• Addio Gregory, un filosofo tra l’Enciclopedia e la Rai

    Aveva compiuto da poco novanta anni il grande storico della filosofia Tullio Gregory, morto ieri l’altro a Roma (ove era nato il 28 gennaio 1929). Gli anni però non li dimostrava tutti. La sua vita di studi e di selezionata attività pubblica è stata intensa fino alla fine, così come la sua cifra di studioso e accademico di altri tempi. Non che egli non si concedesse escursioni, anche abbastanza frequenti, in campi apparentemente lontani da quelli della filosofia, come per esempio la gastronomia, di cui era appassionato cultore (era un accreditato gourmet). Solo che lo faceva con il taglio dell’erudito e dell’uomo colto e raffinato, in cui il piacere del palato era in qualche modo intellettuale prima ancora che fisico. La sua formazione era stata segnata in modo indelebile dal magistero di Bruno Nardi, che gli aveva trasmesso un’idea della storia della filosofia, se così si può dire, più analitica che sintetica, capace di ascendere alle più rigorose connessioni filologiche e sempre attenta a poco concedere alla semplificazione. Forse è proprio per questo che la parte a lui affidata nel celebre manuale per i licei scritto insieme a Francesco Adorno e Valerio Verra è la meno efficace, avvalendosi fra l’altro di inserti afidati ai propri collaboratori. La sua cifra era un’altra: più bibliofila e erudita. Una particolare attenzione egli ha sempre dedicato all’origine e all’uso delle parole, deposito di saggezza e conoscenza umane, le quali necessitano di essere esplicate per permettere di entrare nel nucleo forte di una cultura. Fu per questo che, due anni dopo essere diventato ordinario di Storia della filosofia medievale all’Università di Roma “La Sapienza”, fondò nel 1964 presso il CNR un Centro di Studio per il Lessico Intellettuale Europeo, che è ancora oggi un punto di riferimento a livello internazionale. Insieme all’Università e al Centro, la terza colonna attorno a cui si è svolta la vita di Gregory è stata l’Enciclopedia Italiana, con la quale iniziò a collaborare subito dopo la laurea nel 1951 e della quale, oltre che collaboratore di importanti opere, è stato direttore e membro del consiglio di amministrazione. Numerosi anche i riconoscimenti e le onorificenze italiane ed estere, nonché il suo impegno nelle più importanti accademie, a cominciare da quella dei Lincei di cui era socio nazionale.
    I suoi interessi scientifici si sono diretti soprattutto a quell’arco di secoli che abbracciano il basso medioevo e l’inizio della modernità, in particolar al Seicento. E precisamente a quei luoghi specifici in cui si è formata la nostra mentalità: lo sganciarsi della scienza dalle arti magiche, lo scetticismo, la conquista di una prospettiva laica, l’ateismo, il libertinismo. I suoi titoli più importanti sono: Anima mundi (1955), Platonsmo medievale (1958), Scetticismo ed empirismo. Studi su Gassendi (1961), Theophrastus redivivus. Erudizione e ateismo nel Seicento (1979), Etica e religione nella critica libertina (1986); Mundana sapientia. Forme di conoscenza nella cultura medievale (1992); Principe di questo mondo. Il diavolo in Occidente (2013), Michel de Montaigne, o della modernità (2016).
    Il periodo della sua massima visibilità pubblica durò un anno esi colloca fra il 1993 e il 1994, quando fu membro del cosiddetto “CDA dei professori” che Carlo Azeglio Ciampi nominò per governare la RAI. Un’impresa impossibile, anche perché Gregory semplicemente non capiva i nuovi tempi e le nuove forme della comunicazione. Attratto dalle grandi transizioni storiche, dai momenti di svolta dell’umanità, eglinon capiva fino in fondo quello che stiamo vivendo. A volte si chiudeva a riccio verso le trasformazioni, forse persino antropologiche, che si manifestavano sotto suoi occhi. I suoi strali raggiunsero persino Wikipedia, la quale trasmetteva a suo dire un’idea di cultura frammentaria e non organica, e perciò non era nemmeno in grado di informare. Fu naturale per lui farsi, sempre con la discrezione dei modi che gli era propria, critico della decadenza della cultura e della civiltàoccidentale, conservando però sempre un che di professorale, se non proprio baronale, che faceva essere la sua posizionemolto meno efficace di quella di altri teorici della decadenza contemporanei. Anche in questo la sua dimensione è rimasta fino in fondo quella dello storico del passato. Per rigore e sottigliezza, le sue opere rimarranno per molto tempo ancora nelle biblioteche degli uomini colti.
    (pubblicato lunedì 4 marzo 2019 su “Il Mattino”)