• Alcune considerazioni sul “liberalismo di sinistra” di Paolo Bonetti

    Sono sostanzialmente d’accordo con quanto scrive Dino Cofrancesco, nella postfazione, a proposito della Breve storia del liberalismo di sinistra. Da Gobetti a Bobbio, offertaci da Paolo Bonetti (Liberilibri, pagine 217, euro 16). Siamo di fronte a un libro serio e ben scritto, ma con dei limiti, per così dire, “ideologici”. Limiti che sono nella “cosa stessa”, verso cui Bonetti è troppo simpatetico. Alle obiezioni di Cofrancesco, io, senza ovviamente nulla togliere a un libro che conserverò gelosamente nella mia libreria, ne vorrei qui aggiungere qualche altra. Partendo dalla Premessa, in cui con molta chiarezza Bonetti individua nel concetto di “libertà liberatrice” la chiave per dare un senso unitario alla sua storia. Il che, da un punto di vista euristico, può ben starci, ma che non può essere secondo me acriticamente accettato se si passa da una dimensione descrittiva a una prescrittiva. Almeno non in un’ottica liberale. La “libertà liberatrice” è “una concezione della libertà che non si chiude mai -scrive Bonetti- nella difesa delle istituzioni liberali così come si presentano in un determinato momento storico, ma mira a rinnovarle sotto la spinta di nuovi bisogni sociali e di nuove forme di vita comunitaria”. E fin qui potrebbe pure andare, interpretando il tutto come un richiamo allo storicismo e al realismo politico. Ma poi Bonetti specifica: “Una libertà, insomma, espansiva ed inclusiva, che rifiuta di essere la semplice apologia dell’ordine liberale dato, ma vuole continuamente rinnovarlo per impedire che diventi il semplice tutore giuridico di ceti e gruppi variamente privilegiati. Il liberalismo di sinistra non si accontenta di un formalismo liberale che giudica sostanzialmente conservatore, ma cerca di dare sempre nuova linfa alle istituzioni liberali attraverso l’allargamento progressivo della base sociale che deve, con il suo consenso, sorreggere queste istituzioni”. E qui, quella libertà che per Croce, come per ogni filosofo, non può sopportare aggettivi, acquista contenuti concreti, che, per forza di cose, diventano ipostasi metafisiche e contraddicono l’assunto storicista di base. Se cosa è libertà lo si giudica di volta in volta, nel concreto della storia, perché essa deve essere per forza “inclusiva ed espansiva”? Non ci sarà piuttosto un momento in cui aprire e un altro in cui chiudere? Ma ancora più chiara si fa la posizione di Bonetti quando più volte, nel proseguio della Storia, si parla di sempre nuovi diritti da riconoscere e garantire. Ma un diritto che sia tale, che non sia cioè riconquistato o affossato, a seconda delle esigenze, nel concreto della lotta storica, è quanto di più contrario al libero esplicarsi della libertà. Più crescono i diritti, più diminuisce l’ambito della libertà. E dico ciò non per spirito conservatore, ma proprio per un ragionamento logico: i diritti tarpano le ali. Anche se capisco che la vita della libertà debba prendere senso nella forma delle istituzioni. Che però non possono essere rigide come le vorrebbero i dirittisti: debbono essere quanto più possibile aderenti ai movimenti della vita che è libertà. Il fatto è che, forse inconsciamente, alla base del ragionamento di Bonetti c’è l’idea di progresso, la quale però non ha un senso se ha già prefissato il punto di arrivo: diritti sociali per tutti e l’equilibrio perfetto del sistema. E in effetti a me sembra che sia un po’ questo il limite della prospettiva di Bonetti: voler mettere ogni cosa al suo posto, conciliare tutto e tutti, aver paura di quell’irrequietezza (che significa imperfezione e disequilibrio) che Croce, usando il termine tedesco Unruhe, diceva essere consustanziale al liberalismo. Che poi ci si trovi di fronte ad idee anticonformiste, come Bonetti ribadisce a più riprese, ho sinceramente i miei dubbi. Forse alcune lo erano, nel momento in cui venivano elaborate e formulate, ma oggi certo non lo sono più. C’è qualcuno disposto, fra i nostri intellettuali, a criticare Gaetano Salvemini o Ernesto Rossi? Trasformatisi in “santini” sono autori che hanno poco o punto ancora da dirci. E veniamo a Croce. Mi sembra che, da parte di Bonetti, si voglia “tirarlo per la giacchetta” e includerlo in un filone da cui, in verità, egli si è voluto tenere sempre ben fuori. In verità, al contrario di quanto dice Bonetti, nell’ultimo periodo della sua vita Croce, che aveva mentalità e rapporti internazionali, aveva capito, fra i pochissimi in Italia, che, con la sconfitta del nazismo, la partita del liberalismo si giocava sul versante dell’altro totalitarismo. E si era attrezzato, concettualmente e praticamente, di conseguenza. Non è un caso che, proprio in questo periodo, Croce, che non aveva mai sottaciuto certi aspetti positivi dello stesso marxismo, comincia a parlare del comunismo come dell’Anticristo o a rivalutare il cristianesimo (non certo quello dei La Pira e Dossetti) come forza civilizzatrice e precipuamente occidentale. Egli comincia a mostrare interesse per autori come von Hayek, di cui inutilmente patrocina la traduzione di The Road to Serfdom presso un Laterza ormai volto verso altre sponde. O, da un altro punto di vista, partecipa a società che allora si costituiscono a livello mondiale per riaffermare la libertà della cultura di fronte ai pericoli dello zdanovismo culturale (in Italia, invece, la cultura dominante comincia a cercare il dialogo coi comunisti o di “gettare un ponte” verso di loro, come dice Calamandrei). È un Croce isolatissimo, abbandonato dai suoi stessi allievi, ormai a pieno impegnati a costruire, ognuno per la sua parte e per la sua misura, quell’ideologia italiana di cui parla Cofrancesco (per capire la battaglia in corso si pensi solo un attimo agli “sgambetti” messi in atto da Carlo Antoni per tener lontano Bruno Leoni, sempre rispettoso e ammiratore di Croce pur nella diversità epistemologica dei due liberalismi, dalla Mont Pélerin Society). Questa ideologia che, per diverse vie, veniva allora forgiandosi, e a cui Bonetti (al contrario del sottoscritto) è rimasto affezionato, ha presentato come un ripiegamento conservatore quello di Croce. Non accorgendosi che era il proprio, piuttosto, un ripiegamento provinciale (sono quelli gli anni in cui escono e fanno discutere nel mondo intero, ma non in Italia, i libri di Talmon, Hannah Arendt, Popper, Aron, dello stesso von Hayek, solo per citarne alcuni). Una delle costanti del pensiero liberale novecentesco, ma forse del pensiero liberale tout court, è, non a caso, l’insistenza sulla depoliticizzazione, sulla necessità di sottrarre spazi alla politica e darne quanti più possibile alla hegeliana “società civile”. C’è un filo rosso che lega la messa in scacco da parte di Croce della “filosofia della storia” al sarcasmo di Michael Oakeshott nei confronti dei filosofi politici; la critica allo storicismo di Karl Popper a quella dell’olismo di von Hayek; certe pagine di Hannah Arendt al senso profondo del pensiero di Isaiah Berlin; senza dimenticare le pagine, più recenti, di Kenneth Minogue, l’allievo e successore di Oakeshott, alla London School (autore, oltre che di una popolare introduzione alla politica della Oxford, di quel bellissimo capolavoro del 1963 che è La mente servile). Quanta distanza dall’idea italiana dell’impegno e del filosofo militante. C’è infine un elemento che urta alla mia sensibilità: mettere Croce nel calderone, è sbagliato in sé. Stiamo parlando di un filosofo di dimensione mondiale, come è evidente consultando una qualsiasi enciclopedia filosofica (da Stanford a Oxford, per intenderci). Ogni allineamento ai “santini” della piccola provincia italiota mi sembra un po’ esagerato. Ma qui forse subentra il mio spirito “fazioso” e di parte. Lascio stare.
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    Approfitto dell’occasione per ringraziare Paolo Bonetti della bella e ampia recensione al mio Liberalismo senza teoria fatta su uno degli ultimi numeri di “Nuova Antologia”. Un ringraziamento non convenzionale se è vero che è stato uno dei pochi fra i tanti recensori che è riuscito ad entrare nel mio dispositivo mentale. Giudico soprattutto un complimento, per le cose che ho detto sopra, aver sottolineato il carattere “inquietante” del mio liberalismo: la particolarità di questa dottrina, a mio avviso, è proprio nel non voler essere rassicurarante come sono per lo più le ideologie, di insistere sul momento (dialettico) della contraddizione e del negativo. Detto questo, debbo però ammettere che francamente non ricordo di aver mai avvicinato in un mio scritto il liberalismo alla prospettiva postmodernista. Certo, se con questo termine si intende, in senso molto lato e generico, il processo di fine della metafisica e di distruzione delle categorie epistemiche forti che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli di pensiero filosofico, anche io mi definisco postmoderno (ma in questo senso sono davvero pochi coloro che non potrebbero definirsi tali). Se però per postmodernismo intendiamo ciò che oggi normalmente si intende, cioè la cultura del frammento e del relativismo, non lo sono né credo di esserlo mai stato. Più che altro esalto, come detto, il momento della scepsi, cioè del dubbio e dello spirito critico, ma faccio questo lungo l’asse di una tradizione che va da Hume a Oakeshott. Ma avremo modo di approfondire.