• Addio a Ostellino, maestro liberale di giornalismo

    Aveva un’aria sorniona, a volte, e un sorriso tra il beffardo e il disincantato, Piero Ostellino, morto ieri a Milano a 82 anni. Amava la buona cucina e il vino e, a tavola soprattutto, si vantava di considerarsi un mezzo napoletano, un popolo di cui aveva imparato a conoscere le qualità da piccolo, avendo vissuto nella città partenopea perché il padre era stato chiamato a dirigere lì la Fiat. Era però profondamente sabaudo (anche se era nato a Venezia il 9 ottobre 1935), Ostellino, e, ancor più, idealmente, scozzese. L’illuminismo scozzese di Hume e Smith, con la sua anima scettica e disincantata, era per lui la quintessenza del liberalismo. Tutt’altra cosa rispetto al razionalismo francese, con la sua idea costruttivistica di voler cambiare dalle basi, con la forza della rivoluzione e della violenza, la società e gli individui. Fu a Torino che frequentò l’università e si laureò in Scienze Politiche, apprendendo anche dalle lezioni di Bobbio, a cui rimase sempre legato nonostante una diversa impostazione culturale. Fu in quegli anni, infatti, che egli maturò il suo liberalismo, in un’ottica altamente sprovincializzante e lontana dagli umori politici e palingenetici, che agli albori del Sessantotto, investivano ormai anche i giovani italiani. Con un gruppo di altri giovani, fra cui Valerio Zanone, Giovanna Zincone e Fulvio Guerini, egli creò il Centro di Documentazione e Studi Luigi Einaudi, che, fin dall’inizio, si propose di far conoscere e promuovere una metodologia empirica degli studi anch’essa un po’ lontana dai canoni nazionali. La rivista edita dal Centro, “Biblioteca della libertà”, che continua oggi ad uscire regolarmente, ne fu il risultato più evidente. Nel 1967, Ostellino entrò come giornalista al “Corriere della sera”, che diventerà presto la sua seconda casa. Qui si fece subito apprezzare per la capacità di essere, nei suoi articoli, tagliente, colto, schierato ma mai fazioso, oltre che per la sua visione internazionale e mai politicista. D’altronde, tutto il suo stile era da vecchio giornalismo inglese, da “fatti separati dalle opinioni” per intenderci. Finì poi, lui liberale fieramente anticomunista, come corrispondente del giornale da Mosca. Era il 1973 quando Ostellino si trasferì nell’Unione Sovietica, ove osservò con acume il regime e imparò a leggerne le “veline” che venivano accortamente somministrate alla stampa estera: in qualche modo ne mise in luce le debolezze che lo porteranno al tracollo. Vivere in Russia, il libro che pubblicò nel 1977, fu per Ostellino un vero successo. Corrispondente da Pechino a partire dal 1979, egli scrisse anche un Vivere in Cina (1981). Tornato in Italia, dal 1984 al 1988 ricopri la carica più alta del quotidiano di via Solferino, ove, forse, dai tempi di Albertini, mai più si era visto un direttore così profondamente imperniato di spirito liberale. Anche se, nel ricoprire il suo ruolo, fu sempre imparziale e istituzionale. Le briglie le sciolse molti anni dopo, quando gli fu affidata una rubrica, “Il Dubbio”, ove con ossessiva regolarità contestava lo spirito dei tempi e richiamava ai principi liberali. Soprattutto a quello di distinzione, in primo luogo fra diritto e morale contro il giustizialismo imperante nella Seconda Repubblica (la rubrica “traslocò” a “Il Giornale”, tre anni fa). D’altronde, tutta l’attività di Ostellino non è stata che un’impietosa analisi del deficit di liberalismo che è proprio della mentalità italiana. E che continua, anzi si è aggravato, nella Terza Repubblica, di cui vediamo in questi giorni gli albori. Purtroppo non potremmo più sentire una voce così controcorrente come la sua. 
    (pubblicato su “Il Mattino”, domenica 11 marzo 2018)