponente della triade suddetta, cioè proprio a quel Gramsci che è stato uno dei massimi e più fedeli interpreti del marxismo novecentesco. Nonché un fautore di una società chiusa e decisamente totalitaria, che trova riscontro effettivo, checché se ne sia detto da parte di alcuni interpreti, nel suo pur interessante e profondo sistema di pensiero. Diciamola tutta:
    Luciano Canfora, Giulio Ferroni, Giuseppe Vacca, lo stesso Michele Ciliberto, coloro cioè che presenteranno il volume in Treccani, sono tutti esimi pensatori ma sono tutti, con diverse gradazioni, ancora oggi, di “sinistra pura e dura”. Dei “comunisti”, direbbe qualcuno semplificando e banalizzando certo, ma facendo capire anche agli altri il concetto. Più propriamente, i quattro sono i rappresentanti di un segmento importante di quel blocco di potere politico-culturale che ha egemonizzato la cultura italiana nel secondo dopoguerra. E che, ancora oggi, domina l’accademia, l’editoria, i più prestigiosi enti e istituti culturali italiani. A cominciare appunto dalla prestigiosa Treccani. Un blocco di potere politico-culturale che si è rapidamente forgiato nell’immediato secondo dopoguerra e che poi è andato via via evolvendosi e consolidandosi negli anni e deceni successivi. Un blocco che si è costruito esplicitamente in antitesi con il pensiero di uno degli autori che si viene ora celebrando, cioè Benedetto Croce, in particolar modo per quel che concerne uno dei nuclei centrale del suo pensiero: l’autonomia (dalla politica in senso stretto e largo) della cultura e delle forme spirituali. Non a caso, Croce, negli ultimi anni della sua vita, cioè proprio negli anni in cui nasceva l’ “ideologia italiana”, si trovo isolato in patria, con i suoi stessi “allievi” che lo avevano spesso abbandonato e seguendo, in diverso modo, le nuove sirene dell’impegno politico-culturale e dell’ossequio alle nuove idee guida. Che oggi, nell’anno 2016, sia finalmente giunto il tempo di un “recupero” forte del pensiero crociano, non può che fare piacere. Così come è logico e giusto che a ricordarlo siano pensatori anche a lui opposti. Vorremmo però che si evitassero irenismi e “annessioni”. Soprattutto da chi è, con mille distinguo ovviamente, erede di una “egemonia culturale” che non ha più senso. Vorremmo poi ancora che un istituto come la Treccani sia sempre altamente rappresentativo delle più diverse posizioni politico-culturali, anche perché finanziato per lo più con i soldi pubblici, cioè di noi contribuenti. Presentazioni e eventi fortemente orientati non ci sembra che siano né opportuni, né giusti.