• Anticapitalismo, è questa la mappa

    Beh, vi sembrerà strano, ma Karl Marx non solo di capitalismo non parla mai, ma alla fine non era nemmeno un suo acerrimo nemico. Ne Il capitale (1867) il termine come sostantivo non viene mai usato: esso entra nella letteratura scientifica (con Weber e Sombart) e poi nel linguaggio comune solo agli inizi del Novecento. Marx, a ben vedere, era anzi un apologeta del sistema basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, in quanto lo considerava il più efficiente nel produrre ricchezza che fosse mai esistito. Senza di esso, e senza il connesso dominio tecnico dell’uomo sulla natura, non si sarebbe potuto nemmeno pensare al comunismo: l’equa distribuzione delle ricchezze da lui auspicata si sarebbe realizzata nell’abbondanza e non nella comune povertà, cioè solo dopo il necessario “lavoro sporco”  di accumulazione fatto dal capitalismo. Già questo basterebbe a spiegare come il termine anticapitalismo vada usato con molta cautela per il marxismo storico: probabilmente Marx non avrebbe avuto un buon concetto dei teorici no global o della decrescita oggi in voga, pur essendo essi considerati di sinistra. Il fatto è che l’anticapitalismo è spesso un sentimento prima ancora che un concetto. Ed è alimentato da varie pulsioni: è un impasto di invidia sociale (il “risentimento” di cui parlava Nietzsche), spirito utopistico (cioè che non fa i conti con la “natura umana”), repulsione morale per il profitto e l’utile (che è un connotato atavico iscritto nelle nostre coscienze dalle religioni della trascendenza). Consapevole di tutto ciò sono sicuramente i maggiori esponenti contemporanei del marxismo classico, da Eric Hobsbawm a David Harvey (che ha saputo leggere l’attuale fase del liberismo postmodernista senza abbandonare le categorie storiche), da Terry Eaglaton all’italiano Domenico Losurdo. E consapevole ne è sicuramente anche Diego Fusaro, giovane filosofo emergente, autore di di Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani). La sua è un’impostazione marxista classica, e quindi realistica, per un certo aspetto: è scevra in fase di analisi da giudizi o imprecazioni moralistiche. Egli è tuttavia convinto che il capitalismo, che come Marx ha insegnato vive trasformandosi, oggi sia giunto alla sua fase estrema: la globalizzazione e il predominio della finanza sull’economia reale hanno generato un “pensiero unico” e un “assetto assoluto-totalitario” che, facendo venire meno il momento dialettico interno, avvicina il momento del tracollo finale. Fusaro è debitore in queste analisi di un altro fiero studioso anticapitalista, il torinese Costanzo Preve, autore di una sterminata bibliografia, convinto che il mondo sia oggi dominato da una tecnocrazia finanziaria transnazionale, di cui Monti e Draghi farebbero parte, che ha esautorato la politica. Preve solo in parte può essere considerato un marxista, avendo maturato col tempo una prospettiva comunitarista che il pensatore di Treviri avrebbe probabilmente bollato come nostalgica o reazionaria. Fa specie che questi autori non oppongano marxianamente alla globalizzazione l’internazionalismo proletario, ma predichino il ritorno alla sovranità assoluta degli Stati e alle “piccole patrie”. E’ qui che si salda un’alleanza di fatto con tutti gli altri comunitarismi, anche quelli di destra. Un’alleanza saldata dall’elemento comune di critica all’americanismo, cioè a quelle libertà borghesi giudicate false e solo formali che si sono associate storicamente al nostro sistema di produzione. Fra gli esponenti di questa destra sociale, comunitarista e antimperialista, favorevole fichtianamente ad uno “stato commerciale chiuso”, vanno fatti i nomi del francese Alain de Benoist, del russo Alexsandr Dugin e dell’italiano Marco Tarchi. Non meraviglia, in questo ordine di idee, che Preve, esponente del PCI prima e di Rifondazione poi, abbia pubblicato anche  per i tipi della casa editrice di destra Il Settimo Sigillo.

    Ancor più nella contraddizione si involve il movimento no-global, che pure si è trasformato negli anni e oggi si presenta con il volto dei cosiddetti indignados e all’insegne dell’Occupy questo e quello. Si tratta di una minoranza di giovani, quasi sempre con le idee confuse, che ce l’hanno genericamente con le banche e le multinazionali ma, forse anche abilmente manovrati da leader in carriera, sanno “fare notizia”. Da una parte, essi si oppongono a quelle che considerano le tecniche di dominio del capitale, a cominciare da Internet e dagli altri mezzi di comunicazione di massa, dall’altra si mostrano in grado di usarle a loro beneficio, creando “eventi mediatici” che diventano rilevanti nel dibattito pubblico e condizionano le scelte politiche. Se il primo movimento ebbe il massimo teorico in Naomi Klein, autrice del fortunato volume No logo (divenuto a suo modo un marchio globale), oggi è forse il filosofo sloveno Slavoj Zizek il maggior punto di riferimento culturale di questi giovani, con il suo affascinante ma spesso vuoto mix di psicoanalisi e marxismo antisistema (un tentativo di commistione già fatto tempo addietro da Erich Fromm). In Italia i nomi da fare sarebbero tanti, anche perché l’indignazione è un humus culturale che circola ampiamente in una certa sinistra antagonista e nei centri sociali. Da un punto di vista filosofico, segnalerei però il nome di Augusto Illuminati, autore (con Tania Rispoli) di un vume, Tumulti. Scene dal nuovo disordine planetario (Derive e approdi), ove si esaltano le nuove forme molecolari di protesta dei “diplomati senza futuro”.

    Ci avviciniamo così a quei pensatori che rileggono il marxismo in chiave movimentistica. La classe rivoluzionaria, quella che provocherà il crollo del sistema, non è più per loro il proletariato di fabbrica, organizzato e portatore di una “coscienza di classe” che si fa “generale”, che al contrario di quanto pensasse Marx si è lasciato “inglobare” nel sistema. Al suo posto è subentrata la “moltitudine”, l’insieme disgregato e disperso di coloro che sono isolati e ai margini del sistema, inconsapevoli di tutto e perciò pericolosi per il suo stesso funzionamento in quanto potenziali sabotatori: sottoproletari, vagabondi, clandestini, persone che vivono di espedienti o rifiutano d’istinto il lavoro (più o meno quel Lumpenproletariat guardato con disprezzo da Marx). La non prevedibilità delle loro sommosse è una vera spina nel fianco del capitalismo e su di essa i rivoluzionari di oggi devono far leva. Sono le tesi, fin troppo note, soprattutto in certi ambienti radicali dei campus universitari americani, di Impero e degli altri libri della premiata fabbrica Toni Negri e Michael Hardt. D’altronde, il radicalismo terzomondista e antiamericano è molto ben radicato nelle università ed ha trovato da tempo nel linguista radicale Noam Chomsky il suo punto di riferimento.

    Intacca un altro capisaldo del marxismo, quello dello sviluppo, la teoria della decrescita di Serge Latouche. Critico del consumismo, teorico della frugalità, il pensatore francese contesta il modello di sviluppo occidentale giudicandolo contrario alla “natura umana” e alla sua “naturale” integrazione nell’ambiente che lo circonda. Un messaggio affascinante, fatto per colpire il cuore delle “anime belle”, nostalgico di un armonico “mondo di ieri” che in verità è esistito solo nell’immaginazione di alcuni. Un messaggio che spesso si incrocia con certo misticismo pauperistico delle teologie della liberazione sudamericane (Leonardo Boff) e con le utopie messianiche del “bene comune della terra” della indiana Vandana Shiva.

    Probabilmente, come si è forse desunto anche da questa rapida mappa, l’anticapitalismo non morirà mai perché mette in gioco pulsioni profonde dell’essere umano. Bisogna solo capire se a garantire le aspirazioni alla solidarietà e alla giustizia sia più il “sogno ad occhi aperti” di un’alternativa che non è dato vedere, e che forse non è nemmeno auspicabile, o piuttosto, come noi crediamo, una continua e graduale opera di “addomesticamento” di quegli spiriti vitali che sono la forza e il limite di un sistema di produzione veramente umano, troppo umano.