• Berlusconi e l’arte di uscire di scena

    E così, sarà affidato in prova ai servizi sociali, il Cavaliere, sbalzato di sella, “come l’ambizione che, da sola, saltando troppo in alto sulla sella, si disarciona” (Shakespeare, Macbeth). Scartata, per ovvi motivi, l’assistenza ai minori, le cui fila, si sa, abbondano di nipotini e nipotine di Mubarak, e sconsigliata la frequentazione con altri pregiudicati, Dell’Utri, d’altra parte è irreperibile, pare che non gli resti (ahi, perfida legge del contrappasso!) che accudire anziani disabili. Vedremo, comunque la dignità di un uomo è più alta della pena che ha da scontare, e da parte nostra tutto il rispetto per la sua sofferenza, purché strabordando e tracimando, smadonnando e minacciando, non diventi farsa. I problema dei “tempi” è una cosa seria, perché tutto ha un inizio e tutto ha una fine, e non riguarda solo gli amori, né i musicisti. Riguarda anche la casalinga che cucina lo spezzatino, lo studente che scrive il suo tema, un ex presidente del consiglio che è stato condannato all’interdizione. Guai se perdono la consapevolezza dei “tempi”, quando spegnere il gas o concludere di scrivere. O uscire di scena. Rubo per un attimo l’immagine che lui stesso, Berlusconi, ha corroso e reso insopportabile: quello “scendere in campo” che è diventato sinonimo di “gettarsi nella mischia politica”, “sacrificarsi per il bene dell’umanità”, “metterci, come continua a ripetere anche Renzi, la faccia”. In campo lui c’è stato per vent’anni, si è battuto come un leone, ha vinto, ha barato, ha pareggiato, ha perso, è stato fischiato e osannato, ha vinto ancora, ha cambiato formazione alla sua squadra e anche colori al suo scudetto. Adesso, gli piaccia o no, la partita è finita, come lo dirà la storia, e i tempi supplementari, se ci saranno, rimandati a dopo l’espiazione della pena. Il pubblico sta abbandondo gli spalti, tanti dei suoi compagni di squadra hanno firmato altri contratti, le luci a San Siro stanno per essere spente. Io non so se lui si ostina a “restare in campo” per salvare se stesso e la sua roba, come dice qualcuno, o se per ambizione sfrenata e inguaribile, perchè il potere, si sa, è la più irresistibile delle droghe e delle Sirene. So che gli restano due possibilità: uscire di scena come Macbeth, reso nobile dalla sonfitta estrema, o restarci, come il Nerone di Petrolini, osannato dagli irriducibili del suo cerchio magico con un “bravo”, a cui lui risponde “grazie” e loro un “prego” che è un patetico sberleffo.