• Maria non si inchina, ma la Chiesa…

    Il peccato originale di tutta questa vicenda è l’inchino, che è genuflessione e prostrazione, mortificazione e umiliazione; indica senso di rispetto e riconoscimento della superiorità di un altro.

    Maria nei Vangeli non si inchina di fronte a nessuno: solo davanti alla Croce. Suo figlio ha a che fare con prostitute e pescatori, mercanti e ladri, contadini e ricconi,  vignaioli e assassini, scribi e farisei; lei no. Lei ha in grembo e nel cuore, negli occhi e nella mente solo suo figlio, di cui, dice Dante, è paradossalmente la figlia. Maria è la casa, è il riparo, è un luogo intimo e solenne, poeticamente assurdo, come in un quadro di Chagall, ben piazzato sulla terra ma vola verso il cielo: è la Chiesa.  E la Chiesa non si inchina di fronte a nessuno, a nessun potere, né mafioso, né politico, né economico, a nessuno. La Chiesa è la Chiesa, non una Costa Concordia qualunque che si inchina di fronte a un isolotto – e sappiamo come le è andata a finire! – per favoritismo, per vanità, per insipienza. Ha provocato morti e feriti, condannati e dispersi, quell’inchino.

    È quello che sta accadendo. Dentro la Chiesa, non dentro la mafia, che è sommersa, che è nascosta, che non ha volto, che è agli arresti domiciliari. Adesso parlano i Vescovi e parlano i preti. Condannano, reprimono e lanciano anatemi. Facile, adesso. L’inchino di fronte alla casa del boss mafioso e assassino non è effetto del colpo di testa di un piccolo parroco di un piccolo paese, difficile da pronunciare (gli speaker dei tiggì ne storpiano regolarmente il nome!) e difficile da vivere come Oppido Mamertina, ma è il segno e il sintomo di una ambiguità di fondo tra l’Istituzione-Chiesa, qui al Sud, e l’Istituzione-Mafia, che non è eliminando la figura del “Padrino” nei battesimi e nelle cresime che si elimina, ma nella vita quotidiana, di una Parrocchia, di una Cattedrale, di un Episcopio. Un divorziato non può accostarsi alla comunione, perché un mafioso sì? Un mio amico “regista di matrimoni” mi racconta di un corteo nuziale da un paese del Vibonese al Santuario di Paola, dove gli sposi si sarebbero sposati, con tanto di benedizione papale, durato cinque ore: ad ogni caserma dei carabinieri i genitori degli sposi e i testimoni dovevano fermarsi per declinare le loro generalità: godevano tutti di un permesso speciale dal domicilio coatto, perché erano tutti mafiosi. Un esempio limite, ma non tanto. Anche i più sprovveduti sanno che battesimi, matrimoni e funerali sono spesso dalle nostre parti veri e propri summit mafiosi, e non per caso vengono filmati dalle forze dell’ordine! Ecco, in quei casi, è tutta la filiera della gerarchia ecclesiastica, quella che adesso pontifica, p il caso di dirlo, indignata, a chiudere un occhio, anzi tutt’e due, su gente che si è macchiata di latrocinii e omicidi e che condiziona pesantemente il sistema elettorale e dunque democratico di una intera regione. Vogliamo parlare di quanti soldi sporchi di sangue arrivino a tante feste patronali o s’impastino nel cemento di qualche santuario in costruzione? Facciamo tutti il mea culpa, ma prima di tutti lo faccia la Chiesa…