• Controcanto. Basta con la vostra Resistenza, è diventata stucchevole

    Quest’anno, in piena era Renzi-Mattarella, sembra essere tornata di moda, e alla grande, la Resistenza, con tutta la retorica che da sempre si accompagna al caso. La Camera dei Deputati ha solennemente celebrato l’evento, in un’orgia di apologetica, addirittura dieci giorni prima del 25 aprile, settantesimo anniversario della Liberazione. E il Presidente della Repubblica ha affidato un messaggio commemorativo, in cui in sostanza mette i paletti alla ricerca storica, nientemeno che alla rivista “MicroMega”, l’organo “culturale” del giustizialismo italiano e l’espressione del giacobinismo più intollerante e illiberale. Quanto ai giornali e ai media in genere, hanno riempito pagine e pagine di articoli e hanno promosso iniziative tese ad avvalorare una visione a senso unico della “guerra di liberazione”, non tenendo minimamente conto delle ricerche e dei risultati della storiografia più recente e accreditata. D’altronde la Resistenza, il mito fondativo della nostra Repubblica, è un mito nel senso specifico della parola: viene vissuto e immaginato in un modo molto difforme da quella che è stata nella sua realtà storica. Proprio in questi giorni ho letto, non avendolo fatto a suo tempo, il libro di Giampaolo Pansa uscito l’anno scorso: Bella ciao. Controstoria della Resistenza (Rizzoli). Non è un testo eclatante, essendo per lo più composto dalla descrizione di una serie di episodi slegati fra loro e senza una chiara visione d’insieme. Ma, in ogni caso, l’elemento che risulta chiaro da essi è che i comunisti, la forza di gran lunga predominante nella Resistenza italiana, combattevano su due fronti contemporaneamente: contro i fascisti e tedeschi da un lato, ma anche contro i partigiani non comunisti dall’altro. Per loro, la Resistenza era infatti non solo una “guerra di liberazione” dal nazifascismo, ma anche il primo passo verso una rivoluzione popolare che doveva portare alla conquista del potere da parte del proletariato. Un progetto, quest’ultimo, che, in seguito agli sviluppi delle vicende internazionali, sarebbe stato, dopo la liberazione, momentaneamente accantonato. Anche se poi quello di una rivoluzione solo rimandata sarebbe stato, fino alla sua fine, in modo consapevole o meno, il mito trainante del PCI. Pansa si sofferma molto sulla ferocia delle divisioni Garibaldi durante la Resistenza, messa in atto sia contro la popolazione civile sia contro chi fra i partigiani osava opporsi alle direttive e all’egemonia dei comunisti. Era una ferocia che trovava il pendant in quella dei nazifascisti e che può essere interpretata come un portato di una visione politica fideistica, integralista e, quindi, fanatica. Ma in ogni caso ritengo che la questione forte da porsi concerna non solo e non tanto le vicende temporalmente circoscritte della nostra “guerra civile”, ma la capacità che la Resistenza ha avuto, dopo il 25 aprile, di sopravvivere negli anni a se stesa, nell’immaginario e anche nella politica e nella vita concreta degli italiani. Come ha potuto quella guerra per bande (e non certo “di popolo”, come vorrebbe la vulgata) divenire il mito fondativo della Repubblica democratica? E ancora: cosa ha comportato, in concreto, questo fatto? Ha esso, e in che misura, pesato sullo spirito pubblico, sull’ideologia e anche sulla politica concreta della nostra Repubblica? Sarebbero queste, a mio avviso, le domande da porsi, ma che in pochissimo si pongono. Il primo effetto palpabile della “Resistenza dopo la Resistenza”, è stata la promulgazione, negli ultimi giorni del 1947, della nostra Costituzione. A ragione la retorica repubblicana usa l’espressione: “la Costituzione nata della Resistenza”. La Carta nasce infatti da un accordo, un alto compromesso, fra i partiti che avevano fatto parte dell’élite resistenziale e che, come tutte le élite, rappresentavano un’esigua parte della popolazione italiana. La quale, detto per inciso, era per lo più frastornata e indifferente nel periodo della “guerra civile” seguito alla caduta del fascismo. Il minimo comun denominatore che univa questa élite di forze molto diverse era, pur con diverse sfumature, uno solo: l’antifascismo. E l’antifascismo fu appunto l’idea che ispirò la nostra Carta divenendo poi l’ideologia dominante e unificante della nostra storia repubblicana. La quale, pur essendosi sviluppata su binari democratici, fu comunque fortemente condizionata da questo “vizio d’origine”. Perché parlo di vizio è presto detto. L’antifascismo, proprio perché i comunisti avevano avuto un ruolo predominante nella Resistenza e avrebbero avuto un peso rilevante nel dopoguerra, non poté in Italia essere accompagnato, come in una prospettiva compiutamente liberale avrebbe dovuto essere, da un uguale e deciso anticomunismo. Lo “spettro costituzionale” entro cui si sarebbe svolta la nostra storia repubblicana imponeva che ci fossero i comunisti e i non comunisti, ma non gli anticomunisti. Chi si dichiarava tale veniva, almeno fino a tutti gli anni Settanta del secolo scorso, automaticamente bollato come “fascista”. È come se quella che era stata, durante la guerra, l’alleanza tattica fra l’Unione Sovietica e le democrazie occidentali di stampo liberale si fosse protratta da noi fino ai nostri giorni. Così, mentre altrove si è assistito, nel secondo dopoguerra, ad una rapida “conversione” delle forze liberali, che le ha portate a riequilibrare la barra e a combattere tutte le forme di totalitarismo, da noi è prevalse una concreta asimmetria che ha condizionato e dato il tono a tutta la vita repubblicana. Quella che possiamo chiamare l’ “ideologia italiana” ha pervaso, come dicevamo, lo spirito pubblico, la vita concreta degli italiani, la stessa politica. E poco si capisce della nostra storia, e quindi del nostro attuale deficit di liberalismo, se non se ne tiene conto. Essa ha poi esercitato una funzione deleteria in primo luogo sulla cultura nazionale, che non a torto può essere considerata egemonizzata da un gramsciazionismo di fondo a cui oggi si è affiancato un buonismo politicamente corretto che ammorba l’aria e non ci fa avere un rapporto diretto con le cose del mondo. La stessa retorica illiberale dei “diritti” non fa che riprendere ed aggiornare una vecchia idea dei comunisti, i quali, messi con le spalle al muro dagli accordi internazionali che fecero entrare per fortuna l’Italia nell’orbita occidentale, si videro costretti a rinunciare all’insurrezione armata che avevano programmato e ad accettare la Costituzione e la Repubblica. Lo hanno però fatto, fino all’ultimo, insistendo su una “Costituzione incompiuta” o “tradita” o “da realizzare”. E concependo la democrazia realizzata non, ovviamente, in senso liberale, né come un fine in sé, ma come un momento di transizione verso, potremmo dire, “equilibri sempre più avanzati”. La “democrazia progressiva” predicata dai comunisti non era che questo. Ovviamente, “la storia non si fa con i sé”. E se si fa come libertà non può non pensarsi che come necessità. La storia d’Italia si è svolta in un determinato modo e non è possibile emendarla. Opportuno però sarebbe che una stampa seria e intellettuali onesti intellettualmente riflettessero pubblicamente su questi nessi senza ideologismi e pregiudizi. Che si ponessero,msenza infingimenti, le domande che ho abbozzato e che aspettano ancora risposta. Prima di tutto per aiutare a capire l’oggi, per farci comprendere quello che siamo. Ma anche per darci una bussola per potere agire in un terreno che per il liberalismo è minato. Celebrare invece in modo edulcorato e buonista il 25 aprile, riproporre gli stilemi del “pensiero unico” resistenziale, come sta avvenendo in questi giorni, è una via facile e dal facile consenso, ma sinceramente è anche l’indice di una effettiva arretratezza culturale. Questo 25 aprile sarà un’occasione perduta per iniziare a fare i conti seriamente con il nostro passato, per riflettere seriamente su di esso e fare un altrettanto serio esame di coscienza. L’ennesima occasione perduta, purtroppo.
    (da “Il Garantista”, sabato 25 aprile 2015)