• Bernardino Telesio, la vergogna dei tesori bruciati

    L’età moderna, con il suo modo peculiare di considerare la natura e la vita, ha un cuore antico in cui pulsa sangue italiano. Anzi, meridionale. Calabrese, per la precisione. È nel De Rerum Natura iuxta propria principia, il capolavoro che vide la luce in nove volumi fra il 1565 e il 1585, che il cosentino Bernardino Telesio pose le basi di un modo tutto nuovo di leggere il mondo e di operare in esso trasformandolo e soggiogando la natura ai nostri fini. Concepita come una sorta di commento alla fino allora indiscutibile Fisica aristotelica, l’opera di Telesio ne smonta uno ad uno tutti i presupposti, liberando lo studio della natura da ogni ipoteca trascendente o morale. La natura va, appunto, studiata “secondo i propri principi”, secondo leggi che, seppur stabilite a priori dal Creatore, funzionano poi in perfetta autonomia. La natura non ha un fine ad essa esterno ma è solo materia che si aggrega e disgrega secondo i modi che, attenendosi strettamente alla realtà della cosa, lo scienziato scoprirà mano a mano. E lo farà con un processo conoscitivo che, a sua volta, non avrà nulla di “miracoloso” ma si realizzerà attraverso i dati che ci provengono dai sensi e che l’intelletto elabora. L’universo, per Telesio, non ha più nulla di stabile e stabilito, come in Aristotele e nella tradizione del cristianesimo medievale: non esiste nei suoi elementi una gerarchia, un alyo e un basso prestabiliti. La vita umana, almeno quella biologica, è pienamente inserita in questo meccanismo: non ha altro fine che non sia in se stessa, nella volontà di conservarsi e di accrescere il proprio potenziale di vita. Telesio, pur con mille accorgimenti tattici, dice questo prima di Galileo, di Bacone, di Hobbes, i quali tutti gli sono tributari. E tutti gli saranno nelle loro opere riconoscenti per il contributo originario che ha dato alla vera e propria “frattura epistemologica” che segna l’inizio dell’età moderna. Quando Benedetto Croce, nel ripercorrere le vicende del Regno di Napoli, scrive che è agli uomini di cultura, al loro contributo, che si deve la parte di dignità che tocca anche a noi meridionali, è a personalità come Telesio che sicuramente pensava. Fa perciò specie che sia proprio il Mezzogiorno, nelle sue classi dirigenti prima di tutto, ma anche nella parte più ampia dei suoi cittadini, ad essersi del tutto dimenticato di questo contributo di cui sarebbe giusto e utile “menar vanto”. La cosa che più impressiona nell’incendio di Cosenza, ove rari manoscritti e pergamene di Telesio, e anche la prima edizione a stampa del De Rerum natura, sono andate distrutte, è proprio l’insensibilità che le autorità pubbliche cittadine avevano mostrato di fronte ai ripetuti appelli del proprietario dello stabile. Il quale avevo messo puntualmente e inutilmente in guardia dai rischi che un così prezioso e raro materiale correva per via dell’occupazione abusiva dell’appartamento sottostante. Più che insensibilità, si è trattato probabilmente di ignoranza, di quella incapacità di cogliere l’importanza simbolica e identitaria che per una comunità dovrebbe avere un così prezioso patrimonio storico. Tanto più quanto esso, come nel caso in questione, richiama ad una dimensione universalistica, europea, moderna, che il nostro Mezzogiorno, chiuso nel suo sterile provincialismo rivendicativo, non ha più quasi avuto dai tempi di Telesio. Strana sorte quella nostra di aver anticipato e contribuito a costruire la Modernità, ma poi esserscene come ritirati. Ma tant’è! Mentre piangiamo la perdita irreparabile, sarebbe giusto pensare con consapevolezza al futuro, affinché casi del genere non abbiano più a verificarsi. Sarebbe bello e utile censire il patrimonio culturale di tutto il Mezzogiorno, farne un motivo di orgoglio, studiare forme per valorizzarlo. Sarebbe anche bello inserire questo lavoro in una europea rete della cultura, tanto più che oggi fare quel che a suo tempo fece Telesio, cioè stringere rapporti con i dotti di tutta Europa e entrare in un circuito di elaborazione intellettuale sovranazionale, sarebbe estremamente più facile. Sarebbe tutto bello e utile si, ma temo che non se ne faccia niente neanche questa volta. Metabolizzeremo anche questa perdita. Come a Cosenza, guarderemo indifferenti o impotenti alla distruzione progressiva del nostro patrimonio culturale. Non dico ad altre distruzioni materiali, ma a quella distruzione mentale che avviene ogni volta che voltiamo le spalle al nostro passato alla ricerca di un futuro diverso che in questo modo non arriverà mai.
    (pubblicato da “Il Mattino” domenica 20 ottobre 2017)