• Breve storia del «Degrado Morale» (e della sua trasformazione in genere cinematografico italiano)

    [«Nuovi Argomenti», 66, giugno 2014 - dove trovate una versione migliore del degrado morale]

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    Perché Jep Gambardella non riesce più a scrivere? Cosa spinge Valeria Bruni Tedeschi a tentare di riaprire il Politeama di Como? Come mai Jasmine Trinca fugge in Amazzonia? E perché Gramellini a metà di The Wolf of Wall Street s’incupisce, smette di seguire il film e si guarda attorno pensando a quei poveri spettatori che «non riusciranno a fare sesso per una settimana»?

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    Le motivazioni pur diverse che innescano azioni, inazioni e riflessioni dei personaggi dei film italiani e di Gramellini pescano dentro un’unica grande narrazione a finanziamento statale: il «degrado morale».

    Il degrado morale è il sortilegio che trasforma una storia qualsiasi in un «film riconosciuto di interesse culturale». Un film che dunque può aspirare alla cassa del Ministero. Non tutti i film MiBac raccontano il degrado morale. Ma tutti i film che raccontano il degrado morale sono e devono essere finanziati dal MiBac.

    Il degrado morale non è un genere, ma funziona come un’etichetta classificatoria. Tipo quelle che usava «Blockbuster». Come ricorderete, i negozi della multinazionale texana del noleggio sistemavano i dvd dentro categorie e sottocategorie emotive – «adrenalina», «relax», «in famiglia», «emozioni», «trasgressivo» – aiutandoci così ad abbinare i marshmallow o la pizza surgelata (buonissima) col film preso in affitto. Non fosse finita in bancarotta, Blockbuster oggi avrebbe dovuto esporre parecchi dvd italiani in un muro del «degrado morale».

    Dal 2011, cala il pubblico, calano gli incassi, cala la quota di mercato dei film italiani salvati sull’orlo del precipizio da Checco Zalone, ma il degrado morale non conosce arresti né crisi. Per il degrado morale (noto anche come  «il-degrado-morale-di-questi-venti-anni») è stato un anno formidabile. L’anno in cui il degrado morale ha vinto l’Oscar.

    Se un film come La gente che sta bene, con Claudio Bisio e Margherita Buy, vi sembrava una commedia vi sbagliavate. Perché «non è solo una commedia ma un film che riflette sul degrado morale della società italiana». Bisio, d’altronde, era già stato testimonial del degrado morale col monologo di Sanremo e nel film Benvenuto Presidente, commedia degli equivoci ambientata al Quirinale «che invita ciascuno a fare i conti con se stessi ed il degrado morale del quale tutti siamo portatori». Tutti. Il degrado morale siamo noi, nessuno si senta escluso.

    Del degrado morale si ride, dal degrado morale si fugge. Alice Rohrwacher esordisce nel 2011 con Corpo celeste cioè «un’intensa riflessione su religiosità e profondo Sud, la cui protagonista è una tredicenne in fuga da degrado morale e omologazione». E in Un giorno devi andare, l’avrete intuito, Jasmine Trinca arriva in Amazzonia mossa da una «devastante delusione prodotta dal degrado morale». Francesca Comencini invece non fugge. Fa un film dal libro di Claudio Bigagli (Il cielo con un dito, diventato Un giorno speciale) perché anche se «[Il libro] era passato sotto silenzio – quasi un sussurro tra le grida e i lanci di agenzia su Ruby, le escort e Papi – la Regista romana [maiuscolo nel testo] ha colto il senso del degrado etico che il libro raccontava».

    Dopo tanto girarci attorno, con Il capitale umano arriviamo all’epicentro del «degrado». È a Como. «Il cineteatro Politeama di piazza Cacciatori delle Alpi è il luogo simbolo del degrado che Virzì ha scelto lo scorso marzo per uno dei set del film». «Como, città ricchissima, esprime il degrado della cultura con quel suo unico teatro chiuso». Così, Virzì. C’è la Brianza, la sua rima minacciosa con finanza. Il Teatro in rovina. Pare uno scenario perfetto. Vedendo il film sembrerebbe più o meno un thriller costruito sull’implacabilità del caso o qualcosa del genere. Ma se su «Repubblica» dici «thriller» lo spettatore  non si muove. Se dici thriller sul degrado morale della finanza magari forse al cinema ci va.

    Il degrado morale è garantito se dentro al film c’è la televisione. E Reality di  Garrone diventa un’opera «esistenziale, tragica, commovente, ma soprattutto fotografia del degrado morale e intellettuale italiano». È stato il figlio di Daniele Ciprì, invece, «mette in scena le miserie del sud aiutandoci a riflettere sul degrado morale di questo ventennio». Io, loro e Lara (2010) di Carlo Verdone è «una commedia specchio del degrado morale e sociale dei nostri giorni». Sul «Giornale», Marcello Veneziani ce lo racconta in un articolo che si intitola Verdone e Rosarno: due ritratti del degrado italiano.

    Diaz, che prima avremmo definito «cinema civile», qualsiasi cosa abbia mai voluto dire, diventa «la fotografia di un degrado morale e civile che dobbiamo assolutamente comprendere in modo da metterlo fuori dal nostro orizzonte di valori». Sono  sempre  film che fotografano qualcosa – dove «fotografare» diventa un’alternativa a «raccontare».Se non sai costruire una struttura narrativa, puoi sempre fotografare il degrado morale.

    «Rivisto oggi» – scrive il sindacato dei critici cinematografici – «il primo film di Carlo MazzacuratiNotte Italiana, del 1987, è spaventosamente moderno nella denuncia del degrado morale, politico, economico che allora si stava facendo strada». Era anche il primo film prodotto da Angelo Barbagallo e Nanni Moretti.

    Per Sabina Guzzanti il simbolo del degrado morale non è il Politeama di Como ma l’Auditel – «aver messo in cima alla lista la poetica degli ascolti è una delle cause del degrado culturale del Paese». A Cagliari organizzano un festival, «Sguardi sulla società italiana. Il degrado civile raccontato dall’arte cinematografica». Sul programma leggiamo che «la proiezione del film di Silvio Soldini, Il comandante e la cicogna, commedia realizzata con il patrocinio del Ministero dei Beni Culturali ci consentirà di affrontare le tematiche relative al degrado morale». Patrocinio è un bel modo per ricordare che è stato finanziato con un milione e centomila euro. Perché il degrado morale ha un prezzo. Ma finché c’è degrado c’è speranza.

    Finché arriva il giorno in cui il degrado morale ti porta «sul tetto del mondo», come diceva Renzi in televisione quando parlava dell’Oscar di Sorrentino.

    «Quindi non mi pongo come obiettivo il racconto del degrado di questo Paese, ma voglio individuare una forma di bellezza in questo stesso degrado», dice Paolo Sorrentino su «La Repubblica» il 4 giugno 2013. Praticamente, un manifesto. Voi il degrado morale lo fotografate, cercate l’epicentro a Como. A Roma ci costruiamo sopra un rito pagano. La Norimberga del degrado morale. I balli di gruppo, i dolly, i tagli di luce di Bigazzi e il vocal ensemble di David Lang con un po’ di degrado di Bob Sinclair. La Grande Bellezza o l’autocoscienza del degrado morale. Quello che vedi è brutto, ma come lo vedi bene.

    Da dove viene il degrado morale? Quando è arrivato? Non ti puoi sbagliare, il degrado morale inizia nel 1994. «Dismisura, abuso di potere e degrado morale di cui mi pento», così Lele Mora travolto da un impulso spirituale nei giorni del processo Ruby. Eppure già il 24 maggio del 1993, davanti ai giudici di Mani Pulite, Cesare Romiti parlava delle pressioni di Craxi e De Mita per le cessioni delle Teksid alla Finsider come dell’emblema di «uno spaventoso degrado morale del Paese». Disse proprio così.

    Il degrado morale è figlio dell’«apocalisse culturale» di Pasolini. Però, quale formidabile categoria emotivo-interpretativa della cultura italiana, i suoi padri  sono anche altri.

    In un documento della Conferenza Episcopale Italiana, datato 28 febbraio 1965 c’è scritto che «la commissione per la valutazione e classificazione dei films sotto il profilo morale e a fini pastorali sottolinea quindi il pericoloso degrado morale raccontato dalla più impegnata produzione cinematografica italiana recente, caduta ormai verso un progressivo e sfrenato deterioramento». Perché – come ci spiega la Santa nella terrazza di Sorrentino – le radici sono importanti.

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