• Sorrentino Social Club. Viaggio al termine delle recensioni [seguito da «Ricordati che è un film comico»]

     

     

    Post di pesca a strascico tra gli sparuti, incostanti sprazzi di Bellezza che solcano il mare della rete e dei giornali per un totale di 20 (venti) sprazzi sul film di Sorrentino. Un viaggio al termine delle recensioni, dei commenti, delle incitazioni alla Grande Bellezza, come una guida rapida ma a forma di classifica per classificare l’esibizione delle fonti, la ricerca del messaggio, l’inesauribilità delle interpretazioni, il giudizio e il discernimento. A supporto della tesi che il film è un film astutamente comico (come si motiva più ingegnosamente alla fine, per chi non esausto volesse leggere anche l’articolo)

     

    20.

    «L’ambito di questo film-romanzo è quello di una Recherche multidirezionale che transita attraverso gli orditi di un calembour visivo preziosissimo. Un’opera sinestetica, solo apparentemente felliniana, giacché il tema dell’estremo struggimento è quasi ottocentesco, viscontiano»

    [SiciliaBlog]

     

    19.

    Qual è per voi La Grande Bellezza? Ditelo con una foto a Rossopomodoro…. (L’iniziativa è valida SOLO sulla pagina  di «Rossopomodoro»)

    [rossopomodorofficial]

     

    18.

    «Ieri abbiamo visto La Grande Bellezza e mi è piaciuto. Realismo e surrealismo insieme allo stato puro. Volutamente lento e con un Servillo come sempre impeccabile. C’è tanta Roma e quindi non poteva non piacermi. Roma è stata la mia città per quasi due anni. In realtà non l’ho mai sentita mia. Ma me la sono goduta. E’ stato il periodo più libero della mia vita»

    [SonoUnaMammaBlogSpot]

     

    17.

    «Mi sono approcciato all’ultimo lavoro del regista napoletano scevro da pregiudizi. E ha funzionato»

    [Style.it]

     

    16.

    «La regia di Sorrentino, come già per i film precedenti, è anche in questo caso paragonabile a un sottile rigagnolo d’acqua fresca e cristallina che percorre e si lascia trasportare dalle torbide acque di un fiume inquinato. I movimenti di macchina fluidi e stilizzati fino al parossismo penetrano con la fredda glacialità del bisturi medico il corpo/cadavere della realtà»

    [Il referendum]

     

    15.

    «Roma d’estate può essere di una bellezza stordente. Non è film per tutti. Certe scene sono forti e l’atmosfera richiede maturità di giudizio»

    [Famiglia Cristiana]

     

    14.

    «Colgo in questo film un anelito verso Dio, comunque lo si voglia intendere, mi sbaglio?»

    [Gramellini/Sorrentino in video chat su «La Stampa» - commenti]

     

    13.

    «Il film racconta l’eccedenza»

    [BarlettaLife]

     

    12.

    «Il messaggio della pellicola è dunque quello di non smettere mai di cercarla»

    [StudioNews24]

     

    11.

    «Ieri sera, dopo aver visto “La grande bellezza” in un cinema di Boccea, la Roma che nel film di Sorrentino non si vede mai, sono andato a fare la spesa al Pam. Al banco del fresco ho visto un uomo che sceglieva una a una tre mele golden, rigirandosele per le mani e tastandole, osservandone il punto di maturazione, e sistemandole nel cellophane. Quando però è stato il momento di pesarle, le ha sfilate dal sacchetto, anche stavolta una per una, e si è spostato sullo scaffale di fianco, dove ha ricominciato di nuovo l’operazione con un altro tipo di mele. “Ecco”, mi son detto, “di questo parla il film, e di nient’altro”. Del fraintendimento tra ricerca della bellezza scelta della grazia, un equivoco su cui può giocarsi una vita intera»

    [MilanoCultura]

     

    10.

    «Dovrei rivederlo»

    [Giorgio Armani]

     

    9.

    «Ho visto il film di Sorrentino, bello, coraggioso. Non vedo parallelo: quando si fa la cosa giusta ci si sente meglio»

    [Pierluigi Bersani, con oscuro riferimento a Zoro che dice che La Grande Bellezza è un film sulla decadenza del PD]

     

    8.

    «Poi possiamo pure fare finta di niente, uscire dal cinema e convincerci che nulla è cambiato;oppure anche emulare chi ha sminuito questo spettacolo per non sentirsi annientato, polverizzato dall’arte che gli era caduta addosso»

    [L’Espresso]

     

    7.

    «La vera tragedia del film non è la perdita del sé, ma l’esondazione del sé »

    [MucchioSelvaggio]

     

    6.

    «Paolo Sorrentino è di una bravura impressionante, un Maradona che si ferma a metà campo a palleggiare»

    [Aldo Cazzullo per il «Corriere della Sera»]

     

    5.

    «Visivamente magico. Come la Roma di capitan Totti»

    [SiciliaBlog]

     

    4.

    «Gli invitati alle feste a un certo punto subiscono una metamorfosi e diventano dei fenicotteri»

    [The Guardian]

     

    3.

    «Lei guarda in su e vede una parete bianca. Ma quando Jep le chiede se anche lei vede quella distesa azzurra di nostalgia, Ramona risponde sì. Vale più d’una dichiarazione d’amore quella comunione d’intenti, quel “volemose bene” dopo l’amplesso. Più che narrazione consequenziale, pura lirica»

    [GQ.com]

     

    2.

    «Tenetevi Vanzina»

    [Selvaggia Lucarelli]

    PRIMI  A pari merito – per la puntualità di un’interpretazione affatto evidente:

    «Alla sterminazione degli IO che vogliono essere parlati sopravvive solo un IO parlante […] Questo film fa amare le rose non colte, fa detestare il raccolto. Il messaggio finale è chiaro: per fortuna ci rimane ancora qualcosa di bello da fare con riferimento all’atto sessuale mancato. Rimanenza e sua attuazione futura si incontrano e chiudono l’antitetico presente»

    [BarlettaLife #2]

     

    «La Ferilli, spogliarellista semianalfabeta e vestita da prostituta di quart’ordine, riesce a intenerire Jep, e per fortuna la tenerezza non si trasforma in sesso, perché si scopre che lei è malata di AIDS all’ultimo stadio e presto uscirà di scena»

    [Il Fatto Quotidiano]

     

     

    «Ricordati che è un film comico»

    [Questo post è la dilatazione/rivisitazione di un articolo pubblicato sul settimanale Gli Altri venerdì 31 maggio 2013]

     

    Prima di essere un capolavoro-assoluto o un insopportabile campionario di tutti i cliché del film d’autore, o un’oscura via di mezzo tra i due, La Grande Bellezza è un oggetto curioso. Non per via dello stile, della visionarietà, o dell’assenza di una trama martoriata dal flusso di coscienza. Fosse per questo, il film sarebbe in ritardo di almeno cinquant’anni su tutto.

    Inclassificabile  è il modello di consumo culturale che innesca; una dilatazione del film-per-pochi verso inediti confini e mistici fraintendimenti. Tra le tante cose che Sorrentino va dicendo in questi giorni per le Feltrinelli d’Italia, ce n’è una particolarmente interessante: «Quando girai Il Divo pensavo che si scatenasse il pandemonio, invece non è successo nulla. Ho girato questo, e inaspettatamente è arrivato il pandemonio». Vero. Ma perché? Perché siamo più pacificati col fantasma di Andreotti che col fantasma dell’Arte, anzitutto. E perché anche se lo prendiamo per il culo in ogni modo e fingiamo di disprezzarlo, o dichiararlo estinto, in Italia l’intellettuale è ancora una figura mitica che fa vibrare corde profonde. Lo è perché incarna un sogno, anzi due. La ricerca del Bello per il Bello e un’esistenza slegata dai soldi e surtout dal lavoro (che fingiamo di esaltare come valore, ma non possiamo che disprezzare in privato). Ma andiamo con ordine.

    Già un’ammucchiata di detrattori guidata dai «Cahiers du cinéma» e da «Dagospia», non capita tutti i giorni. Di là, invece, ci sono «Variety»,  «Guardian», i fan di Terrence Malick o Venditti e Selvaggia Lucarelli. Poi, appunto, c’è il pubblico. Sì, ma quale? Chi va a vederlo, a chi piace e perché? Qui viene il difficile.

    Al primo week-end in Italia era secondo al box-office, dietro Fast and Furious 6. Forse è solo l’eco dell’anteprima di Cannes. O forse no. Mentre sui giornali montava il parallelo con La dolce vita, in sala il film ingaggiava un più concreto duello col Grande Gatsby di Luhrmann. Si dirà, ma che c’entra? Uno è un film d’autore, anzi «impegnato» come hanno preso a scrivere in molti, l’altro un giocattolone-americano, come si dice da noi in questi casi. Invece c’entra. Sono due film che puntano su una regia esuberante, che rileggono, anzi attualizzano un capolavoro del XX secolo, che intrecciano euforia e decadenza, feste da ballo e pulsione-di-morte, che hanno la parola «Grande» nel titolo e che durano 140 minuti (ampiamente sforbiciabili). La Grande Bellezza però offre in più il vantaggio di legittimare quelle due ore e venti nella chiave di un’esperienza artistica. Non c’è una storia, ci sono le «visioni». E per quanto Sorrentino possa negarlo, agli occhi del pubblico il legame Fellini-Grande Bellezza è più forte di quello Fitzgerald-Di Caprio.

    Per ogni stroncatura circolata in rete, sotto l’articolo si leggono i commenti per lo più indignati degli spettatori che, tra un’invettiva e l’altra, pescano a piene mani dal repertorio dannunziano; ed è un tripudio di «opera di sommo cinema», di «poesia pura», di «fremiti di arte vera» e così via. Poi c’è, immancabile, il richiamo patriottico (Vergogna! Attaccate il nostro cinema mentre all’estero ne parlano bene). È vero, all’estero lo hanno elogiato, anche se sul «Guardian», Peter Bradshaw scrive che «gli invitati alle feste a un certo punto subiscono una metamorfosi e diventano dei fenicotteri» – che vuol dire che a quel certo punto Bradshaw si è addormentato, ha riaperto gli occhi, ha visto la terrazza invasa di uccelli e non capiva cosa fosse successo.

    Ma insomma, sia issando la bandiera del mistero dell’Arte, sia il tricolore, sia restando in silenzio (non ci ho capito niente, ma sarà colpa mia) in molti difendono il film dallo snobismo di una parte della critica italiana. In molti durante il film ridono. Non sono meta-risate ironiche. Non si ride dei fenicotteri photoscioppàti, dei flashback sull’isola più brutti di uno spot brutto di Dolce e Gabbana, delle impennate di misticismo. Si ride alla lettera, per le battute di Buccirosso o le gag di Servillo. Ma mettendo assieme i due tipi di risata (e di due tipi di pubblico) ti rendi conto che la vena comica è uno dei punti di forza della Grande Bellezza, non si capisce quanto consapevole ma pare di no, perché nel film Verdone è perentorio: «In questo Paese, se vuoi essere preso sul serio devi prenderti sul serio». Eppure, se inizi a guardarlo come la nemesi trascendentale della commedia all’italiana, che intercetta il pubblico del film medio assicurandogli che no, non sta vedendo un film-medio perché c’è anche la noia contemplativa, si apprezzano meglio epifanie tipo la Ferilli ammollo in piscina con la ciambella che ascolta Venditti in cuffia e non può usare i braccioli perché «me irritano ’ascelle».

    All’epoca de La dolce vita e L’avventura, per spiegarsi le file di gente che andava al cinema a vedere due film così difficili, Vittorio Spinazzola coniò la formula «superspettacolo d’autore». La cosa funzionò per gran parte degli anni Sessanta, poi cadde in disgrazia. Quali bisogni serviva il superspettacolo d’autore, al di là del suo valore artistico? Anzitutto, intercettava un ricambio decisivo dei consumi culturali. Il nuovo spettatore che emergeva col boom economico, maschio (soprattutto), scolarizzato e di area metropolitana. Vedere L’Avventura e La dolce vita significava assumere le pose del consumo borghese, anche per chi borghese non lo era. La noia, in caso, non solo non era un problema, ma almeno fino a un certo punto faceva parte del gioco. Però il pubblico che si precipitò a vedere La dolce vita era soprattutto attirato dagli scandali; dalle orge di cui si favoleggiava sui giornali e dalla censura che minacciava di ritirarlo dalla circolazione. Come si ricorderà nella formidabile scena di Divorzio all’italiana, quando Germi racconta l’arrivo del film in paese: «Ci sono orge degne di Tiberio, si scambiamo le mogli, streeptease…. Amuninne picciotti!». Ora, con La grande bellezza, è l’arte, la promessa di un’esperienza di vero-cinema cioè poetico, a fornire l’innesco per il pubblico.

    Dentro la cornice dell’effimero, Fellini sperimentava la ferocia di uno specchio deformante puntato contro la società italiana. Dentro la cornice dell’arte, Sorrentino sperimenta inediti orizzonti della parodia e della commedia all’italiana. Ma forse non lo sa.

    E al fondo di tutti gli echi modernisti e dei richiami felliniani c’è un biglietto. Quello con su scritto “ricordati-che-è-un-film-comico” che Fellini appiccicò sopra la macchina da presa mentre girava .