• Saverio Strati lo ricordo così

    Saverio Strati era il più ruvido, il più timido, il più tenero, il più scostante, il più malinconico, il più altero degli scrittori calabresi che ho conosciuto – oltre a lui Fortunato Seminara, Leonida Repaci, Mario La Cava – una generazione di preziosi narratori, con Alvaro, il più grande di tutti, della Calabria del Novecento. Venivano tutti da paesini minuscoli, e tutti del Reggino, erano faticosamente usciti dal mondo contadino, erano andati a scuola, si erano laureati, avevano imparato a leggere e a scrivere la realtà, e s’illudevano che attraverso i libri avrebbero liberato i Calabresi dall’ignoranza, dalla mafia, dalla soggezione. Non fu così, al massimo – Alvaro e Repaci – liberarono se stessi dalla indigenza, andandosene via. La Cava, Seminara e Strati restarono poveri, infelici e inascoltati. I Calabresi non leggevano i loro libri, e questa per loro – con parole diverse me lo dissero tutti e quattro – era la più grande delle offese. Saverio Strati amò profondamente e disperatamente la Calabria: il suo fu un esilio d’amore, scelto, meditato e perseguito con l’ostinazione degli innamorati delusi. Della bellissima, indimenticabile conversazione che mi regalò a Scandicci qualche anno fa, ho dentro l’anima il racconto del mare (e sapevo di cosa parlava) come metafora della nostalgia e del ritorno. Quando la nostalgia, appunto, per la Calabria lo prendeva alla gola e gli toglieva il respiro, lui, da Firenze, mi disse, andava giù giù fino alla foce dell’Arno, là dove le acque del fiume, avrebbe detto Dante, “s’insalano”, e pensava: “ecco, adesso le onde del mare le inghiottono e le portano lontano, magari fino in Calabria, e sarà un po’ come se io ci tornassi, sulla costa jonica, e da lì fino a Sant’Agata del Bianco, il mio paese…”. Mi piace immaginare che, durante il trasbordo verso l’Ade, Saverio Strati, piccolo e mingherlino com’era, sia riuscito a sfuggire al controllo di Caronte e si sia tuffato nell’Acheronte. Ce n’è uno, di Acheronte, che passa vicino a Cerenzia, e da lì, fino allo Jonio, se le correnti sono favorevoli, il cammino, fino a Sant’Agata del Bianco, è un gioco da ragazzi.