• Addio a Villari, riscrisse la storia del Mezzogiorno

    Con Rosario Villari, morto ieri nella sua casa di campagna a Cetona (era nato a Bagnara Calabra il 12 luglio 1925), non scompare solo uno dei maggiori storici italiani del secondo dopoguerra, ma anche il rappresentante di un mondo intellettuale che non c’è più e che ha segnato in maniera profonda la vicenda culturale nazionale del secondo dopoguerra. Un mondo di ispirazione storicistica-marxista che, pur essendo politicamente orientato, non ha mai prostituito la verità storica a interessi strettamente di bottega o volgarmente tendenziosi. In Villari si rifletteva il grande contributo della più alta scuola marxista, che ha imposto metodologie nuove di ricerca e nuovi interessi alla ricerca italiana ma innestandosi nel grande tronco della storiografia idealistica, in particolare quella crociana. Conservando perciò una visione classica, alta, nobile, della ricerca storica che col tempo, soprattutto nelle ultime generazioni di storici di formazione empirica (a volte persino, quasi politologica), sembra essersi quasi del tutto perduta. La grande novità apportata dagli studi di Villari consiste nell’attenzione prestata agli aspetti economico-sociali delle questioni storiche, che venivano integrate in una visione storica integrale, senza dubbio, ma che pure, con l’attenzione prestata ai concreti rapporti di forza instauratasi nel tempo fra gli attori sociali finivano per essere un po’ la chiave di volta per comprendere strutture di potere particolari come quelle del Sud d’Italia. Al Mezzogiorno furono infatti dedicati i suoi studi di maggiore spessore, quelli che resteranno pietre miliari della nostra storiografia. In primo luogo, anche da un punta di vista cronologico, quelli che scrisse negli anni Cinquanta sulla rivista meridionalistica marxista “Cronache meridionali” (che era il contraltare della liberal-democratica “Nord e sud”) e che poi confluirono nel volume Mezzogiorno e contadini nell’era moderna, pubblicato da Laterza (che sarà l’editore di quasi tutte le sue opere) nel 1961. Esso si accompagna all’antologia Il Sud nella storia d’Italia, uscita sempre nello stesso anno, ove, sulla scia di Gramsci, viene fuori una critica dell’Italia liberale e postrisorgimentale come incapace, per la sua stessa struttura di potere, di poter contribuire a superare il divario Nord-Sud (una tesi che gli storici liberali, a cominciare da Rosario Romeo, hanno contribuito con forza a smontare). Un altro saggio fondamentale di Villari sarebbe poi uscito nel 1967: La rivolta antispagnola a Napoli. Le origini (1585-1647), che termina con una straordinaria ricostruzione della rivolta di Masaniello. Ad esso va affiancato il saggio del 1979: Ribelli e riformatori dal XVI al XVIII secolo (Editori Riuniti). Sempre sulla scia del marxismo, Villari mostra la mancanza di prospettive di insurrezioni popolari quali quelle meridionali, assolutamente non suffragate da una chiara coscienza di classe da parte dei protagonisti. Sempre restando ancorato agli studi sulla modernità, e in particolare sul Seicento, Villari dette poi importanti interpretazioni d’insieme dell’età barocca, da un lato, e delle categorie politiche che allora si forgiarono e che avrebbero poi dominato il lessico politico moderno. Dal primo punto di vista, sono da ricordare: L’uomo barocco (1991); Scrittori politici dell’età barocca (1998); Politica barocca. Inquietudini, mutamento e prudenza (2010), Per quel che concerne le categorie della politica, magistrale è il suo Elogio della dissimulazione (1994), ove prendendo spunto dall’omonimo trattato seicentesco di Torquato Accetto (che aveva destato l’attenzione anche di Croce), Villari mette in connessione la dissimulazione con le varie altre tecniche della “ragion di Stato” che dovevano poi fondare la legittimità dello Stato moderno. Grande figura di umanista a tutto tondo, Villari era stato allievo del filosofo Galvano Della Volpe a Messina e autore di poesie e racconti giovanili per la rivista “Politecnico” di Elio Vittorini. Visiting Professor a Oxford e a Princeton, professore emerito di Storia contemporanea alla “Sapienza” (dove aveva insegnato per buona parte della sua vita accademica), accademico dei Lincei, Villari aveva avuto anche una breve esperienza politica come deputato nella VII legislatura (1976-1979). Vicino al PCI, attento ai problemi soprattutto sociali del proprio tempo, egli era però soprattutto un uomo di studi. E la sua vasta cultura aveva trovato espressione anche nella straordinaria sintesi del Manuale di Storia per i licei che ha accompagnato, con la sua efficacia e chiarezza, diverse generazioni di italiani. Sicuramente, Villari è stato uno dei massimi protagonisti di quella “egemonia culturale” esercitata dalla sinistra ma lo è stato nella parte nobile ed alta di essa: quella impregnata di realismo storico e politico che ha sicuramente arricchito la nostra formazione culturale e che non ha mai giustamente contaminato la sua serietà degli studi con le spinte in avanti di certo sessantottismo e pedagogismo politicamente corretto che ha poi conquistato la cultura e la scuola italiane. Un rappresentante di quella aristocrazia, borghese e comunista al tempo stesso, che ha fatto la storia d’Italia e che, appunto, non esiste più sopraffatta, anche in ambito intellettuale, dagli homines novi.
    (Uscito su “Il Mattino”,giovedì 19 ottobre 2017)